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La bustina di Marisa: Piccolo segreto ricordo – La Madonna dei sette dolori

di Marisa Gallo

A Pescara Colli, nell’antica chiesa-santuario affidata ai frati francescani, la prima domenica di giugno si festeggia la Madonna dei sette dolori, che gode di grande devozione nel quartiere dei Colli – oggi assai popoloso, rinnovato e moderno – ma anche da parte di tutta la cittadinanza pescarese e dei dintorni.

Ogni anno in questa festività si riaffaccia alla mia mente un antico ricordo e sempre la statua della Madonna dei sette dolori mi suscita un qualcosa di strano e doloroso in cuore, e non solo per la dimensione iconografica.

Nella mia infanzia ho vissuto a stretto contatto con la zia comare – la mia figura femminile di riferimento più importante – giacchè ero orfana di madre. Lei mi ha in qualche modo plasmata; l’educazione e soprattuto l’istruzione mi son giunte mediate da lei e da me recepite con gradimento, avidamente e con empatia.

Ebbene, tra gli oggetti posseduti dalla zia – ma qui forse sarebbe meglio dire al plurale, dalle zie – c’era una piccola Madonnina dentro una custodia di vetro, posta sul comò della loro camera da letto. Le due zie, Maria e Tecla, sorelle nubili sui cinquant’anni, vivevano insieme, e così per tanti anni. Una terza sorella, Anna, pure maestra e molto bella, andò sposa giovanissima in un paese limitrofo, e c’erano anche due fratelli, distanti fra loro per età: formavano una bella famiglia, pur loro rimasti assieme dopo la morte dei genitori. Nel racconto odierno il ricordo riguarda molto più direttamente zia Tecla, sorella poco più piccola di zia comare, l’unica dei cinque fratelli a non aver studiato.

Mentre zia comare, maestra (quindi con uno stipendio mensile), provvedeva e controllava le finanze della famiglia, zia Tecla – bontà sua! – aveva sostituito, per sostenere i fratelli, la madre scomparsa, addossandosi, con pari o forse maggiore responsabilità, il peso di tutte le faccende domestiche, tanto che la casa era il suo regno e lei la “padrona” della sua conduzione, in un tempo in cui tutto veniva fatto “manualmente” e, perciò, con fatica!

È vero però che pur lavorando sodo in prima persona, in casa ella aveva e godeva di tanti aiuti, soprattutto della presenza quotidiana di due persone accudienti e collaboranti per le faccende più pesanti: una vedova e suo figlio Ninno. Non ultimi, anche di piccoli e solleciti aiuti dai vicini di casa, o da persone che zia comare “beneficava” coi suoi interventi, come scrivere una letterra a parenti lontani, provvedere a un documento ecc… Infine, anche io e mia sorella eravamo sollecite alle loro richieste.

Frequentando la casa giornalmente, io e mia sorella ne conoscevamo usi e bisogni, e non era concepibile per noi rifiutarci di collaborare ad ogni ora per qualsivoglia piccola necessità casalinga in cui poter intervenire: quelle comuni quotidiane ma anche, in particolare, quelle che riguardavano lavori più impegnativi, diciamo “di stagione”.

In particolare, ripenso alla preparazione in inverno dei salumi, e quasi ancora con apprensione a quella, in settembre, della salsa di pomodoro – che si passava a mano! – in uno o due passini bucherellati che consumavano i polpastrelli delle dita.

E poi le centinaia di bottiglie, riempite del prezioso, profumato e buon prodotto da dover tappare e legare a mano con nodi particolari che richiedevano pazienza, forza e… tanta volontà – che non ho mai imparato a fare, per un inspiegabile rifiuto!

Certo, a quel tempo, nelle famiglie le persone si “prestavano”, in queste occasioni, reciproco aiuto fin dal primissimo mattino perché occorreva terminare il lavoro e mettere a bollire la bottiglie a bagnomaria  prima di notte. Poi, quest’ultimo sforzo. L’attizzare il fuoco per far bollire la caldaia era un compito quasi esclusivamente “riservato” a Ninno e/o a sua madre, familiari collaboratori della casa delle zie e che coltivavano pure un terreno, un orto poco distante dal paese, verso la zona della Cardinale, fornita di varie sorgive. Di loro ho raccontato in una bustina tutta dedicata a Ninno e alla… serendipità.

Le zie facevano sistemare la caldaia con le bottiglie, spesso poco lontano da casa, sotto a lu suppuorte, vicino alla cantina, dove poi il prodotto sarebbe stato “archiviato”.

E siamo giunti nella cantina di zia comare. Luogo indispensabile e interessante, che ogni famiglia doveva possedere, immancabile pertinenza, necessario luogo di sgombero familiare come deposito di provviste, legna e di tutti gli oggetti non più in uso, bensì da conservare. Luogo, dunque, intrigante e a suo modo fascinoso. La cantina, per un verso o per l’altro, veniva visitata anche più volte al giorno.

Quando ci andavo da bambina, vedevo spesso, in un angolo, una vecchia cassapanca in legno o forse un baule, contenente libri vecchi, retaggio degli studi dei fratelli. Ad essi, talvolta, davo uno sguardo ma alcuni erano in una lingua per me ancora incomprensibile, tanto che la zia mi diceva a volta: «Aspetta qualche anno ancora e lo studierai pure tu. Sono libri di latino!».

Si richiudeva così la cassapanca, sopra la quale si rimetteva a giacere una specie di campana di vetro, alta 40-50 cm., un po’ segnata, che era stata sostituita da una nuova custodia per la Madonnina Addolorata che troneggiava invece sul comò di casa, con tanta cura e devozione dalle due sorelle Maria e Tecla.

Terminate le nostre commissioni in cantina, attraversando l’arco Sanchez, si tornava a casa a meno di 200 m. Qui restavo ancora, specie d’inverno, accanto al grande camino, leggendo qualche pagina che zia comare mi consigliava; oppure, se avevo avuto ordine di tornare subito a casa mia, imboccavo a scapicollo la vie de lu mure routte per arrivare prima.

Ogni volta che le zie mi mandavano in camera, io vedevo quella Madonnina con le sette spade che La trafiggevano, e un poco mi rattristavo.

Doveva essere un oggetto molto prestigioso, forse appartenuto ai loro genitori, perché vi erano molto affezionate. A maggior ragione, zia Tecla, ordinata custode della casa, mi ripeteva spesso: «Marise, tu che tjé l’ucchie bbuone, se vide che ce sta la paulvere sopra a la Madonnine, lèvele. Po’ la Madonnine t’arcumpense!». Ed io così facevo.

La consuetudine della cura quotidiana aumentò al punto che ije ce cumenzive a fa l’amoere con la Madonnina, quasi fosse diventata mia! Lei, un oggetto caro anche al mio cuore, così bella e dolorosa! Mi piaceva e mi addolorava a un tempo.

Quand’ero al suo cospetto, in camera, mandavo un bacio a quella Madonna vestita di broccato nero, ricamato in oro e di fattezze uniche ed artistiche. Proprio come avevo visto fare alle zie, senz’altro di più alla zia Tecla, cchiù santocchie!

Lei, infatti, diversamente da zia comare, era assidua frequentatrice della parrocchia e spesso si prendeva cura di cambiar le tovaglie degli altari e di rinfrescarle, o talvolta di cambiare i fiori, specie nel mese di maggio, quello della devozione mariana, non disdegnando l’aiuto di qualche ragazza di passaggio, o di sua conoscenza, che poi ricompensava con un dolce fatto in casa, essendo “maestra” ed esperta di cucina e di dolci.

Sono passati in fretta gli anni della mia adolescenza, e ricordo che quand’ero in convitto a Trivento per frequentare il quarto anno delle magistrali, appresi con una certa meraviglia che zia Tecla aveva preso la decisione di “maritarsi” nella terza età – questo lo pensavo io diciottenne, visto che in realtà aveva appena 46 anni.

Le due sorelle, vissute sempre al fianco, dovettero separarsi: zia Tecla si era innamorata, si era convinta che vivere con un uomo sarebbe stato meglio!? Si era fatta convincere dalla bonomia dell’uomo, un falegname che in paese era ritenuto bravo ed accorto, fino ad allora vissuto con gli anziani genitori ed un fratello, maestro, più giovane di lui e persino scapolo.

Non so cosa avvenne di preciso. Io ero in collegio e non fui neanche presente alle loro nozze: so che un antico proverbio di paese recitava: «Meglio nu marite ceppetille che nu fratello imperatore».

Era stato questo inconscio e valido richiamo del proverbio a convincere zia Tecla?

I ruoli erano allora molto chiari per entrambi i partner tanto che, per la soggezione della donna, a quel tempo sarebbe stato meno probabile un fatto di cronaca triste e tragico come quello di alcuni giorni fa a Francavilla al Mare! E si sentiva parlar meno di aberranti femminicidi da parte di compagni o mariti…

Comunque sia, il matrimonio di zia Tecla, sulle prime, non fu accettato da zia comare, la quale restò purtroppo sola! Lei, che non sapeva disimpegnarsi nelle faccende domestiche, dovette imparare a «coniugare Dante e Carducci con la cucina». Proprio allora, che non aveva forse più quella bella e fervida memoria giovanile che la faceva grande ai miei occhi!?

Credo che oltre all’insegnamento la zia trovò un modo diverso di vincere a casa la solitudine dei giorni interminabili, specie d’inverno, pur possedendo già la TV.

Imparò a lavorare bene all’uncinetto – arte riservata quasi esclusivamente a zia Tecla – tanto da prenderci gusto, e dopo i primi piccoli lavoretti, cominciò a realizzare due belle coperte di cotone.

Era un modo nuovo di sognare l’amore, pure lei ultracinquantenne, e di poter divagare con la mente e il cuore, mentre le mani incrociavano i vari modi/punti di quell’insolito e nuovo lavoro.

Fatto sta che trascorse da sola gli ultimi suoi anni in quella grande casa. Operosa, sedeva davanti casa, vicina a due dirimpettaie, con loro scambiando qualche chiacchiera. Più spesso si attardava, lavorando all’uncinetto dietro quella finestra dalla cornice gialla (che si vede in fotografia).

Nel frattempo, io, poco più che ventenne, m’ero sposata e da parecchio trasferita altrove.

Passato qualche tempo, le due sorelle fecero pace e zia Tecla tornò spesso nella casa paterna, «per vedere come sta Maria!» era solita dire. La zia Maria venne a mancare non molto tempo dopo, a 76 anni.

Di quei giorni – era il giugno 1981 – ricordo pure la morte del piccolo Alfredo Rampi, caduto in un pozzo artesiano a Frascati; episodio che fece fermare l’Italia intera, con la cronaca in diretta TV del salvataggio, ahimé non riuscito. Che dolorosa esperienza, essendo anch’io allora madre di due figli, di cui il minore poco più grande di Alfredino!

Alla morte della zia comare, io ero lì con zia Tecla, che le sopravvisse, e mentre lei, quella sera, preparava dei bustoni con diverse cose – tra cui le due coperte di cotone – che voleva trasferire nella casa maritale, quasi senza malizia le chiesi: «Zia Tecla, quella Madonnina!!!».

Non feci a tempo a finire la frase che zia Tecla rispose subito che l’avrebbe regalata a sua nipote Angela, figlia del fratello, insieme alle due coperte di cotone fatte dalla zia comare negli ultimi anni di vita.

Mi vergognai di dirle che mentre Angela, più piccola di me di qualche anno, venuta a Montefalcone solo due-tre volte, probabilmente non poteva conoscere l’esistenza di quell’antico cimelio, al contrario ije ogni jurne da huaglieone, ci avè fatte l’ameore, l’avrei insomma tanto desiderata come ricordo di zia comare.

Nessuna obiezione fu avanzata da parte mia, visto l’implicito diniego, tanto repentino e diretto! Né so immaginare su quale comò si trovi ora, quella Madonnina Addolorata, col cuore trafitto da sette spade.

Oggi le care zie non ci sono più. Restano i ricordi, e questa mia bustina, tandem – finalmente – e fortiter – coraggiosamente –, è una pura confessione fatta coram populo – in pubblico! (Il latino, quella lingua che anch’io ho poi imparato, proprio come aveva detto la zia nella sua fantascientifica cantina, sotto a lu suppuorte).

Permettetemi una digressione finale, che forse potrei “saltare”, così come ne “I promessi sposi” Manzoni avvertiva i lettori prima di parlar del cardinale Federigo Borromeo. Volevo dire che tra i polverosi  cimeli di quella cantina c’era un altro oggetto che m’incuriosiva non poco: un vecchio pendolo, stanco di segnare il tempo, comunque appeso al muro, con una sola lancetta, per cui io, bambina, pensavo: «Sfido che non cammina! Come fa a segnare le ore se manca la lancetta dei minuti?». Ed ora son curiosa: vorrei tanto sapere che fine abbia fatto! Avrà ripreso vita tra le mani di un orologiaio qualificato o sarà appeso in un negozio di antiquariato? Sarà tornato a segnare le ore sfidando il tempo?

Qui e ora è bene chiarire che io e mia sorella non eravamo nipoti dirette delle due care zie, ma figlie di Irma – nostra amata madre scomparsa ahimé troppo presto –, una sorella-cugina (anticamente si diceva così in paese). Noi due fummo battezzate proprio da zia Maria, meglio e per sempre chiamata zia comare.

Editing: Francesco Mendozzi
Copyright: Altosannio Magazine

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

2 commenti

  1. Enzo Carmine DELLI QUADRI

    Ho trovato molto emozionante la frase …un vecchio pendolo, stanco di segnare il tempo, comunque appeso al muro, con una sola lancetta, per cui io, bambina, pensavo: «Sfido che non cammina! Come fa a segnare le ore se manca la lancetta dei minuti?».
    Ecco….un vecchio pendolo con una sola lancetta NON PUÒ SEGNARE IL TEMPO.

  2. EH GIA’… OCCORRE PER RIMETTERE IN MOTO LE COSE- E TALVOLTA ANCHE I SENTIMENTI-UN INTERVENTO “MIRATO” SPECIFICO E SENTITO. OCCORRE LA VOLONTà DI FARLO!

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