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La Romantica Malinconia di Antonia – La festa del Santo Patrono “San Domenico Abate”

Questo scritto di  Antonia Anna Pinna [1] fa parte del racconto “Se Nevica”

n.15
Festa di San Domenico nel 1950

L’estate era la stagione della felicità, le ragazze ricamavano i corredi, i vecchi potevano scaldarsi le ossa e i bambini avevano molte ore di luce per giocare fuori. Dopo cena ci si metteva a chiacchierare sulle scale e si rincasava tardi. Fare tardi era una nostra fissazione, “tanto non si deve  andare a scuola”, era il leit motiv che seguiva le richieste di andare a letto.

Ad agosto c’era il clòu della bella stagione, la festa Patronale era un evento sentitissimo, anche gente che stava lontano, potendo, rientrava. La settimana che precedeva la ricorrenza della nascita di San Domenico, era un susseguirsi di manifestazioni che la Proloco promuoveva per attrarre turisti e paesani, che davano un contributo alla buona riuscita della festa. Il Festival del lago, diede la svolta epocale e cominciarono, anche per noi, i favolosi anni sessanta: tutti volevano essere alla moda, si cantava, ballava, e si rideva, cosa abbastanza inusuale, vista con una certa disapprovazione dalle persone più anziane. Era indice di poca serietà. Le donne, non potevano concedersi troppi svaghi. Al bar per esempio non erano graditi nemmeno i bambini; se non erano accompagnati dal padre, venivano presi letteralmente a calci e rispediti a casa. Le signore, se attraversavano la piazza del paese, sicuramente avevano un valido motivo, che metteva in allarme le sentinelle della morale pubblica.

Durante la festa, si poteva godere di una certa disinvoltura, i vestiti potevano essere accessoriati da qualche frivolezza, si poteva passeggiare fino a tardi e girare per le bancarelle, che aspettavamo più della processione del Santo, almeno noi, che rimediavamo l’obolo, da spendere, in nuccill’o qualche pazziarella che non costasse troppo. Nonno, aveva la postazione di riguardo, dove vendeva i cocomeri, ne accatastava una montagna, ci passava anche la notte fino alla fine della festa; nonna gli dava il cambio per riposare e mangiare. Arrivavano i pellegrini dai Fornelli, paese del Molise, gemellato con il nostro, in quanto avevano lo stesso Patrono. Allora molti venivano a piedi e si accoglievano nelle case, chi due,  chi tre, si fornivano i pasti, e per dormire si arrangiavano in chiesa.

Il fermento in casa mia era totale, mia zia, con mamma, durante le festività, si ricollocavano sotto lo stesso tetto, se il marito non rientrava; nostro padre era escluso che rientrasse, non facevano che cucinare, e lavare piatti, operazione complicata, quando non hai l’acqua corrente e tanti ospiti. Mio nonno, non transigeva, ci voleva tutti, e che fossimo rifocillati a dovere, anche se lui stava in piazza. Gli spari, ti svegliavano, la mattina presto; seguiva la Banda che completava l’operazione, passando e suonando per tutto il paese, ci affacciavamo al balcone per vederli e i poveri Ottoni non sapevano se asciugarsi la fronte, o suonare; le scale non agevolavano il passo ai malcapitati. I profumi di cucina, già aromatizzavano l’aria.

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Festival del Lago 1968

Le scarpette bianche riverniciate con una sorta di bianchetto e i vestitini, fatti dalla sarta, che abitava di fronte a noi ed era la mia nutrice, da quando mia madre, che avendo solo due braccia e due gemelli in fasce, mi accoglieva tra le sue  erano pronti per seguire degnamente il Santo in processione. Ci portavano le giovinette, poco più grandi di noi, Liliana era la mia preferita, che mi accompagnava anche per la festa di Sant’Antonio, che prevedeva il canestrello con il pane da portare sulla testa. Dopo la messa, usciva il Santo, coperto e avvolto da numerosi serpenti, che dovevano rientrare tutti alla base, seguito dalle autorità ecclesiastiche e dal Sindaco, i confaloni dei paesi vicini, i pellegrini e noi tutti dietro e su e giù fino al rientro in chiesa, non prima di aver dato fuoco alle polveri nel punto stabilito. Il pranzo che ne seguiva non mi interessava minimamente, a chi mi incoraggiava ad assaggiare alcune pietanze cedevo pure le mie, il pane, con sopra qualche verdura, mi saziava e deliziava, il cocomero, si, quello lo gradivo moltissimo, insieme a tutta la frutta, ero nipote di mio nonno, verduraia.

La festa si concludeva con la Banda che faceva il Concerto in piazza dopo cena e i fuochi artificiali che dovevano essere degni dell’obolo sborsato dai concittadini, altrimenti le lagnanze sarebbero durate un anno intero e questo era quanto di più disonorevole si potesse auspicare per gli organizzatori che non sarebbero stati riconfermati per l’anno successivo. Per noi piccoli invece significava che cominciava il lento e inesorabile avvicinamento del rientro a scuola e la tristezza si faceva sentire…eh se si faceva sentire!

 

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[1] Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Antonia Anna Pinna

Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

2 commenti

  1. dolce e nostalgico il racconto narrato con dovizia di particolari. Le feste paesane sono più o meno tutte uguali, solo che ad ognuno di noi sembrano uniche, perchè fanno parte del nostro vissuto.

  2. Racconto così ricco di informazioni ambientali e di simpatici particolari PERSONALI, sciorinati con scorrevolezza tale, che fa capire quanto bella sembrava la festa- e forse LO ERA senz’altro- perché era il tempo della TUA “romantica malinconia!” cara ANTONIA ANNA PINNA, ora capisco meglio anche il NOME APPROPRIATO! del tuo sito in ALTOSANNIO…

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