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La panchine de la piazze

Poesia di Rodrigo Cieri [1]

Panchina di paese

La panchine de la piazze

Na sere štave sole pe’ la piazze
a gode’ l’aria fine e la funtana:
« Ta pinze ca pu’ fa’ l’amerecane
massere che n’ci šta le štancapiazze?»

Me ggire cqua e llà a chella voce:
ma sole la panchine a mme ‘mpalate
putè’ parlà’, e mentre artojje fiate
me ficche ddù’ parole pe’ me coce:

«Chi dice ca si’ false e chi si’ furbe,
chi vante tutte quelle che s’hì fatte,
caccune vo ca live lu dišturbe.

T’avessa menì’ ‘mmente a fà’ lu duette!?
Chiuttoste tire ‘nnanze e nn’arebbatte
ca j canosce bbone chi z’assette!»

 

La panchina della piazza

Una sera ero solo per la piazza
godendo l’aria fine e la fontana:
«Tu credi che puoi far l’americano
stasera che mancano gli stancapiazza

Mi giro qua e là a quella voce:
ma solo la panchina a me impalato
poteva parlare, e mentre riprendo fiato
mi lancia due parole per pungermi:

«Chi dice che sei falso e chi sei furbo,
chi elogia tutto quello che hai fatto,
e qualcuno vuole che tu tolga il disturbo.

Che non ti venga in mente da fare il duetto!?
Piuttosto, tira innanzi e non ribattere
perché conosco bene chi si siede


[1] Rodrigo Cieri, abruzzese di Celenza sul Trigno, di madre molisana, una vita dedicata alla Scuola, da docente e poi da Preside, dedito all’impegno sociale e la promozione culturale che porta avanti con testardaggine, in paese e neIl’ Alto Vastese. Coltiva un’antica passione, la pura poesia, in lingua, o più spesso in vernacolo, ottenendo consensi e premi.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Rodrigo Cieri

Rodrigo Cieri, abruzzese di Celenza sul Trigno, di madre molisana, una vita dedicata alla Scuola, da docente e poi da Preside, dedito all’impegno sociale e la promozione culturale che porta avanti con testardaggine, in paese e neIl’ Alto Vastese. Coltiva un’antica passione, la pura poesia, in lingua, o più spesso in vernacolo, ottenendo consensi e premi.

Un commento

  1. L’ironia grossolana è bella e facile , più difficile è arrivare con delicatezza a strappare il sorriso, misto peraltro alla riflessione. Ed è quello che avviene in questo bel sonetto . Ma- per inciso- il DUETTO poi c’e stato e forse quelli che si sedevano sulla panchina non erano tutti così ”stancapiazze” come si pensava che fossero, tranne qcn.!

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