La Bustina di Marisa – Zia comare la Maestra, virtudo e conoscenza

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di Marisa Gallo [1]

Quando mi son trovato a leggere questo scritto di Marisa Gallo, ho pensato che esso fosse troppo intimistico, familiare, uno scritto “di famiglia per la famiglia” non adatto alla divulgazione. Mi sbagliavo: esso, infatti, ci ricorda un fatto sociale molto importante. Ci ricorda che in tante famiglie dell’Altosannio ci furono donne come la zia Comare che, sotto il peso di una responsabilità verso genitori o fratelli, rinunciarono ai loro sogni giovanili per dedicarsi, anima e corpo, ad altri.  Credo che ognuno di noi Altosanniti abbia conosciuto situazioni simili.(Enzo C. Delli Quadri)

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Zia comare la Maestra, virtudo e conoscenza

Zia Comare, a.s. 1958/59 (?)
Zia Comare, a.s. 1958/59 (?)

Ai miei tempi non si andava dallo psicologo; nelle famiglie, quasi sempre numerose, tanti figli, zii o prozii, condividevano lo stesso tetto, perché le case allora erano piccole. Le famiglie più povere addirittura vivevano in un ambiente unico: una grossa cucina col camino, in un angolo il letto dei genitori, nell’altro quello dei figli più grandi (i più piccoli dormivano con i genitori) e ai piedi del letto a volte si piazzava il telaio dove le ragazze grandi, per più anni e a turno, tessevano il corredo da sposa.

Si condividevano così tutte le situazioni, anche quelle dolorose; le difficoltà forse diventavano opportunità;   ci si abituava alla morte di fratellini o sorelline – per i piccoli suonava nel giorno del funerale la “campanella”, che aveva comunque un suono lugubre e triste, di lamento!- Me ne ricordo bene, ché dal secondo matrimonio di papà sono nati tre figli, ma è sopravvissuto solo uno, maschio. La mia famiglia non certo numerosa, attraversò quasi come tutte, le peripezie del fascismo, della guerra, dei disagi del dopoguerra, della malattia e morte di mamma, del secondo matrimonio di papà, nascita di un fratello ecc. Ma proprio in questo contesto difficile io e mia sorella abbiamo avuto la fortuna di una persona, che ci dava una mano in ogni senso: zia comare.

Zia comare già a quei tempi andava al mare, a Vasto, pur nella quasi assoluta mancanza di strutture balneari ricettive; e andare al mare potevano permetterselo solo in pochi allora. Mia sorella era anche lei un po’ gracile, e un po’ delicata, bisognosa di aria di mare- diceva il dottore, Don Corrado, a papà-. Così la buona zia comare per convincere papà a lasciar andare la sorellina con lei aggiungeva:- Compare, la bambina ci fa compagnia, gioca, va a prender l’acqua alla fontanella, mi può ricoprire per le sabbiature … Quindici giorni passano presto! Stai tranquillo, io sono per loro più di una zia! – … Così papà convinto, per il bene e la salute di mia sorella, la mandava in vacanza ……  Zia comare era la cugina di mamma- le loro madri erano sorelle e tra cugine si volevano bene!

Fu lei a battezzare sia me che mia sorella, insieme a suo fratello, zio compare, che diventerà poi magistrato. Ma vivendo egli lontano dal paese e poi sposato con moglie e due figli, non sarà né sollecito né attento ai nostri bisogni; anzi ricordo che quando veniva al paese d’estate qualche volta, io e mia sorella avevamo grande imbarazzo perfino a salutarlo –

Zia comare era la prima di cinque figli; il padre allora “guardaboschi”oggi Corpo Forestale dello Stato, come pure nostro nonno, quindi con uno stipendio assicurato e che faceva la differenza alloraaveva avviato agli studi, alla normale di Pisa, i primi due figli. Zia comare divenne maestra … Ma la sorte malvagia colpì quella famiglia con la morte del padre che lasciò cinque figli, due maschi e tre femmine … Così zia comare poco più che ventenne si caricò di responsabilità, divenne mamma dei suoi fratelli, rinunciando ad un’ottima opportunità di matrimonio, che le si era presentata a Trivento, dove insegnò il primo anno … E la cosa avrà una ripercussione marcata e forte nel suo futuro, tanto che non si mariterà più, pur avendo cercato anche durante la maturità più volte di condividere il suo destino con un uomo. Lei però lo voleva sempre più giovane -altrimenti facciamo due pignatte attorno al focolare!- soleva dire. Ma Panta rei– Tutto scorre! non ci si bagna due volte nello stesso fiume-insegnò Eraclito. E’morta a 76 anni, forse sognando ancora l’amore. Alternando illusioni e delusioni, diceva spesso: – La vita è traditrice. – Povera e cara zia comare!

Sostenne economicamente negli studi i fratelli, mentre la seconda sorella –l’unica a non aver studiato – sarà la loro mamma in casa: per la cucina, per le pulizie, per le mille necessità di una famiglia, fino a che quelli più giovani presero la loro strada con il lavoro e il matrimonio. Fino a sessant’anni questa zia condivise la vita con la zia comare, quando ad un certo punto acconsentì a maritarsi con un celibe del paese, uomo tranquillo e docile, col quale visse quindici anni. Zia comare restò sola nella casa paterna, ma la casa non fu mai vuota perché riusci sempre a riempirla della sua presenza fisica e spirituale

Per la sua generosità, cultura e posizione sociale zia comare era per la mia famiglia – e non solo per me e mia sorella – un punto sicuro di riferimento, qualche volta anche di sostegno economico. Mi spiego: non di rado capitava che ci si trovava in famiglia senza soldi. A tal proposito papà spesso si arrabbiava dicendo: -Non capisco perché alla fine di un lavoro o comunque un lavoretto di UNA SOLA giornata, il “padrone” non paga subito. Anche se è benestante ti fa sempre aspettare per il pagamento – … Ed allora c’era qualche parola brutta, qualche ingiuria, qualche imprecazione … Allora mi mandava da zia comare: – Papà ti chiede in prestito dieci mila lire, te le restituirà appena lo pagheranno! – Era la frase uguale e ricorrente che papà mi suggeriva di dire e la cosa gli pesava; ma solo zia comare era la nostra banca … non altri. Non ricordo che lei si sia mai sottratta alla richiesta. E mio padre manteneva l’impegno assunto, restituendo direttamente i soldi o con un lavoretto … Ma zia comare e la sua casa erano sempre per noi un punto sicuro di riferimento; andandoci d’inverno ci scaldavamo intorno al grande camino col fuoco sempre gagliardo e un frequente odore di dolci (che l’altra zia preparava in segreto nel retrocucina, essendo gelosa delle sue ricette). Se avevamo fame ci faceva trovare qualcosa di buono: un dolcetto o una leccornia –specialmente ci faceva bere un uovo fresco, crudo, bucato da una parte per essere succhiato – dall’altra solo un forellino per l’aria – un pezzetto di carne d’agnello, che immancabilmente in casa l’altra zia cucinava (ma lei era meno generosa di zia comare.) Una curiosità mi piace di raccontare: a casa di zia comare era consueta la presenza di “Ninno”, un giovanotto un po’ sempliciotto,sui 30 anni, ma assolutamente innocuo, che camminava dinoccolato, fulvo e con una vocina sottile, che faceva i lavori pesanti in casa: spaccare la legna, portarla a casa dalla grande cantina, locale distante 100 metri [che sembrano pochi, ma erano tanti, dovendoci andare spesso, d’inverno col freddo e la neve – e quanta ne faceva allora!] Quel giovane   era figlio di una donna minuta, vedova, con la stessa vocina sottile, che lavorava i campi di zia comare. Ebbene un giorno andando in campagna, Ninno vide un portafogli, ma non lo raccolse. La sera raccontò la cosa a zia comare, che in qualche modo lo rimproverava del suo ingenuo comportamento, ma egli rispose:- “Sig.na quande ze va pe’ ceppe, ze va pe’ ceppe; quande ze va pe’ portafogli, ze va pe’ portafogli”.- Beata ingenuità! Dei semplici di spirito è il Regno dei cieli!

Ma noi (e in particolare mia sorella che resterà in paese fino a 17 anni) sempre docili, ubbidienti, rispettose, con amore, costanza quotidiana, solerzia, senza stancarci, senza obiettare, facevamo continuamente mille e mille servizietti: la pulizia di casa, il bucato, le commissioni fuori casa –anche il taglio delle unghie ai piedi, perché zia comare piuttosto robusta era in difficoltà- e mia sorella, sartina, tanti e tanti lavoretti di cucito … A volte in cantina ci andavamo anche io o mia sorella, a prendere una bottiglia d’olio, di vino ecc…e ricordo che si sentiva entrando un caratteristico odore di melecotogne e di uva passita appesa alle mazze, e inutile dirlo che qualche chicco si spiluccava!…

Casa di zia comare oltre l’arco
Casa di zia comare oltre l’arco

Zia comare, per me in particolare, è stata inoltre un referente culturale … Era forbita nel linguaggio ed io memorizzavo con impegno le sue parole ricercate, fiera e lieta di farle compagnia, specie d’estate quando si andava un po’ a passeggio verso la cardinale, luogo più riservato alle donne per andare a passeggio, arrivando alla fontana detta appunto la cardinale, dall’acqua fresca e cristallina: una bevuta e dietro-front. Quando ero più grande per strada mi parlava del suo poeta preferito, DANTE, e poiché spesso era l’ora del tramonto, forse era presa da un senso di nostalgia per la giovinezza che passava, non certo perché lei fosse stata mai costretta ad allontanarsi dal suo paese, e recitava le belle terzine del Purgatorio canto 8° “Era già l’ora che volge il desio /ai naviganti e ‘ntenerisce il core /lo dì c’han detto ai dolci amici addio” ecc…

Ma in particolare citava il canto 26° dell’Inferno, con Ulisse e Diomede, e la famosa terzina “Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.   Ma le piaceva anche CARDUCCI, di cui spesso recitava “Davanti s. Guido” – che anch’io oggi recito ai miei nipoti – ecc. Insomma si provava insieme lo stesso entusiasmo, si camminava con lo stesso passo, pur nella grande differenza di età: io 16-17 anni, lei sui 50: a volte mostrava carattere o fantasia giovanili. C’era tra noi feeling, affetto, stima. Sia io che mia sorella la sentivamo vicina col cuore, come una madre, quella mamma che avevamo perduta da piccole.

A MARIA COLANGELO – ZIA COMARE
( provando la terzina dantesca)

Ricordo: da ragazza più importante
mi sentivo, vicino a zia comare
dall’aspetto piacevole e imponente.

   D’estate era bello passeggiare
verso la “Cardinale” al pomeriggio,
con lei, e di tante cose parlare.

Lei spesso con forbito linguaggio
ricordava il suo giovanile amore
a Trivento, ma al quale con coraggio

aveva rinunciato, ché la maggiore
sorella era di cinque fratelli.
Cos’ soffocando i moti del cuore,

sacrificando i suoi vent’anni belli,
maestra al suo paese tornava:
la “Signorina”di tanti bei monelli.

   D’aver fermato il tempo pensava:
zelante nel lavor per quarant’anni,
l’amore ideale e bello sognava,

   però mai concretizzato negli anni…
Zia comare più d’ogni altro parente
una sponda è stata, arginante i danni

   per noi, senza la mamma “referente”.
Così sia io che Bianca, mia sorella ,
confidando nella sua voce suadente,

   specie d’inverno andavamo ognor nella
sua grande cucina e presente c’era
lì zia Tecla, che sfaccendava snella.

   Pure noi facevamo giorno o sera
docili mille servizi. Poi ci davi,
allegra e generosa zia comare,

   un uovo fresco…e mentre ancor parlavi
un dolcetto o una leccornia ci offrivi.
Così con simpatia ci salutavi:

“Arrivederci e scrivi quando arrivi”.


[1] Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi. Con la sua Bustina – breve considerazione – ricorda la sua vita passata, non più attuale e non ancora antica, mentre, camminando sul viale del tramonto, spera di vedere ancora tante albe, insieme ai suoi nipoti.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

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