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La bustina di Marisa – La colonia estiva, al mare …ieri e oggi

di Marisa Gallo [1]

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Stamattina lungo il mare, un nutrito gruppo di ragazzini/e, sguazzanti e vocianti nel lido accanto al mio, mi ha ricordato che ancora ci sono le colonie estive, per ragazzi dei paesi dell’entroterra, i cui genitori affidano i figli ad associazioni laiche o religiose, per far trascorrere loro la giornata al mare, custoditi da alcune vigilatrici ed assistenti. Sulla sdraio vedo e ascolto il parlottare dei ragazzi, le grida più o meno concitate, i richiami delle vigilatrici per i giochi che a volte si fanno più esuberanti.

E allora, nitido e consistente si affaccia alla mia memoria il ricordo del mio secondo anno di “vacanza”, ricordo chiaro e indelebile, pur essendo passati oltre sessant’anni… Ai miei tempi c’era la colonia estiva….al mare; ma, per me, era un miraggio. Pur essa era costosa, dovendo lasciare il paese, per risiedere nella località di mare della colonia, con la debita preparazione di un minimo di corredo personale …e del dovuto contributo da pagare… Già! Questo era un “lusso” che mio padre non poteva permettersi …e, allora, aggirò l’ostacolo: mi mandò, per due anni consecutivi, in vacanza – si fa per dire – da una sua cognata, a S. Giacomo degli Schiavoni, vicino Termoli, un paesino poco distante dal mare … “Perché un po’ di mare fa bene ai ragazzi”, consigliava, allora, Don Corrado de Fanis , il dottore del paese, quando vedeva qualche bambina gracile o inappetente. E da zia Nilde, una zia acquisita, alla lontana, cioè una sorella della mia matrigna, papà mi mandava volentieri per “farmi cambiare aria”.

Avevo finito la terza media: ero stata promossa e grazie al cielo anche con buoni voti e un premio: tre libri di narrativa per ragazzi, assegnati dalla scuola del mio paese di montagna, Montefalcone nel Sannio. Ero contenta, soprattutto perché anche papà era soddisfatto.

Papà aveva deciso che dopo le medie sarei andata a studiare a Pescara, giacché un’altra sua cognata che abitava a trenta chilometri dalla città, mi avrebbe potuto ospitare dietro un giusto, ma modico pagamento. Questa signora aveva ben sei figlie … sì tutte femmine!  Dalla più grande di 30 anni, all’ultima della mia stessa età; ma nessuna di loro continuava a studiare, dopo le medie.

Quindi un ambiente sano e senza pericoli di sorta, in particolare di presenze maschili che sarebbero state tentatrici o compromettenti … dati i pregiudizi del tempo e la mia età molto giovane-14 anni.

Suo marito era un uomo posato con un lavoro sicuro e “pulito”, come diceva mio padre (forse pensando che invece lui, muratore, la sera tornava dal lavoro con la“coppola” impolverata e le scarpe un po’ pesanti, sempre bianche di calcina …) Infatti questo cognato era elettricista, “ operatore in una importante cabina elettrica ENEL a Turrivalignani , a due passi da Scafa, con annessa abitazione per la sua famiglia , dove anch’io avrei abitato, insieme a loro…

È quasi il finire dell’estate 1953…

Da quindici giorni sono ormai a S. Giacomo, ospitata da zia Nilde e zio Giulio.   Sono felice di star con loro; siamo stati già tre o quattro volte al mare … tutta la giornata: eh si, perché ci andiamo con l’autobus di linea che passa al mattino presto e collega i paesi intorno. Io vado volentieri con loro. Non hanno figli e sono due anni che mi ospitano d’estate, in cambio di qualche faccenduola in casa. Credo che zia Nilde mi voglia bene: a volte mi racconta qualcosa di sé. Ha i capelli ricci come i miei, e dice che potrei essere anche sua figlia, se fossi un po’ più grande, essendo lei sposata da oltre vent’anni.

Zia Nilde sa ricamare, specie il punto a croce; così l’ha insegnato anche a me. Lei è magliaia, ma non ha una vista perfetta, cosi qualche volta mi affida le rifiniture – raccogliere o fermare le maglie – di un lavoro ultimato a macchina. Poi coi fili di lana colorata – resti quasi tutti inservibili, dopo la lavorazione dei capi – abbiamo ricamato due o tre sporte di iuta – la tela di sacco – per la spesa quotidiana: hanno i manici di legno – due stecche robuste, sagomate – con un’apertura per infilarci le mani. E come pesano quando sono piene di melanzane! o anche di patate o di peperoni dell’orto!

La corriera che ci riporta a casa ripassa di pomeriggio; così restiamo al mare, sempre in una piccola caletta appartata, con pochissime persone; ci ripariamo dal sole sotto un lenzuolo che zio Gino sa fissare così bene sulle canne robuste del suo orto. Ma a volte ci mettiamo all’ombra di alcune piante – forse le tamerici – che crescono proprio in riva al mare. E lì poco lontano c’è anche una fontanella, dove zia Nilde mi manda a prendere l’acqua fresca con un “cecenaro” – contenitore di terracotta grezza, ben sagomato, un piccolo panciuto otre con quattro buchi nel collo, da cui l’acqua esce a “garganella”, schioccando, con un rumore gratificante e dissetante già in anticipo, al solo pensiero di bere. Invece   nel “truffolo” di terracotta smaltata e colorata- otre più piccolo, sempre con due manici per prenderlo- zio Giulio ci porta il vino che beve solo lui, giacché zia Nilde è astemia.

Mangiamo il panino, ma più spesso le melanzane a dadini, che la zia cucina la sera prima- quando sa che suo marito, zio Giulio, vuole andare al mare l’indomani, domenica. Io non gradivo molto le melanzane a dadini, così un po’ mollicce, sciape e scondite … “ma questo passa il convento” era la frase ricorrente di zia Nilde .

Zio Giulio è un uomo sui cinquant’anni, già un po’ pelato, di poche parole, che lavora alle ferrovie, a volte burbero, ma mai scortese; anzi talora ci fa ridere, raccontandoci qualche sua esperienza o avventura lavorativa … Dopo il lavoro, poiché non ha vizi, -dice lui- se ne va nel suo orto, a qualche chilometro da casa, a piedi. -Spesso però in lambretta con un suo collega e amico, che ha pure lui un orto dalle stesse parti… Poi dall’orto, a tempo giusto, si dovevano riportare i prodotti : melanzane, peperoni ed altro e anch’io davo il mio contributo…

Poi, finito il tempo, gli zii stessi mi riaccompagnano a casa, nel mio paesino di montagna, restandovi alcuni giorni. “Cosi mi disobbligo”, pensava papà ! Che non voleva approfittare della benevolenza altrui, e sentiva che il dovere dell’ospitalità non poteva essere a senso unico!

Fu quella la mia colonia estiva, per due anni . Ma come fu veloce la vacanza, pur senza giochi coi coetanei, senza le risate o i tuffi spropositati che fanno ora i ragazzi…giacché io non sapevo nuotare; né ho mai veramente imparato a farlo, neppure più tardi quando da grande ho portato io i bambini al mare, cioè i miei figli…E, quindi, col tempo volato insieme al vento della vita, coi miei nipoti…

MA ora , ecco il mio ultimo nipote, pure lui grandicello, se guardo bene … è lì!!! E’ lui solare, coi riccioli biondi…..

In realtà , semplicemente è somigliante in pieno a lui, quell’ intraprendente ragazzino, che, sotto lo sguardo attento della vigilatrice, sta giocando a pallanuoto, con tanti altri ragazzi della colonia estiva!

La vera squadra di pallanuoto u 13 - Pescara -in cui c’è anche mio nipote
La vera squadra di pallanuoto u 13 – Pescara -in cui c’è anche mio nipote

 


[1] Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

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