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La bustina di Marisa – Sant’Antonio Abate e …il maiale

di Marisa Gallo [1] 

A gennaio, quand’ero piccola, un rito avveniva a casa mia, ma direi in quasi tutte le case del mio paese, Montefalcone nel Sannio, quello del maiale

Mio padre ha lavorato per 25 anni in Svizzera, come scalpellino, dal 54 all’80 circa e, da lavoratore stagionale, vi dimorava da marzo a dicembre, tornando in famiglia qualche giorno prima di natale. Il suo ritorno, quando eravamo piccoli, era una gran festa. lo aspettavamo con ansia – eravamo in tre: io, la maggiore, la sorellina e un fratellino ancora più piccolo. I suoi baci erano “sonori”, rumorosi e calorosi per il tempo trascorso lontani. Erano baci di dolore quando a marzo egli ripartiva per la Svizzera, ma, quando a dicembre tornava, erano di grande affetto, di speranza! Ci riportava anche parecchie tavolette di cioccolata che però dovevamo razionare, per farle durare più a lungo… Insomma quando tornava papà, la vita in casa cambiava un po’ … Anche il fuoco nel camino era più allegro e più alacre. Le scariche – la legna che papà preparava, spaccando i pezzi di tronchi – più lunghe e più grosse, facevano una bella fiamma, che inondava tutta la cucina; il caldo entrava anche nella saletta adiacente, ove generalmente si andava di rado…

Ebbene, al suo ritorno papà provvedeva subito a procurarsi il maiale. Più spesso avveniva che papà si accordasse con qualche paesano o amico, coltivatore e/o allevatore, per un mezzo-maiale, cioè comprava la metà di un bell’animale, grosso e grasso. Sì grasso, lo voleva mio padre! Anzi parlando, a volte, allargava le quattro dita e, in segno di grande soddisfazione, soleva dire : ma che bella bestie, st’anne; tè quattre detere de larde! Eh già, perché a quel tempo il lardo, come e più ancora della ventresca, veniva essiccato in pezzi, appeso in cucina e usato via via come condimento, insieme all’olio, per il sugo della pasta e di ogni altra minestra. Lo stesso avveniva con la sugna, usata anche per conservare la salsiccia… e il colesterolo dovevano ancora …inventarlo! Ma ritorno al maiale…

Se il maiale era comprato a metà, c’era una mia intima e segreta gioia. Tutto era molto più semplice, più normale, più accettato …Perché?? mi spiego. Talvolta papà decideva di ammazzare un maiale “intero” quando e se voleva avere più carne a disposizione per salumi ed altro. E, allora, il problema si faceva più serio. Innanzitutto papà incaricava qualche amico, residente in paese di procurargli-direttamente se allevatore – o anche indirettamente “nu belle pescastre”, cioè un maiale di medie dimensioni, che noi per un paio di mesi dovevamo allevare in casa—per ingrassarlo!—Già! E ciò comportava il coinvolgimento della famiglia intera; bisognava fargli il pastone mattina e sera; al mattino con l’acqua “chiara” si impastava la crusca, un bel beverone, non certo liquido, e identica cosa si faceva la sera, con l’acqua di cottura della pasta, detta “lavature”, salvata per impastare la crusca se c’era il maiale, o semplicemente usata per lavare i piatti, quando non serviva per altro. Ma durante il giorno il maiale aveva sempre nel truogolo le ghiande o della frutta e vi grufolava continuamente… Purtroppo quelle ghiande erano il frutto delle “passeggiate” che io e la sorellina quasi ogni giorno, verso ottobre–novembre, facevamo nel pomeriggio, lungo la rotabile, dove numerose crescevano le querce… Noi le raccoglievamo, anche attente a scegliere quelle migliori, spesso per giocare con quei bei cappelletti, dopo a casa…Le raccoglievamo riempiendo una sporta con due manici di legno, senza addentrarci nei campi, sia per rispetto della proprietà altrui, ma anche un po’ timorose di inoltrarci.. <E se esce nu lupe?! > diceva qualche volta la sorellina!! Ma io, più grande di lei di tre anni, la tranquillizzavo…dicendo che il lupo usciva solo la notte! insomma bisognava ingrassare il maiale ben beneera il desiderio di papà e quindi il suo ordine.

E qui non posso tacere la digressione un po’ amara di un mio ricordo …Sempre sui dieci anni, una sera avvenne che appena scolata la pasta e preparato il pastone per il maiale, papà mi comandò di portarglielo e <T’arcummanne, stacce attente, nu poche, almene fine a che nen ze ne magne mezze, sennò quille ce farfuglie e le spreche…> Di solitp era papà che svolgeva quel compito ma quella sera, forse più stanco del solito, affidò a me il compito. Accadde però che stranamente io mi addormentassi, mentre il maiale consumava il suo pasto… Il maiale stava in un angolo della cantina in un piccolo recinto di legno – montato per due, tre mesi all’occasione – con la paglia e andava pulito ogni mattina o quasi. Quella sera forse mi vinse la stanchezza o forse il tepore!? Fatto sta che mi accoccolai in un angolo di fronte, fra le damigiane del vino e mi addormentai…sognando forse le più belle ghiande, dai magnifici cappelletti… Passati dieci quindici minuti, papà non vedendomi risalire a mangiare, mi chiamò, si affacciò dalla cataratta –la botola che immetteva nella cantina- guardò vicino al RECINTO del maiale, ma io non c’ero!!! Cioè lui non mi vide! Era notte ormai … Preoccupato uscì, mi cercò nel vicinato, arrivò fino alla casa di zia comare dove era sicuro di trovarmi… Niente! Rientrò quindi direttamente in cantina; inaspettatamente mi scorse e mi diede un sonoro ceffone! Adirato e preoccupato!!! E’ stata una delle due sole volte che mio padre mi ha picchiata! A ragione o Ingiustamente!? …Ancora oggi non lo so.

A Marzo, ripartendo per la Svizzera, papà era solito portarsi qualche salume o un pezzo di lardo essiccato, perciò, non oltre i primi di gennaio occorreva procedere al rito dell’ammazzamento del maiale!  

CHE GIORNO, QUEL GIORNO! Ci si svegliava tutti all’alba in un trambusto, un andirivieni concitato: veniva il macellaio o qualche amico di papà o qualche vicina. Si preparavano: un fuoco gagliardo in cantina, e la “callara” per bollire l’acqua e spellare il maiale, arnesi vari, coltelli di varia misura, pentole, mestoli, palette di legno, ma soprattutto scoppiava il batticuore di noi bambini! Restavamo ancora un po’ a letto al secondo piano della casa, ma pur otturandoci le orecchie… percepivamo i grugniti e l’urlo del maiale… scannato… che straziava specie la sorellina e il fratellino più piccolo… Anch’io avevo dispiacere, ma mi facevo forza a consolarli: vedrete, tra un po’ è tutto finito! dai che in fondo è un maiale! dai che poi mangiamo il sanguinaccio, che è dolce, con i biscotti sbriciolati…>

E dopo qualche ora- ma Dio sa quanto lunga per noi- tutto terminava! Proseguivano le operazioni di pulizia, si appendeva il maiale ad un gancio da un tendine della zampa posteriore – ricordo che dopo scolato, papà se lo caricava sulla spalla con facilità e lo portava nel terrazzino “a la serene” della notte e subito dopo si consumava il pranzo —con allegria, ma senza eccessi… Non erano connaturati, a papà, gli eccessi, mai.

Due giorni al freddo della notte; quindi, si tagliava la carne per salsicce e salumi; anche noi bambine maneggiavamo alla meglio i coltelli; spesso si mettevano a sfrigolare nella “fesseora” – un tegame basso, di ferro – i pezzettini, sia di carne che di fegato, per gli assaggi,. Che buoni, mangiati ancora caldi e saltellanti nella padella…

Ricordo che un giorno mia sorella chiese a tavola: <Papà pure lu perchettille di Sant’Antonio streille se l’accidene!? Sant’ Antonio ne je fa lu meracule!? Ma papà indaffarato – o indifferente – così rispose <nen te preoccupà, ca pe’ mau lu perchettille è ceninne (PICCOLO)…z’accidene solo le purche grusse!>  Dopo quella risposta ci sentimmo come rincuorati. La sorellina forse si riferiva ad un maialino visto qualche volta per strada, “libero e indipendente”…

Infatti c’era l’usanza nel paese di allevare un maialino che girava libero, che ogni famiglia   nutriva – ad libitum- a piacere , a discrezione;   fatto grande, esso veniva venduto e il ricavato usato dal comitato per i festeggiamenti paesani. Oggi ci sono ben altre iniziative: corse di vario genere, lotteria, balli in piazza.. E poi… e poi… e poi…arrivava presto il 17 gennaio, la festa di SANT’ANTUONE ABATE, anacoreta egiziano, che trascorse la sua vita in ritiro, in penitenza, e più tardi divenne Abbà “padre” di altri monaci, che nientemeno a quel tempo, col grasso di maiale preparavano degli emollienti per curare le piaghe, specie quelle dette oggi il “fuoco di S Antonio”… Così egli divenne il santo protettore degli animali domestici, e la sua immagine era in tutte le stalle … In molte abbazie e chiese del mondo è proprio il maialino- che accompagna nei dipinti sacri il Santo eremita, dalla lunga barba bianca, segno della sua longevità: forse 105 anni di vita penitenziale! Più tardi, forse nel Medioevo, si cominciò a raccontare una leggenda, per cui Sant’Antonio una volta si recò all’inferno, per strappare al Diavolo l’anima di alcuni morti. E nello scompiglio creato fra i demoni, egli accese col fuoco infernale il suo bastone e lasciò l’inferno assieme al suo animale : così, donò il fuoco all’umanità.

Nacque anche la rappresentazione delle “tentazioni “subite dal monaco a opera del demonio “S. Antonio a lu deserte!”…che si svolgeva la sera del 16 gennaio. “Gli attori “ in un contesto di allegria facevano la “questua”,   di beni alimentari in una dimensione quasi orgiastica. Cantando proprio tra l’altro   <”‘nghe ddu dite de salcicce Sant’Antonio ce se ’mpicce..! i giovani si rivolgevano al padrone di casa, che non lesinava certo il dono o un buon bicchiere di vino!

le farchie di MONTEFALCONE NEL SANNIO

Bruciavano i falò, le “farchie” per le strade del paese, come la sera della vigilia di Natale, accompagnando il canto con il suono d’organetto e qualche altro strumento !! ?? Non lo ricordo bene, ma sempre la festa di SANT’ANTUONE  era una delizia per i bambini, che si divertivano ascoltando o cantando appresso ai grandi …

Credo che tuttora questo rito sia eseguito al mio paese…Come pure è diffuso il rito della benedizione degli animali domestici, sui sagrati delle chiese, in molti borghi del Molise e dell’Abruzzo!!!


[1]  Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

 

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    Grande Marisa, ci hai riportato alla nostra infanzia con una dolcezza infinita. Tutti abbiamo vissuto queste vicende ma ognuno ha la sua storia che può arricchire un mondo dove i personaggi erano attori principali compresi gli animali e i Santi. Bravissima

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