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La culatə

di Leonardo Tilli

La liscivia è una soluzione detergente (detta anche ranno ) ottenuta filtrando un miscuglio di cenere di legna in acqua bollente e usata un tempo per fare il bucato, o per indolcire le olive.

Foto e didascalia di Tina Marchesciano “Lo sapevate che per lavare si usava la cenere?”

A casa mia, a Fraine (CH), la chiamavano “la cola“. Il telo filtrante lo chiamavano  “lu culaturə e, come da cultura secolare, per fare la cola (liscivia), si faceva bollire la cenere. Con la cola, la liscivia filtrata, solo liquido, si poteva preparare anche il sapone, andava utilizzata al posto della soda caustica, in alternativa o con poca soda caustica; per le stoviglie, prima dei detersivi specifici si utilizzava la normale cenere del focolare, sia per lavare pentole, piatti e posate, e sia altri oggetti che venivano sterilizzati con questa procedura e poi andavano sciacquati molto bene. Si diceva: “fare la cinirata”.

La cenere, che a casa mia si utilizzava appunto per fare la liscivia, era una cenere che non aveva residui di carboncini poiché, già dal giorno precedente, veniva accantonata in un angolo del camino esposta al calore fino a che diventasse quasi bianca. Si diceva che era “‘ncotta” era ri-cotta con il calore. Ciononostante, prima di utilizzarla per il bucato di lenzuola ed altri tessuti macchiati, veniva “setacciata“, mi sembra, con crivelli.
La cenere, così ridotta, veniva conservata in una “fossetta” capiente, costruita, per questo scopo, in un angolo della cucina, sotto il pavimento: Ad essa si accedeva sollevando uno dei grossi mattoni in pietra del pavimento, dotata di una “maniglia a scomparsa“.
Di solito era il pomeriggio il momento opportuno per preparare la culatə in particolari mastelli. Questi avevano sul fondo un buco richiudibile con un tappo che si inseriva dall’esterno, per poterlo rimuovere facilmente. Questo mastello in legno, chiamato “tinaccio“, veniva riempito di panni già lavati e veniva collocato in una posizione sollevata da terra. Sotto di esso, vi doveva rimanere uno spazio libero, sufficiente per inserirvi un capiente recipiente per raccogliere, il mattino successivo, tutta la liscivia lasciata tutta la notte nel tino con i panni. Al mattino, togliendo il tappo dal fondo del mastello, la liscivia, adagio adagio, colava … e permetteva di ottenere i panni già sgocciolati. … L’ho visto fare da bambino.”

Pietro Mastronardi : Anche a Napoli, quando le cose vanno storte c’è l’espressione: Fusse na vota ca’ facesse na culata e ascesse o’ sole!

Wikipedia: La cenere di legna è utilizzabile per produrre detersivo per stoviglie e lenzuola e questo prodotto è denominato liscivia.
La produzione di liscivia è realizzata mediante il passaggio di acqua bollente attraverso la cenere opportunamente filtrata da un telo. In questo modo si dissolvono i carbonati di cui la cenere è ricca. In particolare, il carbonato di sodio e il carbonato di potassio hanno notevole effetto sgrassante.

In Italia l’utilizzo della liscivia è stato molto comune sino agli anni sessanta del Novecento, in particolare per il bucato.

Copyright: Altosannio Magazine 
EditingEnzo C. Delli Quadri  

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Così particolareggiata, raccontata de visu,sembra una “Ricetta”, ma non è dolce è PULITA E CHIARA, come diventavano le lenzuola di un tempo, dopo essere state lavate con la “culate”! La liscivia RENDEVA LISCE E “VELLUTATE” ANCHE LE MANI DELLE LAVANDAIE…
    E TALVOLTA A NOI BAMBINE LA PELLE SI “BUCAVA” ,FINO A PRODURRE PICCOLE FERITE SUI POLPASTRELLI DELLE DITA!

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