La bustina di Marisa – Vestale d’inverno, in memoria di mio padre

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di Marisa Gallo

Mi capita talvolta, nelle sere d’inverno, di restare sola qualche tempo intorno al camino …Se c’è ancora tra la cenere un po’ di brace, che si va esaurendo, mi concilia il nostalgico ritorno al passato….”E il naufragar m’è dolce in questo mare” …di tepore.

Sempre poi  prima di andare a letto, posiziono il parascintille, o addirittura spengo i tizzoni per non correre rischi… Facilmente da qualcuno, in parte ancora acceso, potrebbe  volare una “monachina” vagabonda e tardiva… E c’è il divano vicino… e c’è il mio giocattolo, qui all’angolo; il mio giocattolo odierno preferito: il pc!

Ebbene in qualche momento mi par di risentire la voce di mio padre: son passati 25 anni dalla sua morte … Quando veniva talvolta a trovarmi, era contento di stare a casa mia presso al camino… a cui da sempre era abituato,  una volta unica fonte di riscaldamento nei freddi e lunghi inverni del nostro paese di montagna…

Quasi gli si apriva il cuore e la mente .. se era “di genio”, cioè serenamente tranquillo…Insieme parlavamo e  la memoria andava … alla cucina della casa “paterna”: un ambiente frequentato tutto il giorno, col camino, unico, ma efficiente mezzo di riscaldamento, specie quando c’era lui papà,  che lo alimentava con un surplus, affinché ci fosse abbastanza calore… Bisognava ” prestargli cura” perché  la porta di casa/cucina  dava direttamente all’esterno e dunque si apriva spesso- e non solo; in alcune giornate particolari di vento, occorreva tenere appena aperta anche una porta interna, laccata bianca, che conduceva al piano delle camere, per creare un tiraggio maggiore di aria,  di modo che il fuoco ardesse, senza “riboccare” dal camino, affumicandoci gli occhi!

E non solo, ma era lui, papà, che si alzava prima degli altri al mattino ad accenderlo. Ed io ero contenta- egoisticamente, forse da ragazzina sbarazzina, altro che umile familiare vestale  –

Anzi quando il fuoco era gagliardo, papà stesso si alzava ad aprire l’altra  porta pure bianca laccata e vetri smerigliati,  che era in  cucina, dicendo: <Ogne tante ze d’aprì pure ‘sta salaitte, cuscì ce entre nu ccone d’aria calle!>

Era, la saletta, un piccolo ambiente adiacente, dove si andava di rado. E che si poteva scaldare così, e/o solo col fuoco di un braciere. Questo avveniva specie quando, quasi settimanalmente si faceva il pane in casa, e prima di infornare le pagnotte si vuotava il forno della brace : ne era tanta e perciò si versava in un braciere per scaldare anche la saletta…

Allora anche mammà approvava :<Sci sci, mittecele : esse addintre nen ce se pò  ije, perché sennò z’aribbive l’anguille!>

 Godibilissima invece d’estate- quando pur al mio paese si sentiva l’afa- la saletta era confortevole, ci si ricreava; avendo essa tre pareti interne e  quella esterna  a nord, sulla strada, dava sensibile refrigerio …

Ricordo che nell’estate del 60, prima di sposarmi in agosto, per allentare un po’dalle  emozionanti operazioni preparatorie per il giorno delle mie nozze, trascorsi più di un pomeriggio nella saletta,  e m’ardecrijve tante– mi rilassai tanto – leggendo un romanzo “La ragazza di Bube” di  Cassola[1], edito da poco. Me lo aveva prestato  un’amica, la cui sorella più grande frequentava l’università a Napoli, dove lo aveva comprato per sé.  Io non avevo soldi per comprarlo… Mi piacque molto… Soprattutto perché anche nel nostro paese allora si faceva un gran parlare di partiti politici e c’era  una verosimile  “sfida” tra i giovani  del PCI e quelli della DC…   Certo non mi attraeva allora la politica, né i fotoromanzi, che pure giravano per casa;  li leggeva mammà ed anch’essi eran riciclati dalle sue giovani nipoti, signorine, che venivano dalla città a trascorrere in paese, con noi, qualche settimana d’estate, in pineta…e glieli portavano, dopo averli letti loro.

Ricordo che mio padre , in casa “nostra” d’inverno, non lasciava mai il fuoco languire …  Senza por tempo di mezzo, andava giù in cantina a prendere altre bracciate di “scaruìche[2] dopo averle spaccate, a mano, con l’accétta,  su misura anche per il forno, di modo che questo raggiungesse una buona temperatura per la cottura del pane,  scegliendo in cantina dalla catasta quelle più stagionate.

 Era attento papà  al proprietario venditore di legna, che  non avesse tutto il bosco a la “Verraine– cioè tutto a NORD -dove  c’era poco sole e soffiava la tramontana o borea, perché diceva che la legna si manteneva sempre umida e non  avrebbe dato una bella resa. A questo punto non so se ricordo male… ma spesso papà andava a rifornirsi di legna dai fratelli Antenucci di Roccavivara…  e ne comprava sempre 2 o 3 “canne”[3]così in dialetto. Mi sbaglierò!? No lo so.

 E non faceva mai mancare nel camino  un tronchetto piuttosto grande nella parete  posteriore, che fungeva  da alare…

Tutto scorreva più facile e più bello quando papà era d’inverno a casa…

 Difatti, quando lui ai primi di marzo…ripartiva come lavoratore stagionale, per la Svizzera  …  toccava a me accendere il fuoco…e l’inverno, a marzo, non era affatto finito…! Ed io non godevo di essere una sacerdotessa intenta al fuoco sacro…e specie se era già suonata una prima volta la campanella della scuola …Io abitavo molto vicino all’edificio scolastico, ma volevo correre e arrivarci anch’io qualche minuto prima dell’entrata, per giocare con le compagne un po’ alle belle statuine e/o   ai colori, oppure a “commare hai fatto il pane!?”…

Pertanto non dimenticherò fin che campo, il grande disagio specie dell’accensione: quei ceppi non troppo secchi, che facevano bizze e fumo, ma soprattutto la scarsa disponibilità di carta, che il più delle volte, per risparmiare tempo e “polmoni” mi costringeva a dover chiedere al vicinato  “in prestito  una paletta di fuoco!” Restituita poi all’occorrenza!

Ahi ahi!! oggi ci son montagne di carta da smaltire e fortunatamente ci si provvede  con la raccolta differenziata e quindi il riciclo!!!

Ecco, se ora qualche sera resto sola,  ricordo quando papà stando a casa mia a Pescara, accanto al camino, riconosceva la corteccia e la pasta del legno che ardeva, pezzo per pezzo: se fosse di quercia, di frassino, di olmo, di faggio…

E mentre fumava mezza sigaretta – se per caso la fiamma un po’ s’infiacchiva- mio padre che in verità non era molto loquace, con una smorfia del viso alquanto amara,  soleva dire :< Una legna non fa fuoco, due ne fanno troppo poco!>

E a sua volta ricordava qualcuno del paese, che anche benestante, viveva da solo, senza una compagnia, e specialmente senza eredi…

Non conosceva la metafora, ma sapeva usarla all’occorrenza.

Un anno, ricordo, mi era capitato un carico di legna  niente affatto di mio gusto: in maggioranza pezzi troppo piccoli, tondini dei rami, che -si sa -ardono presto e pertanto danno più lavoro .. Allora altro che una Vestale …Senza aver tempo e consacrazione di sacerdotessa, ero costretta continuamente ad alimentare il fuoco… Pertanto io mi stavo lamentando del pressappochismo con cui quell’anno ci avesse rifornito di legna il rivenditore … Ma mio padre forse per consolarmi…mi fece riflettere.


 <Nen te fa na malatuie. N’anne passe soubbete ! Cheisse piure ce vo’: lu pizze grusse mantè lu fuche, ma  servene piure cheisse, le piccuele, te fanne la fiamme belle e allegre… vuide te fa ije cchiù  lluntane da la ceminire … Ija sapài ca ere accuscioì piure a la fatouije : lu mastre pertave avante lu lavore grusse, nche lu sapè fa’, nghe l’arte sae ,  ma aveva  tenè’ atturne lu manuuale giovene; e quande lu mastre ije feischieve  e da come ije feischiaeve,  quille faceve la parta sae: ‘mpastave lu cimente, pigliaeve e rveltave le prete, e cercave quelle che servuive e sennò a voglie a feschiè lu mastre, se  lu manuuale  nen curroeve… Ce stave cacche rara volde che lu mauuale ere ‘ngambe e deve le punte a lu mastre, che z’avvaloeve di eisse …Ma ce stave piure quille che nn’ere ‘ bbune e nen ze l’mparave l’arte, nen guardave, n’addusuloeve lu mastre, e vuloeve fa’ de coccia sae… Eh, ije puteve  ijeèi bbune, ma ijèi puteve ijei…male. Eh, allore ze n’avevea  ije a cercà n’aldra fatuije…o n’ueldre mastre… Ma po’veramente a lu puste de lavore ce stave bbuone piure lu fischie allegre e la forze de lu uaglione/ manuuale , che  fateijenne, cantave senza penzire e ze sentuive darasse e arregneve l’arie!   E’  come tae, che fij la maestre a la scaule. Tu ije le fi vvedai a le uagliune gne ze fa na cause, ije le spieghe bbone, ije le fi fà cchiù de na volde …Po’ se quille ze l’mpare è bbuone, se le  capisce te dà suddesfazione e t’arrengrazie…Ma -ze sa- che nen arrescene tutte accuscioi a lu ‘mparà’…   E allore pacinze… ze fa quille che ze po’ fa’,’nche lu duvoere e lu piacioere! ‘Nna vuite ce vo’ de tutte: chi fa da mastre e chi da manuuale!   Come ‘nnu fuche: ce vo’ le pizze  piccuele e chille  grusse.


<Non fartene una malattia; questi pure ci vogliono: il pezzo grande “regge” il fuoco, ma servono anche questi piccoli, ti fanno la fiamma bella e allegra…vedi ti devi allontanare dal camino!  Era così anche al lavoro: il maestro portava avanti il lavoro grande, col suo saper fare, con la sua  arte, ma doveva avere accanto un manovale giovane; e quando il mastro gli fischiava, quello faceva la sua parte: impastava la malta, prendeva e girava le pietre, e cercava quello che serviva, altrimenti inutilmente fischiava il maestro, se il manovale non correva…C’era qualche rara volta in cui  il manovale era davvero in gamba e dava “punti” al maestro, che si avvaleva di lui…Ma c’era pure quello che non era capace e non imparava il mestiere, non guardava, non ascoltava il maestro, e voleva fare di testa sua …Eh, poteva andargli bene, ma poteva andargli male. Eh, allora se ne doveva andare a cercare un altro lavoro…o un altro maestro…. Ma poi veramente, sul posto di lavoro, ci stava bene anche il fischio allegro e la forza di un  giovane/ manovale,  che lavorando cantava spensierato e si sentiva lontano e riempiva l’aria! Del resto è come te, che fai la maestra a scuola. Tu fai vedere ai ragazzi come si fa una cosa, la spieghi bene, gliela fai fare più di una volta…Poi se essi l’imparano è bene, se capiscono ti danno soddisfazione e ti ringraziano… Ma -si sa -che non sempre riescono tutti così nell’apprendimento. E allora, paziena, si fa quel che si può fare, col dovere e col piacere.  Nella vita ci vuole un po’ di tutto: chi fa da maestro e chi da manovale! Come nel fuoco: ci vogliono i pezzi piccoli e quelli grossi.

E ricordava  che  lui …già a sette anni aveva seguito suo padre muratore  imparando il mestiere, che poi aveva perfezionato con un altro “mastro” del posto -zi Silvio Rossi – divenendo presto autonomo e “mastro” a sua volta.

Caro papà, aveva frequentato solo la seconda elementare…ma mi diede  una lezione di speranza, ed  anche di pedagogia dell’età evolutiva, “di didattica concreta, “applicata”, di avvicendamento della vita umana semplice e fattiva…quando ancora l’apprendimento in genere era trasmissione di cultura e di valori basati su capacità, amore e volontà di apprendere…era preparazione di studio e tecnica, pur con pochi mezzi e poca presunzione, con meno decreti delegati, ma molto rispetto…

Dunque durante il suo apprendistato/ lavoro papà aveva sentito tante volte   “fischiare e fischiettare”  e perciò  spesso di gusto- abile ed intonato- egli faceva altrettanto, durante il lavoro.

Rinfrancata allora dai suoi racconti mi sembrava più leggera e meno faticosa la mia arte di novella Vestale, accanto al camino. Vano desiderio ora di rivivere quei momenti sereni con mio padre,  piuttosto rari… ma  che pur ci sono stati nella sua lunga vita, dura, dolorosa e laboriosa.


[1]  Dal romanzo di Cassola“«È cattiva la gente che non ha provato dolore. Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno»
[2]Scaruìche: pezzi di legna spaccati, lunghi 70/ 80 cm, adatte al camino e al forno, nei paesi d’una volta…
[3]canna: quantità di legna accatastata, forse UN metro CUBO!?

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