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La bustina di Marisa – Zia Genoveffa – caccavesce, fiori, fichi e pupe

di Marisa Gallo [1]

Galle delle querce
Galle delle querce

Spesso, quando io e mia sorella eravamo piccole, riportava dalla campagna delle palline leggerissime di legno – le caccavesce le galle delle querce. Con esse facevamo il gioco cantilenato ”palla, pallina dove sei stata? dalla nonnina! cosa ti ha dato? una pallina! dove sta ? eccola qua!” E a quest’ultimo verso si faceva una piroetta e si doveva riprendere la pallina al volo, senza farla cadere….Chissà se la ricordo bene, o se gentilmente qualcuno potrebbe suggerirla al meglio…

E pertanto noi la consideravamo quasi la nonna che non avevamo più, morta quando mia sorella aveva solo un anno ed io quattro.

Gladioli selvatici
Gladioli selvatici

Inoltre a fine aprile o ai primi di maggio, la zia riportava dai campi, dove andava a “munnà’ lu grane”, cioè liberarlo dalle erbacce quando era in crescita, alcuni bei fiori: i gladioli selvatici profumati e colorati, violacei, che numerosi crescevano in mezzo al grano. Ce li dava raccomandandoci: “Massere,- mo’ che sone la campane- se ijte a la funzione, purtetele a la Madonne !” Era la funzione del mese mariano e noi bambine beniamine e aspiranti dell’azione cattolica non potevamo mancare, anzi ci andavamo volentieri, perché si cantava, e ci divertivamo un po’ all’uscita dalla chiesa del convento dove si svolgeva la funzione mariana vespertina.

Pupe di fichi secchi
Pupe di fichi secchi

A settembre, invece, tornando la sera col cesto sulla testa, la zia Genoveffa riportava dei fichi; si fermava, chiedeva un bicchiere d’acqua, si riposava un momento e ci lasciava un piatto di fichi! Com’erano buoni, belli, maturi… gli stessi con i quali ci faceva le Pupe di fichi secchi – due triangoli capovolti, ma anche con testa e braccia.- I fichi erano infilati in stecchetti di canna, le braccia in giunchi; prima ci si giocava, poi li mangiavamo– come il gatto col topo- dispiaciute quando finivano … e finivano ahimè presto perché le mangiavamo subito. Ricordo che io e mia sorella avevamo sempre fame, tanto che mammà spesso ci diceva:- Ma che avete per caso il verme solitario (la tenia)?

Inoltre la zia preparava con i fichi secchi, quelli bianchi, spaccati e farciti con noci o mandorle, delle confezioni in giunchi, infornandole dopo la cottura del pane, sicché diventavano dorate, ramate, profumate, allettanti e golose! E si conservavano per il lungo inverno!

Primule somiglianti alle monachine
Primule somiglianti alle monachine

Anche noi nella nostra campagna avevamo i fichi, ma quelli della zia erano di qualità diversa. Ce n’era un tipo, le Precissotte nere, grosse, le mie preferite, oggi forse scomparse, giacché pur cercandole in giro, nei mercati o nelle campagne, io non le ho più trovate. Come non ho più trovato una qualità di fiori le Monachine”, care a mia madre, da lei coltivate con amore sul balcone di casa. Un po’ più grandi delle viole, dal colore più intenso e più profumate, dai petali dei fiori e dalle foglie cuoriformi delle piantine dure e carnose, riempivano il vaso, perché era facile moltiplicarle e duravano a lungo, specie nel nostro balcone situato a nord, e quindi non esposte al caldo afoso dell’estate. E come mi pareva bello allora il balcone! le stesse monachine coltivate anche dalla zia Genoveffa in due grandi vasi di stagno bucate e robuste, ma non più adatte al bucato, che erano state riciclate per coltivarci i fiori..

Chissà cosa pagherei per riaverne una piantina!…Purtroppo molte qualità di piante si sono estinte, soppiantate da altre importate, forse anche più belle o più facili da coltivare, ma non sono le Monachine!


[1] Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

2 commenti

  1. Antonia Anna Pinna

    La canzoncina della pallina la ricordo benissimo ed è uguale identica, la insegno anche ai miei nipoti romani insieme a quella della pecorella nella piazzetella, unica in dialetto che riescono a dire. Grazie del bel racconto Marisa.

  2. Abbiamo: passato da raccontare, parole da ricordare a occhi chiusi per sognare… ancora.

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