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La Bustina di Marisa: Lungo la Siberia

di Marisa Gallo [1]

Quando sento il suono di un organo, non posso fare a meno di tornare indietro nel tempo, alla mia prima giovinezza. Così ieri sera, mentre il nipotino della mia vicina suonava per la prima volta l’organo, appena comprato per il suo decimo compleanno dai nonni– e che siano essi benedetti, per tutto l’affetto che riescono a dare al bambino, oltre alla sponda sostanziosa per i genitori –   io sono “tornata” a Montefalcone nel Sannio, il mio paese natio.. .

Correva l’anno 1957.

Anno in cui mi sono diplomata a Trivento. Tornando a casa all’indomani degli esami di stato,-il 26 luglio, per la precisione – non ho ritrovato a casa ”mammà” – così io e mia sorella chiamavamo la matrigna- e il mio fratellino piccolo di otto anni, perché mio padre li volle con sé in Svizzera, dove lui lavorava, per tutta l’estate .

A mezzo lettera, come allora si usava, non essendoci certo i cellulari, prima che mammà partisse papà aveva pregato due sue sorelle di tenerci con loro – me e mia sorella..: io da una zia, mia sorella dall’altra … zie che, abitando in paese, ci volevano bene e ci ospitarono volentieri.

Questa mia zia abitavalungo la Siberia dove, fortunatamente per me, c’era pure una ragazza, diplomata da qualche anno, pure lei maestra, poco più grande di me: bella ragazza, solare, bruna, aperta e gioviale. Ci conoscevamo certo, ma senza grande familiarità; invece quell’estate , senza por tempo di mezzo, con naturalezza la nostra frequentazione si sostanziò e diventammo“molto amiche” . E in seguito cominciammo a frequentare lo stesso corso di preparazione al concorso magistrale…

In particolare era aperta e cordiale pure sua madre, che essendo magliaia, sapeva “trattare” con le persone. Era il tempo in cui quasi tutto si faceva in casa e quindi za Egidia –(questo il suo nome, ma beninteso non zia , si chiamavano così tutti gli anziani, per una naturale forma di rispetto)- era sempre molto occupata. Una stanza “della maglieria” era un intrico di lane, di cotoni, secondo le stagioni, uno sfolgorio di colori, un congruo numero di capi finiti o solo da raccogliere le ultime maglie e cucirli, per essere riconsegnati ai clienti.

Conservo di za Egidia un grato ricordo: mi regalò quell’estate due matassine di lana celeste, con cui io stessa feci con i ferri i polsini ad una mia mise di flanella, a fiori! Giacché mi sapevo destreggiare abbastanza coi lavori ai ferri e all’uncinetto.

Com’era bella quella mise! La indossavo la domenica, per andare alla messa cantata, delle 11, la messa forse più piacevole, oltre che sacra, come certo erano anche le altre.

Mi piacque subito il carattere di questa amica : sincera -forse anche troppo- diceva quello che pensava; consigliava secondo il suo modo, spronava a dire le proprie opinioni , senza mettere il muso se erano contrarie ai suoi consigli. Ed allora ogni pomeriggio, ma spesso anche nei ritagli di tempo del mattino, io ero spesso a casa sua, abitando a poca distanza, dalla zia appunto, lungo la …Siberia, e in tre minuti la raggiungevo. Ai miei piedi le …… ali della giovinezza e della voglia di compagnia!

La "Siberia" in Montefalcone nel Sannio
La “Siberia” in Montefalcone nel Sannio

Perché questo nome “Siberia!?!? Niente di “russo”, di trascendentale!

Si chiamava così perché questa zona del mio paese, situata a nord-est, d’inverno era investita dalla “voire” cioè la borea fredda, gelata, che accapponava la pelle, faceva volare il cappello o la “coppola” agli uomini o il fazzoletto dalla testa delle donne, alzava e scomponeva le gonne…Eh,sì, perché a quei tempi, ricordo, le donne non portavano i pantaloni. Allora si usavano gonne o vestiti piuttosto lunghi e svasati, a godet, cioè ampi, che malamente con le mani si riuscivano a trattenere, senza mostrare le gambe…alla furia del vento impietoso. E dire che allora c’erano scarsi mezzi economici, ma le gonne erano sovrabbondanti , sia per le persone anziane, che per le giovani ragazze. Il pudore !Questo si invocava e si pretendeva per tutte, da padri, da mariti, da fratelli!

Specialmente ad un punto, quando si svoltava l’angolo, imboccando la strada dalla piazza… in Siberia si veniva investiti dalla borea e si faceva fatica a vincerla, per procedere …

Ma d’estate, oh l’estate… la Siberia era una zona preferenziale, fresca e godibile. La lunga strada, piuttosto stretta, come sono quasi tutte le stradine del paese, veniva percorsa con piacere per evitare l’afa estiva, se dalla zona della piazza ci si doveva recare giù, verso il Convento! La strada in ombra e con la brezza del mare, che spirava tra i vicoli, creava un refrigerio gradito e piacevole.

Il primo tratto era comodo e pianeggiante e un dedalo di viuzze, allora con scalini difficili e sconnessi, scendevano tra piccole case, attaccate le une alle altre, che arrivavano fino alla sottostante via della circonvallazione del paese. Ancor più piccoli i ballatoi esterni delle numerose casette , e su questi, davanti alle porte, d’estate specialmente, si attardavano le vecchiette, mentre facevano la calza, rammendavano e badavano intanto ai nipotini… Ballatoi, spesso anche privi di sicurezza; e non so come abbiano fatto a quei tempi le mamme o le nonne a tenere a bada i bambini!…ma allora bastava uno sguardo o una parola “tuonata” più forte, di mamma o nonna, a spegnere ogni capriccio di troppo. Non c’erano negozi lungo questa strada: veicoli più grandi dell’ “APE”che allora cominciava a circolare come mezzo di lavoro o della VESPA di qualche giovanotto benestante, non riuscivano a transitarvi. Mancava anche qualsiasi forma di vegetazione spontanea, se non qualche vaso fiorito alle finestre o ai balconi, di gerani rossi e di oleandri, piante che resistevano anche al rigore dell’inverno. .. e che riuscivano a dare una nota di colore alle casette, piuttosto modeste, lungo la strada.

Tra i vicoli della Siberia molti bambini giocavano, respirando l’aria salubre della montagna, mentre un refolo di vento marino, specie al pomeriggio, più forte s’incuneava tra le case. E i bimbi ricordo che spesso sudati o accaldati per i giochi, magari si raffreddavano un po’ e cominciava a gocciolare loro il naso….

Tra questi vicoletti angusti, a volte s’intravvedeva, in lontananza, la linea blu del mare, verso San Salvo, mare che per noi a quel tempo era solo un miraggio, non essendoci la cultura della vacanza, e mancando quasi certamente le possibilità economiche…

Larivera matrimonio

La foto mostra …La Siberia nel giorno dello sposalizio di Adelaide Frani e Luigi Larivera che abitava proprio lungo la Siberia. Visibili la torretta circolare, il muro di cinta del Palazzo, a quel tempo, pieno di edera e violacciocche d’estate ! I due giovani emigrarono in Canada, dove lei vive ancora con figli e nipoti: lui purtroppo ci ha lasciato da alcuni anni. Lei è una cara amica e torna spesso al paese,   ed è rimasta molto legata a riti e tradizioni di una volta.

La Siberia !…Cara nel ricordo questa strada, anche perché ci abitava la mia adorata maestra, Giuseppina Mancini, che spesso trascorreva i pomeriggi estivi nel suo giardinetto fresco, accogliente, fiorito, curato da sua sorella. Quel giardinetto- forse meno di 100 mq- diventava a volte un piccolo “cenacolo letterario” , in quanto la mia maestra vi accoglieva, tra gli altri amici, anche la ma zia comare, pure maestra, che abitava a due passi dalla Siberia, e il parroco, loro amico, don Vittorio Cordisco.

Passeggiando lungo la Siberia, talvolta mi è capitato di sentire le loro voci in amicale compagnia, persone quasi tutte nella “migliore”forte età, sui cinquant’anni-e conoscendo l’amore per le “lettere” dei convenuti, credo che sarà maturato nel “cenacolo” l’idea di dotare il paese di una scuola media, per permettere ai tanti ragazzi meno abbienti – come me e molti altri -di continuare ancora gli studi, dopo le elementari…infatti gli studenti che proseguivano gli studi si contavano allora sulle dita delle mani: che potevano permettersi il collegio a Campobasso, e i più facoltosi a Napoli.

L’ idea in realtà di lì a qualche anno si materializzò. Fu realizzata dal Parroco, unitamente ad una Casa di Carità, anche una scuola media parificata!

Così noi studenti di quel periodo possiamo dirci tutti “figli spirituali e scolastici” di Don Vittorio, che ne fu il preside per svariati anni. Il bacino di utenza della scuola media furono i paesi tutt’intorno, che a quei tempi ne erano privi. (Così nella mia classe ci fu un ottimo compagno di Celenza, ed è uno dei pochi ancora rimasto oggi amico , ma mai più incontrato di persona dopo la terza media!)

Queste due opere sono state il fiore all’occhiello del lungimirante nostro Parroco, il suo grande dono al paese, del quale gli va reso merito, anche dopo tanto tempo dalla sua morte, avvenuta purtroppo quando egli non era ancora settantenne!

Tornando alla Siberia, devo dire che io e la mia amica passeggiavamo per un bel tratto fin sotto il Palazzo Ducale, già da allora sede della Casa di Carità, che oggi ristrutturato, ospita gli anziani, accuditi dalle suore. Anche nella Casa di Carità ci sono persone non solo del nostro paese.

Io e la mia amica ci inebriavamo dell’odore delle violacciocche, che spontanee uscivano dalle crepe dell’alto muro del palazzo, “colorando” anche le pietre di una torretta circolare, allora malandata , parte unica residua, sempre del complesso del Palazzo, dovendo competere il poco terriccio con la rigogliosa edera, che cresceva abbarbicata e lunga fin quasi a poterla cogliere da terra. Favorita dal poco sole , che a nord vi arrivava solo un po’ al mattino…

Poi facevamo dietro- front: l’altra metà della strada scendeva con gli scalini fino al Convento, e non si prestava per lo “struscio” – si dice così a Chieti il passeggio, lungo il Corso.-

Come la maggior parte dei paesi montani, anche il mio paese, aggrappato alla montagna, era allora, ancor più di oggi, un saliscendi continuo e ininterrotto di scalini. Eccezion fatta per il corso principale, quello dove io stessa abitavo, che serviva anche per la circolazione dei veicoli, delle corriere, per il “passeggio più a vista” dei giovani MASCHI , ed ospitava alcuni negozi più grandi…. ed anche il forno, un negozio –emporio con vendita di ogni tipo di merce , la farmacia, la pretura, un bel mulino…

Ecco, la Siberia: era per me e la mia amica il “nostro luogo”. Io raccontavo della mia vita in convitto a Trivento, degli esami appena sostenuti e conclusi con grande soddisfazione , del desiderio segreto, ma impossibile di continuare a studiare; papà era stato chiaro: finiti gli studi col diploma, dovevo cominciare il lavoro.

   Lei mi raccontava delle sue giornate , dell’aiuto che dava talvolta alla madre per rifinire le maglie, delle letture che faceva per anticipare un prossimo futuro bando di Concorso Magistrale, ma mi raccontava soprattutto del suo innamoramento… dell’ansia che la prendeva quando e se non riusciva a parlare con” lui”il suo ragazzo, se il suo biglietto a lui non era arrivato (e viceversa) e perché; insomma le sue dolci e giovanili, sincere e romantiche pene d’amore!

Cioè passeggiavamo avanti e indietro, col vento gradevole nel collo e nei nostri lunghi capelli, che si gonfiavano e svolazzavano… Le nostre chiacchiere, le nostre risate, i segreti raccontati piano, ma che forse il vento disperdeva un po’…Ma dove li portava!?

Non che ci fossero tante altre persone lungo la strada…

Talvolta ci capitava di sentire fresche o sonore risate di quattro cinque ragazze- tra le quali c’era anche mia sorella, più piccola di me – apprendiste “sartine”, presso una signora sarta – za Trentina che insegnava loro come allora si usava , cioè un periodo di 3/4 anni “il mestiere”, appena dopo aver finito la scuola elementare … al tempo si andava “a bottega”, specie per i lavori maschili: fabbro, calzolaio, e soprattutto sarto/a tutto il giorno e tutti i giorni; a volte anche nelle festività, se occorrevano evenienze liete o tristi , ed allora dice bene Leopardi nel “Sabato del villaggio” l’artigiano

“Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba…

Spesso accadeva che, per terminare il capo, bisognava lavorare fino a notte inoltrata ed allora la “mastra” faceva riaccompagnare le ragazze alle proprie case dal marito, per …sicurezza, nei confronti loro e delle famiglie!

Ma le ragazze spesso giocavano scherzosamente tra loro, specie nel primo pomeriggio, affacciandosi al balcone, verso il mare e che dava proprio sulla strada della SIBERIA…che faceva quasi riecheggiare le loro risate e i loro gridolini…E tra loro anche una ragazza, molto amica di mia sorella ed ora anche amica mia…

Ricordo che sentii un proverbio da loro certamente appreso dalla ”mastra” riguardante il loro lavoro: “Ferro mio diletto, copri ogni difetto” riferito al fatto che a volte una piega, una cucitura ,un orlo si potevano migliorare stirando con accuratezza maggiore il capo finito. Le ragazze così a turno affacciate al balcone spesso facevano roteare il ferro da stiro perché i carboni riprendessero vita. E declamavano spesso il proverbio citato…Allora erano necessarie anche forza e destrezza, per tenere attivo il ferro, quello coi carboni dentro; mentre ce n’era anche un altro più delicato, che si metteva a surriscaldare, essendo fatto soltanto di una bassa piastra di ferro. Anzi avveniva che le ragazze si affacciavano al balcone anche per sbirciare da quale comignolo uscisse il fumo : –segno che la padrona faceva il pane in casa– per poter andare a prendere della brace, sempre per il ferro.

Una volta sentimmo, io e la mia amica, dallo stesso balcone provenire un solenne rimprovero alle ragazze dalla “mastra” che le aveva mandate a prendere l’acqua fresca alla “cardinale”, fontana dall’acqua leggera, ma piuttosto distante…Ed esse logicamente si erano attardate gingillandosi, senza fretta!!!! La mastra in fondo era anche educatrice a suo modo.

Più frequenti, lungo la Siberia, erano invece alcuni bambini, che nel pomeriggio andavano al catechismo: maschietti specialmente, che passavano un’oretta, prima del catechismo, col nostro giovane sacerdote del paese, che aiutava il Parroco.   In realtà egli si dedicava molto ai ragazzi, e novello Baden Powell,… pieno di entusiasmo, che trasmetteva ai ragazzini, a volte li portava in pineta a passeggio, o anche al fiume Trigno, al Santuario di Canneto,– lo so perché tra loro c’era anche il mio fratellino piccolo-, ma,   conoscendo la musica e il canto, più spesso li intratteneva suonando un vecchio organo, che si trovava nella cripta della chiesa, insieme a qualche statua di santo, che non avendo posto “fisso”, veniva tirato fuori il giorno della festa. E qui mi pare quasi naturale riportare lo stralcio di una poesia in dialetto di un poeta abruzzese, Modesto Della Porta “La cocce de Sante Dunate”. Vi si racconta che, essendosi rotta la testa di San Donato, per la poca accortezza dei portatori della statua, il comitato risolse di servirsi per la processione di un altro santo, che stava in sagrestia, pieno di ragnatele, Sante Giuvacchine, che però ‘ poteva supplire bene San Donato, lu specialiste! in quanto

Poesia di marisa Gallo

L’organo migliore della parrocchia si trovava invece nella soprastante chiesa e c’era un organista svelto e preparato a suonarlo durante la messa cantata o nelle altre cerimonie liete e/o tristi.

L’allora giovane sacerdote calamitando i ragazzini, in Santa Caterina – così era detta la cripta – a volte attraeva con le belle note , anche qualcuno di passaggio…che poteva entrare, essendo sempre l’uscio semiaperto o accostato .

Così un paio di volte ci siamo fermate anche io e la mia amica, a gustare e a cantare, con diletto e spensieratezza. C’era una certa confidenza tra il novello sacerdote e la mia amica, per un motivo “strano”, ma assolutamente lecito da dire.

Ebbene la mia amica era stata la ragazza-fidanzatina di un intimo amico del sacerdote, un ragazzo, vicino di casa, seminarista, come lui e con lui, che però aveva lasciato il seminario, essendosi innamorato di lei, la mia amica. Di fronte agli occhi “ridarelli” della mia amica il ragazzo aveva scelto …l’amore, che ebbe il sopravvento sulla decisione e sul desiderio di servire Dio.

Ma ahimè! fortemente contrastato dalla di lui madre, l’amore andò miseramente in frantumi! Un amore bello, puro, vero, sentito..Magia dell’amore GIOVANILE , che nel tempo resta ETERNO, forse per tutti, come Beatrice per Dante!- ( Per inciso il giovane si chiamava proprio Dante” )

La mia amica, infatti non si è mai sposata! Poi le nostre storie proseguirono per strade diverse….

Tre anni dopo io ho cambiato paese sposandomi, il sacerdote ha continuato il suo cammino in ascesa negli studi teologici e non solo, a Napoli , poi a Roma è entrato in Vaticano, nella Sacra Congregazione dei Sacramenti, divenendo sempre più colto, preparato ed importante.

La mia amica-ripeto- non si e’ mai sposata! Più tardi cominciò ad insegnare in paese…

Ed abita ancora lungo la Siberia: l’anno scorso ha festeggiato i suoi ottanta anni in allegria, con amici e vicini di casa, allestendo i buffet all’aperto lungo la stradina, nel bel mese di maggio… Le hanno reso omaggio nipoti, parenti,e soprattutto i suoi ex alunni, ormai anch’essi già negli “anta”. Ed ora il suo ultimo amore sono i pro-nipotini …

Ci vediamo ormai di rado io e lei, ma quando ci sentiamo- telefonicamente soltanto, perché lei non sa “mastrijare” col PC- spesso ricordiamo quella fresca estate, così “calda di amicizia” ed io talvolta ripenso con nostalgia alle passeggiate lungo la Siberia, a quei momenti di connubio sacro e profano: il suono dell’organo e le voci dei bambini. Ancor oggi un’eco emozionale lontana…

E un po’ mi si stringe il cuore…

Già perché ora – 70 anni esatti da quell’estate – sono perfettamente conscia e concorde col poeta Giosuè Carducci e coi suoi versi di due Odi Barbare: ne “La Chiesa di Polenta

“ombra d’un fiore è la beltà, su cui
bianca farfalla poesia volteggia:
eco di tromba che si perde a valle
è la potenza…” ed altrove

or non è più quel tempo e quell’età…”

E pur nella sua poesia c’era una Chiesa, a Bertinoro, in Romagna, non una cripta, lungo la Siberia…   a Montefalcone!

PESCARA 3 aprile 2017-04-03   Marisa Gallo


[1] Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

3 commenti

  1. Eh sì, noi di quella generazione siamo tutti figli spirituali di don Vittorio. Ben detto, cara compagna di classe, che ricordo con piacere sempre come la migliore. Il racconto così coinvolgente è una delle prove. La descrizione così accurata e precisa lascia immaginare lo scenario della “Siberia” e il racconto rievoca la vita che vi si svolgeva con ritratti di personaggi noti che la memoria custodisce con cura. Scopro aspetti simpatici di cui non ero a conoscenza. Proprio alle medie, quando io abitavo dagli zii a “lu quarte ammonte”, sentii nominare la “Siberia”. E abbastanza spesso. Perché? La bazzicava mio cugino, giovane innamorato che immaginavo passeggiare avanti e dietro con il cuore in gola fino a quando la sua ragazza non si faceva vedere dietro i vetri del balcone affacciantesi sul vicoletto dal quale scorgeva Colui che arrivava dalla piazza; il balcone di quella casa da te frequentata, di quella carissima amica a me nota davvero di squisita signorilità. Un amore intenso, forte che portò ad un felicissimo matrimonio; entrambi hanno superato gli ottanta anni e sono in buona salute. La tua amica carissima stravede per i nipoti. Quando mi reco, purtroppo di rado, a Montefalcone, parcheggio in zona “Convento” e passo a piedi per la strada della “Siberia” e provo sempre una certa emozione tra quelle mura e quei vicoletti. Complimenti, Marisa! Ti sono grati tutti i “paesani” e quanti a quella strada sono affezionati. Anch’io.

  2. ISAGAL39@VIRGILIO.IT

    GRAZIE A TE RODRIGO,SEI STATO A MONTEFALCONE DA RAGAZZINO E TUO CUGINO HA SPOSATO PROPRIO LA SORELLA MAGGIORE DELLA MIA CARA AMICA.
    DUNQUE CONOSCI LA SIBERIA E COME TUTTI I PAESANI, SPECIE QUELLI CHE NE VIVONO LONTANI, SANNO LA FRESCURA DELLA ZONA ED HANNO RIASSAPORATO, FORSE COL MIO RACCONTO, UN REFOLO DI QUELL’ARIA ….

  3. Ho riletto il mio racconto e per pura” Vanagloria” aggiungo una foto di quei giorni narrati nel racconto, evidenziando che il regalo del”DIPLOMA” fu UNA GONNA MARRONE E CAMICETTA BIANCA…

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