La conca e la tina

4
4220

 di Flora Delli Quadri [1]

2015-08-07 Museo del Rame F. Gerbasi 5
La “conca” al centro, le “tine” ai lati

[divider]

In Abruzzo e in Molise questi due recipienti, che appartengono alla tradizione del rame e che erano presenti fino a qualche anno fa in tutte le case, meritano, a mio avviso,  una precisazione semantica. Quando dal Molise e dall’Alto Vastese si passa nel pescarese o nel teramano il recipiente tipico che caratterizza la cultura abruzzese nel mondo, che a sud chiamiamo “tina”, cambia nome e diventa “conca”. A mio avviso la distinzione c’è ed è la seguente:

“Conca” in italiano indica una cavità (conca, concavità nel terreno); nel nostro caso, un  recipiente concavo, più largo che alto, dall’imboccatura larga. Tale oggetto, per la sua forma, era (ed è) adatto a contenere non tanto i liquidi quanto i solidi: panni da lavare o lavati, i pomodori da lavare prima della lavorazione, ecc…

Il recipiente chiamato “tina”, al contrario, ha, sì, il fondo concavo, ma il restringimento che la caratterizza ne modifica totalmente la forma e la rende più simile ad un’anfora che ad una conca. I due manici inseriti ai lati, poi, accentuano l’uso che se ne fa, cioè di contenitore di liquidi, in particolare acqua.

Tra i due termini quello più conosciuto e riportato sui dizionari  è, ovviamente,  “conca”,  il cui significato è il seguente: Conca – Recipiente capace dall’imboccatura molto larga. Sinonimo: tinozza = conca del bucato” (dal dizionario Sabatini Coletti). Ne consegue, a rigor di logica, che il termine “tina” anche se di uso locale è il più adatto a descrivere l’uso che si fa dell’oggetto. Inoltre l’assonanza con la parola “tino” rende l’equivalente femminile del più noto omonimo maschile più adatto a descrivere questo famoso recipiente che è diventato il simbolo degli abruzzesi nel mondo.

scanno tina
La “tina” recipiente tipico per il trasporto dell’acqua
scanno_alla_fonte
Scanno: alla fonte per prendere l’acqua

Dal dizionario Sabatini Coletti leggiamo: Conca – Recipiente capace dall’imboccatura molto larga. Sinonimo: tinozza = conca del bucato.

________________________________
[1]  Flora Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Matematica in pensione. Si occupa di cultura e politica; pur risiedendo altrove, ha conservato intatto l’amore per il suo paese d’origine che coltiva in forma attiva.

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine


4 Commenti

  1. Questo il commento che Leonardo Tilli ha lasciato, su Facebook, sotto questo articolo, li divulgato.

    Da ragazzo avevo intuito che la differenza dei nomi fosse corrispondente alla diversità della forma. In alcuni posti chiamavano “conca” recipienti che non avevano il restringimento in alto, pur avendo i manici come le “tine”, Erano più capienti e, di conseguenza più pesanti quando venivano riempite. Le “tine” venivano utilizzate maggiormente nei centri montani forse perchè, nei periodi di siccità, per raggiungere le sorgenti bisognava spesso percorrere sentieri meno agevoli in terreni scoscesi. Il restringimento in alto della “tina” facilitava il trasporto riducendo l’oscillazione e il versamento accidentale dei liquidi trasportati. I manici erano un aiuto per mettere la “tina” sulla testa in sicurezza. Di solito le signore e le ragazze trasportavano – senza mani – le “tine” sulla testa, con portamento eretto, elegante, sicuro. Per facilitare il trasporto della “tina”, sulla testa veniva posata un anello di stoffa arrotolata, “la spara”, fatta al momento con perizia e disinvoltura dalle stesse ragazze con “le mandricchie” o “le mandrocchie” , tessuto per lo più rustico utilizzato per usi diversi. Leonardo Tilli

  2. Ritengo di dover completare il precedente commento.
    Alla “tina”, quando si portava in casa piena di acqua, veniva associato un altro strumento, “LU MANIRe”, necessario per attingere l’acqua in essa contenuta, per bere o per gli usi domestici. Questo attrezzo “LU MANIRe”, sempre in rame, aveva la forma di un grosso mestolo (capienza circa un litro o più) con il fondo abbastanza arrotondato, con un lungo manico, anche esso in rame lavorato, necessario per essere impugnato con facilità anche quando “LU MANIRe” era tutto immerso nella “tina”, infatti parte del manico usciva sempre fuori da essa. Per non lasciare sempre immerso “LU MANIRe” nell’acqua, di solito veniva appeso ad un grosso gancio infisso nel muro, in prossimità della “tina” che in cucina aveva un posto d’onore, vicino al lavandino. Leonardo Tilli

  3. A questo documento, riproposto da Flora Delli Quadri, in ALTOSANNIO, feci il mio primo “commento”. …
    Il paragone della “tina” ad “un’anfora”
    mi hanno fatto associare una immagine di fantasia, di una bella signora che chiedeva al suo “ramaio di fiducia” di costruirle un recipiente capiente, ma non troppo, per raccogliere l’acqua e trasportarla con facilità! …
    L’abile artigiano, guardando la bella signora in attesa, con le mane sui fianchi, ebbe una intuizione da vero artista ed … inventò “LA TINA”, una vera opera d’arte, bella, utile, funzionale, agile, che ci ricorda, una bella signora, leggiadra, … con la vita sottile … e con le mani sui fianchi robusti!

  4. Soddisfacente l’articolo di Flora, attentae scrupolosa com’è ai particolari ed alle proprietà linguistiche documentate, per la descrizione di un oggetto che nel suo bel paese, Agnone, doveva essere di “casa”, per la presenza nel passato di tanti mastri ramai… Anche al mio paese, Montefalcone, questo bel recipiente in rame si chiama “tina”, tenuta in grande considerazione una volta…oggi oggetto d’ornamento, o scomparso dalla maggior parte delle case…
    SFIZIOSI, divertenti quasi, e veri, gli interverventi di Leonardo TILLI.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.