Home / Cultura / La mort schesctemuata

La mort schesctemuata

di Gustavo Tempesta Petresine

… … …. Ce sctava na vota n’om: eva da tanda tiemb ca sctava zeffunnat davendr arru liett, causa ‘na brutta mmalatia. Even tanda ienn ca suffreva e aveva perdùt ogni speranza

Suffréva de chiù pcché nne ze puteva magnié chiù niénd, e ri ricuord de ru tiemb acquanda z’abbuttàva de salgiccia, nodera de trippa e vin gli tornavano alla memoria come fossero una terra felice del tempo passato.

Avendo capito di non potere avanzare più alcuna aspettativa da quella specie di vegetare coatto che lo teneva incollato ad un letto, ormai stanco anche esso di averlo fra le lenzuola, chiamò nel suo discreto silenzio la “commare secca” La chiamò urlando tutto il suo dolore ma altri non potevano sentirlo quel grido. L’urlo rimase chiuso e muto nella sua mente. 

La nott è chella part de ru tiemb ca acquànda t’adduòrm fié suònn biell e brutt. Ciert vote te suonn ca cocchedun te ve sechetenn e te vo accider ma tu nne te può mover e sctir le zamb davendr arru liett e quill t’arraogne e t’accid. Ma in quell’attimo ti svegli tutto sudato e che re core ‘ngann. Quando riprendi coscienza ti rendi conto che sei sveglio e ti trovi nella tua stanza coccolato dal zzz zzz della frequenza elettrica che ronza sui lampioni nella strada.

Modesto Potito –ascì ze chiamava l’ommen– per diverse notti continuò a d implorare la morte. Che lo liberasse da quella condizione infelice di vita castrata! che lo disperdesse nel siderale spazio tempo facendolo tornare ad essere atomo di azoto, carbonio e fosforo, o nella migliore ipotesi relegarlo in un Purgatorio da dove dopo miliardi di anni luce, dopo avere scontato la sua pena avrebbe potuto assurgere al livello superiore di un Paradiso. Si, questa ultima considerazione gli piacque. Si sarebbe accontentato anche di un paradiso minore dove le beate anime svolazzano in eterno nell’aere, annoiate, senza fa nu cazz!

Una di quelle notti, la morte, alquanto scocciata dai lamenti dell’uomo che non la finiva di importunarla si presentò a lui in forme di femmina grassona elegantemente – nemmeno a dirlo – vestita di nero.

Indossava un corpetto di Versace e una lunga gonna di Dolce e Gabbana che nonostante la stazza della “donna” faceva pur sempre la sua porca figura. Il grasso delle guanciotte scendeva ai lati della bocca e la faceva assomigliare ad un bulldog.  Precedette la sua apparizione un olezzo di crisantemo marcito.

L’uomo, senza meravigliarsi dell’apparizione, voltolando gli occhi al soffito disse:” ah ecch. Dopp tand ca te haie chiamat sié menuta! Portem addunna sctié tu ca sarria semb megl ca sctà davendr a sct liett addunna juorn e nott nne tien chiù ne cumbin…”

La mort ciacciona re uardava e nel silenzio della stanza digrignò la sua “bocca” dentuta. Ne uscì un fetido alito e mentre si appressava metaforicamente con la sua falce a tagliare la vita a Modesto, questo ebbe la forza di fermarle la mano.

Modesto chiamò la moglie dicendole di portare una bottiglia di vino con due bicchieri. La moglie lo assecondò pensando: “a scte pover crist nne i pozz negà niend. Pur se la mmalatia re ha fatt scimunì. Che ce avessa fa ch du becchier ca sctà iss suol e ne ze po mangh movere.”

La morte continuava a guardarlo e in un certo qual modo stupita da quell’insolito fare. Le erano capitati dei tipi strambi ma questo superava ogni limite, razionale o irrazzionale che fosse. Incuriosita volle stare al gioco e vedere fino a dove si fosse spinta la bizzarria di quel morituro.

Signora mort: è crianza arre paiese mié fa re cumblemend acquanda chocche d’une te vé a truvà alla casa” Modesto prese il bicchiere e con la mano tremante riuscì a raggiungere la bocca. Tracannò tutto di un fiato il vino versandone parte sul lenzuolo dicendo: “saliut a te mort!” Ma quella, con disprezzo rifiutò il brindisi e sempre metaforicamente brandì la sua falce tagliando la vita all’uomo. 

Modesto lasciò nel letto il suo cuore interdetto, il suo fegato mangiato dalla metastasi, le sue ossa osteoporotiche e un sorriso che pendeva dalle labbra socchiuse insieme a un rigagnolo di vino…

____________
Copyright: Altosannio Magazine 
EditingEnzo C. Delli Quadri  

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.