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La distruzione di Capracotta

Scritto curato da Francesco Paolo Tanzj[1]

1943 – Capracotta distrutta dai bombardamenti

La vicenda di Capracotta durante la guerra 1943/1944 in Italia – scrive lo storico Giovanni Artese – è una vicenda del tutto particolare, certamente collocabile nell’ambito delle specifiche operazioni miliutari nella regione dell’Alto Sangro; le quali le quali ultime non possono tuttavia essere considerate separatamente dagli avvenimenti generali di qual drammatico 1943, né dalle linee di sviluppo della campagna alleata e tedesca in Italia… Capracotta fu tragicamente distrutta con mine e incendi tra il 7 e il 9 novembre 1943; e uguale trattamento subirono in quei tristi giorni compresi tra il 6 e il 12 novembre Castel di Sangro, San Pietro Avellana, Pescopennataro, Castel del Giudice, sant’Angelo del Pesco e diversi altri paesi della zona”.

E così “L’8 settembre del 1943 – racconta Luigino Conti – a Capracotta la processione in onore della Madonna di Loreto era in pieno svolgimento, quando dalla via di Vallesorda giunsero due camionette tedesche che seminarono il panico tra la gente. Il paese venne occupato completamente giorno dopo giorno e da ogni parte c’erano annunci che avvisavano la popolazione che chiunque avesse ospitato truppe nemiche sarebbe stato fucilato. Circa a metà settembre giunse a Capracotta un reparto del Corpo tedesco della Sanità, che adibì a ospedale l’edificio scolastico, dove durante il periodo dell’occupazione furono ricoverati molti feriti, anche gravi”. 

Intanto una mattina vennero visti su una camionetta tedesca i fratelli Fiadino, e la popolazione spaventata non ne conosceva il motivo. Pare che nei pressi della loro masseria, situata vicino Sant’Angelo del Pesco, una truppa di tedeschi avesse visto dei militari inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona rifugiati in una capanna. L’assistenza che i fuggiaschi avevano ricevuto con tutta evidenza dai fratelli Fiadino, portò i soldati tedeschi ad arrestarli, a caricali su un camion per portarli a Bagnoli del Trigno, sede del tribunale militare. 

Durante il tragitto uno dei fratelli, Alberto, scongiurò più volte i fratelli a saltare dal camion per cercare di sfuggire alla loro condanna. In prossimità di una curva Alberto riuscì a saltar giù scomparendo nel bosco sottostante, riuscendo così ad evitare il peggio. Intanto gli altri due fratelli giunsero nella sede militare dove vennero accusati di aver dato ospitalità a soldati nemici e furono quindi condannati a morte. La mattina del 4 Novembre i due fratelli vennero riportati a Capracotta, e sotto Monte Capraro furono costretti a scavare la loro stessa fossa. Prima che fossero fucilati, il parroco del paese, Don Leopoldo, scongiurò invano diverse volte i tedeschi offrendo la sua vita in cambio di quella dei due fratelli, ma i soldati gli fecero benedire i due fratelli e li fucilarono. 

La mattina successiva alla loro morte i soldati tedeschi delle SS entrarono di casa in casa e rastrellarono tutti gli uomini ritenuti abili al lavoro che furono caricati su dei camion e portati verso ignota destinazione. Le donne temevano il peggio per i loro uomini dopo la morte dei fratelli Fiadino, ma pochi giorni dopo si venne a sapere che i loro uomini stavano solo scavando delle trincee lungo la catena montuosa della Maiella e una volta finito il lavoro sarebbero tornati a casa dalle loro famiglie. 

La mattina dell’8 novembre per le strade di Capracotta si vide Ambrogio Santilli detto “Mbrozie” il banditore che annunciava alla popolazione l’immediato sgombero delle case poiché il paese sarebbe stato bombardato. Allora la popolazione prese i beni più cari, soprattutto coperte, vestiti e animali, e una parte di essa andò in Puglia (tra cui il professor Luigino Conti, il quale avendo uno zio sindaco e un altro prefetto, poté rifugiarsi al sicuro). Altri ancora trovarono ospitalità nella vicina Agnone, mentre il resto si rifugiò nel Cimitero e nelle Chiese (La chiesa madre dell’Assunta, Sant’Antonio, San Vincenzo e San Giovanni), le uniche zone del paese che non sarebbero state bombardate.

Le squadre addette alla distruzione, adoperavano generalmente una miscela incendiaria liquida, che produceva alte fiamme e denso fumo, ma ad azione piuttosto lenta, sicché, se si accorreva non troppo tardi, non era impossibile spegnere il fuoco. Per le costruzioni più solide, invece, i soldati ricorrevano alle mine che avevano immediati effetti demolitori. Come testimoniato da Corrado d’Andrea e da Cesarina Trotta, “il cimitero e la Chiesa diventarono delle vere e proprie taverne, si mangiava sugli altari, si dormiva nei loculi e l’aria era irrespirabile a causa del fumo dei falò”. 

Anche da Agnone, ricorda Romolo Ferrara, “Noi bambini guardavamo spaventati le grandi nuvole di fumo che in lontananza si levavano da Capracotta”.

Dopo alcuni giorni la fame e il freddo cominciavano a farsi sentire e soprattutto i bambini piangevano in continuazione. Il terzo giorno della distruzione arrivò nel cimitero il parroco del paese Don Carmelo che disse alla signora Cesarina, ostetrica del paese, che avrebbe portato il S.S Sacramento e che, per questo motivo il comando tedesco aveva assicurato che la sua casa sarebbe stata risparmiata, e così i bambini più piccoli potettero dormire al caldo e sfamarsi con un po’ di latte, mentre continuava l’afflusso di persone disperate, “donne che partorivano, altre che abortivano per disperazione, ammalati gravi ricoverati e adagiati su improvvisati pagliericci”.

Ricorda Antonio Di Nucci, classe 1925, che i tedeschi “bruciarono tutto ciò che trovarono, iniziando dalle case e a seconda del tipo di abitazione, usavano mine o fuoco. Presto il paese fu raso al suolo. Ricordo che la casa di Rodolfo Labbate nonostante fosse fatta di legno, rimase in piedi, accanto ad alcune case nuove e le chiese del paesino. Per il resto fu raso tutto al suolo. Case piccole, grandi, tutto. Gli abitanti videro distrutte davanti ai loro occhi il frutto dei sacrifici della propria vita e rimanevano inermi, senza credere ai loro occhi. Passò poco tempo che i tedeschi andarono via, seguiti dagli americani che giungevano dalle Puglie, traversarono il Sangro e formando la resistenza. All’epoca i fiumi erano molto grandi, perciò i tedeschi bruciarono i ponti e separarono i confini. All’epoca avevo 18 anni. Distrussero anche le strade che portavano ai paesi limitrofi di Capracotta, per guadagnare tempo contro gli Americani che nel frattempo si erano appostati sulle montagne attorno a Capracotta e creavano i trafori”.

La sistematica distruzione del paese durò ben 5 giorni, fino a quando, il 13 novembre, i tedeschi lasciarono il paese mentre il banditore invitava chiunque avesse avuta in parte risparmiata la casa di rientravi perché la distruzione era terminata.

Tra i documenti raccolti, vogliamo qui riportare una commovente poesia di Nicola D’Andrea, classe 1886, ispirata a quelle drammatiche giornate:

Penso sovente col pianto al cuore, 
a quei saccheggi, fuga e terrore,

nel mio paese, a casa mia, 
all’incredibile grande ferocia

dell’uomo bestia. Bestia di moda!
al quale manca solo la coda…

Suonò la tromba, passò la guerra:
scese il gran fulmine, tremò la terra.

Fu il fuggi fuggi degli innocenti,
mentre cadevano le case ardenti…

Del ferocissimo nemico in rotta
il primo martire fu Capracotta.

Furiosa fiamma ovunque ardeva…
Tutto era strazio, tutto piangeva!

Cambiate in bettole s’eran le Chiese
il Camposanto, mentre in paese

Si operava la distruzione,
portando al massimo la confusione.

Pietrame, mobili, letti, stoviglie,
cenci fumanti delle famiglie

rimaste povere, senza speranza
del pronto aiuto d’una finanza.

L’aria era scura, fredda, pioveva.
Quell’acre fumo si diffondeva

quasi a coprire tante miserie
fra gli interstizi delle macerie.

Restava il popolo dalla paura
alla pazzia, per la sventura

Di quel novembre: cinque giornate,
senza riposo, membra spezzate.

Scappò il nemico, venne l’Inglese;
nuovo padrone, nuove pretese!

Ordinò subito lo sfollamento,
senza ascoltare nessun lamento.

Pochi restarono come aiutanti
scelti a casaccio; e gli altri avanti!

Pronte le macchine per il trasporto…
Pronto quel popolo tra vivo e morto,

senza sapere l’altra dimora, 
scalzi e tremanti! Chi mora mora…

L’audace stanco di quei tormenti,
tentò la fuga, lasciò i parenti,

mettendo a prova fiato e coraggio;
andò ramingo di viaggio in viaggio…

Si ricontavano spesso, in famiglia, 
lungo i trasbordi di molte miglia.

Ed al ritorno da quella… gita,
tutti trovarono… Piazza Pulita!

Tuttavia, pochi giorni dopo, i soldati delle SS ritornarono per un sopralluogo e videro che il paese non era stato distrutto completamente e, poiché poteva essere usato come rifugio dalle forze nemiche, iniziarono nuovamente a bombardarlo dalla Val di Sangro per una giornata intera. I giorni passarono e si giunse finalmente al 22 Novembre, giorno in cui non si vide più traccia dei soldati tedeschi ma a poche centinaia di metri dal paese furono collocate batterie di cannoni e subito iniziò un tiro incrociato di cannonate fra gli inglesi e i tedeschi che si erano allineati al di là del fiume Sangro. Intanto nel paese ci si chiedeva come l’arrivo degli anglo-americani avrebbe risolto il problema dell’approvvigionamento e per questo motivo arrivò l’ordine che la popolazione sarebbe stata trasferita nei campi di concentramento alleati. Lo sfollamento durò alcuni giorni anche se parte della popolazione (circa una settantina di persone) rimase nel paese; intanto durante i giorni di Natale le truppe inglesi erano state sostituite da quelle polacche che donarono a molta gente del sapone e del cibo. 

________________________
[1] Questo è quanto il Prof. Francesco Paolo Tanzj, docente di Storia e Filosofia, ha curato, con l’aiuto dei ragazzi delle classi IV B e V B, nell’anno scolastico 2014/15. È uno dei capitoli del libro La Storia che ci unisce pubblicato dal Liceo Scientifico “Giovanni Paolo I” di Agnone.

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. Antonia Anna Pinna

    La ritirata tedesca ha fatto più danni della guerra stessa. In questo racconto se ne trae tutta la sofferenza e la spietatezza di un nemico odioso. La speranza di tutti è che ciò non debba mai ripetersi anche se l’uomo ha la memoria che non supera il secolo. Complimenti al Prof. F.P.Tanzi e ai suoi alunni

  2. Interessante articolo, che rivela la “sollecitudine” di istruire i ragazzi”del prof Tanzi e di spronarli a capire i danni della guerra : sia se si tratta di cannoni nemici, che di fuoco amico!!!!
    Straodinari e sensibili i versi che raccontano lutti e dolori…

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