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La bustina di Marisa – La bella pignatta di creta

di Marisa Gallo

Oggi essendo nonna, cucino spesso i legumi: ceci, fagioli, lenticchie, cicerchie, fave, che sono un nutrimento sano e genuino, tra i cibi oggi offerti dal mercato, e che io mai ho comprato lessati, in scatola. Ora ho tempo di metterli a bagno la sera prima e lasciarli in ammollo l’intera notte, prima di cucinarli. Ma soprattutto mi piace di “ caparli” cioè visionarli, per eliminare eventuali impurità: pietruzze o chicchi non integri e marci, abitudine, questa mia, risalente alla fanciullezza, quando la dimestichezza con tali pratiche era quasi quotidiana, familiare e diffusa in tutte le famiglie: molto spesso, le nonne occupavano i nipotini in “lavoretti” simili, in particolare in inverno, su un tavolo, intorno al camino… e specie le nipotine

Una volta si usava molto consumare le proteine vegetali dei “poveri”, pur non essendo vegetariani, o vegani; cibo familiare, i legumi appunto, delle famiglie, e non solo contadine: giacché la carne era costosa, riservata perciò alla domenica, alla festa e/o solo sporadicamente durante la settimana…

Strano, ma poteva accadere che… se qualcuno in famiglia non stava bene, e se in casa si allevavano i polli, era più facile consumare carne di pollo. Anzi ricordo che talvolta se una gallina aveva una specie di “cimurro”, o rifiutava il cibo per altri motivi, quindi si “ammalava” (!? ) diventava immediatamente “ottima per il brodo”! Non c’erano tante sofisticazioni da addurre, non si poteva essere schizzinosi… l’appetito, anzi la fame non mancava mai, specie a noi bambini…

Ebbene io personalmente preferivo la minestra di legumi……………… e torno al tema.                                                           Tutti improrogabilmente li coltivavano nei loro orti e nei campi, essendo il mio paese ricco di fonti sorgive. Verso la fine dell’estate, col sole in equinozio ancor caldo e gradevole, quando la maturazione dei diversi prodotti arrivava, era un continuo “ventilare” davanti alla porta delle proprie cantine: lenticchie , ceci, fagioli … prima si battevano per sbriciolare i baccelli secchi, poi più spesso si portavano i sacchi pieni del prodotto su un’aia in un pianoro alto, più esposta, a “ventelé”, ossia separare – col favore del vento – i legumi dalla paglia secca, con continui, successivi e ripetuti gesti del crivello, alzato in alto fin sulla testa. Mentre scendeva il prodotto, si separavano i grani da una parte e la paglia frantumata e leggera dall’altra… …(ma sinceramente non so se il prodotto andasse a destra- come i buoni, gli angeli, che stanno sempre alla destra dei santi- e la pula a sn….!). Anche questa era quasi un’arte …ma comandata dal vento.

Ricordo che una mia zia era bravissima a farlo: zia Genoveffa. Cara e vecchia zia, che diventava, durante il lavoro, come un mascherone di fontana: nonostante il “maccaturo” sul capo – immancabile indumento d’inverno, ma anche d’estate – viso, bocca e capelli sulla fronte si riempivano di pagliuzze sottili e di pula…Ma certo allora non si badava molto alle polveri sottili, e forse questa polvere era meno dannosa dell’inquinamento atmosferico coi fumi di scarico di tante ciminiere industriali… o di quello del traffico automobilistico, che si è fatto sempre più intenso, anche nei paesini… Spesso si lavorava con altre donne, disposte a breve distanza l’una dall’altra o proprio insieme, ma non cantando, come sarebbe stato di lì a breve tempo, per l’ allegra vendemmia! …Era un lavoro in cui ci si aiutava per raccogliere e/o spostare il telo – grosso panno di lino e canapa, tessuto a mano – e si aveva premura di sbrigarsi … Proprio come il barcaiolo rema con lena sulla sua barca a vela, finché ha il vento in poppa! Se il vento faceva capricci o cessava era un malaugurato inconveniente, che agitava il barcaiolo e pur le donne, e faceva loro perder tempo…

E’ inutile dire che la zia voleva insegnarmi questa pratica come necessaria, secondo lei, da saper fare, per essere à la page, cioè lei mi stimolava alla praticità della vita. Ci provai una volta…mangiai più polvere, che ceci liberati dalla pula… Sembrava facile alzare il crivello all’altezza del capo e rovesciarlo adagio e con calma…ma non lo era affatto, almeno per me: forse io – sui 12 / 13 anni, ragazzina delle scuole medie – non avevo voglia di farlo!? Mentre, invece, avevo più voglia di andare a giocare, o piuttosto a leggere … Anche questa era quasi un’arte, da apprendere con pazienza! Ma ad essa – alla parte intellettuale- mi stimolava la zia comare, maestra, con le sue poesie e qualche libro……

Mi trovavo un giorno” benevolmente requisita” da zia Genoveffa, in casa sua, intorno al camino con un moderato fuoco, accanto al quale lei aveva posto una pentola di fagioli, da cucinare… Nel frattempo mi stava insegnando a rifare le pezze alle calze… Infatti era il tempo in cui alle calze più grosse, da lavoro – di lana oppure di cotone, bisognava rifare, all’occorrenza, calcagno e punta, che si usuravano più facilmente. Spesso si rifacevano anche con lana o cotone di colore diverso—anticipando così di 60 anni la moda di tempi più moderni…

La zia aveva solo due figli maschi, molto più grandi di me. Desiderosa di una figlia femmina alla quale avrebbe voluto trasmettere anche la sua passione per i merletti all’uncinetto (di cui poi la ZIA ha fatto dono a tutte le nipoti ragazzine: trine per adornare federe e lenzuola, vanto della dote di una giovane che si apprestava alle nozze… TRINE ricevute, e che conservo ancora con tanta dolce simpatia …), la zia volentieri “perdeva il suo tempo” per insegnarmi quel lavoro di rammendo speciale alle calze… e aggiungeva suadente:< Quande te fij lu spause, ije le si fa e ejsse t’apprezze!> Sante e care parole! Ma io non ebbi modo di testare il mio apprendimento…. Arrivò il tempo vero che io mi feci lo sposo, cioè il fidanzato, alcuni anni più tardi, però egli non usava calze da rammendare in quel modo… artigianale! Nel frattempo – intorno agli anni ’60 – era cominciato il boom economico e l’ ascesa al benessere e…addio alle toppe a calze e giacche!…Ed anche qui più avanti, in un TEMPO migliore, gli stilisti, memori del “brutto” e povero abbigliamento, lo hanno sublimato e rivalutato con vistose “PEZZE” !!!! o inverosimilmente , con STRAPPI scomposti e a volte impensabili e improbabili!

Ma, dunque, stando intorno al camino quel pomeriggio, la zia “dettava” le sequenze del lavoro: raccogli dieci maglie, prosegui il lavoro per due dita, poi diminuisci, raccogliendo due maglie insieme ecc ecc … Nel mentre la pentola accanto al fuoco cominciò a bollire e in pochi minuti a “sbollire”, cioè a cacciar fuori la schiuma… La zia, dopo averla schiumata ben bene, la riaccostò, proseguendo il lavoro con me…Intanto la pentola sbolliva sempre più, sicché la zia doveva allontanarla un po’ dai carboni…Ma ahimè come per dispetto la pentola non bolliva più...< Accuscì le fasciule ‘ze scrudiscene >- cioè induriscono- diceva la zia…   Questo tira e molla durò un bel lasso di tempo, senza riuscire a trovare il giusto mezzo…finché la zia, caparbia e alterata, con un colpo di soffietto la urtò in malo modo e addio fagioli.Tutti nella cenere calda , altro che “scruditi” induriti! Non fu possibile recuperarli; indispettita, la zia ruppe anche la pignatta! Se fossero stati ceci…chissà sarebbe stato più sfizioso perdere tempo a recuperarli e mangiarli croccanti, sia pure mezzo inceneriti! Tanto! spesso proprio così si faceva coi ceci: messi tra la cenere calda, si lasciavano pochi attimi e …poi via ad un continuo masticare, gradito e compiaciuto!   Già, con 32 denti, no problem!… E chi se la dimentica quella scenetta, che stimolava il riso, ma attizzava l’ira! Ogni volta che vedo una pignatta accanto al fuoco, istantaneamente mi si presenta il ricordo di zia Genoveffa!!

La più cara fra le zie paterne! Sposata giovanissima, con due figli maschi, era rimasta vedova a 30 anni : se non ricordo male suo marito, muratore – da me non conosciuto- era morto sul lavoro durante la costruzione di una galleria ad ISOLA DEL GRAN SASSO… Non si era più risposata… Minuta, ma forte di carattere ed ostinata a vincere qualche avversità quotidiana, quasi con sfida e caparbietà, come quel giorno…

Come non ricordare con affetto quando sul finire dell’estate zia Genoveffa tornava dalla campagna con un cesto di fichi sulla testa e con bonaria nonchalance chiedeva un bicchiere d’acqua fresca e in cambio ci lasciava un piatto di dolci fichi freschi!? ?? Con gli stessi fichi, ma secchi, poi a fine settembre ci confezionava con giunchi e canne delle pupe per me e la mia sorellina !.. O ci faceva infilati e spaccati …le “chiecate, arrostite nel forno caldo, dopo sfornato il pane.. E ancora a primavera, quando andava a “munnà lu gruone” – a sarchiare il grano – talvolta la sera ripassava dalla casa nostra, per lasciarci un mazzo di gladioli selvatici violacei e /o delle leggerissime palline, cioè le galle della quercia, che erano la nostra gioia per i giochi! …M’invade la tenerezza al ricordo degli occhietti vivi di zia Genoveffa, che ci dava sempre qualcosa col cuore!

Oggi, a volte, cucino anch’io per tutta la famiglia, i legumi, da soli, o con le sagnette di farina di grano duro, o integrale, fatte scrupolosamente a mano come ai tempi che furono… Magari a volte con aggiunta delle cozze, una volta impensabile e raro modo di abbinamento di cibo: forse una volta erano rare anche le cozze, specie non di coltura come oggigiorno! E specie nei paesi di montagna, come Montefalcone nel Sannio , il mio paese, dove il pesce arrivava una volta alla settimana. Ricordo che allora   il banditore girava per il paese e annunciava:< In piazza è arrivato Vincenzo “Stobbene” di Vasto, a vendere il pesce…> “Però non si “usavano” molto cozze e crostacei in genere…ad eccezione delle “panocchie,o cicale”, che venivano aggiunte al pesce, dopo la pesata, in omaggio…

Per divagare un po’, mi piace raccontare un breve aneddoto : al mio paese nel giorno della festa del Patrono Sant’ ANTONIO – 13 giugno- si usava invitare a pranzo uno o due bandisti, secondo le possibilità economiche della famiglia ospitante…Ebbene una volta accadde che la famiglia ospitante non era forse molto “ricca”, per cui offrì il pranzo ad un bandista, a base di cicale...comprate o avute in abbondante omaggio da “Stobbene”. Il bandista forse inesperto, le mangiò …ma sacrificando tanto la sua bocca, che la sera non potè suonare la tromba!!!!

Altro che oggi ! Le “canocchie” – come realmente si chiamano – hanno cambiato nome e prezzo: non gratis, anzi abbastanza care, pur se a volte sono così frenetiche e vive che stimolano la voglia… Oggi gli chef, preparati da scuole e corsi- che spopolano su tutti i social- aperti ad usi e costumi diversi e non solo tradizionali- con furbizia comunicativa – sanno ottemperare gusti e sapori diversi …la nouvelle cuisine o altre mode gastronomiche esaltano con fantasia cibi e gusti… omologandoli agli usi d’altri Paesi, dove “i nidi di rondine” non sono proprio covate di uccello, ma cibo cinese…

Cambiano le mode!

o stessa, pur avendo il camino, oggi non uso più la bella pignatta di creta, ma quella a …pressione di acciaio inox , che bolle sì sul fuoco, ma non sbolle…e soprattutto non corre rischio di un maldestro colpo di soffietto!! ahahah…E non esagero dicendo che tutti ringraziano cordialmente quando spesso e volentieri mangiano da me nella “taverna grande!” Così i nipotini da piccoli… la chiamavano e giocavano a rincorrersi nella taverna grande di nonna! Che, essendo trascorso il tempo, ora sembra quasi grande anche a me e…semivuota!

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

2 commenti

  1. Un bel racconto, ricchissimo di cultura “della sopravvivenza” e della “economia familiare”, ancora viva e molto diffusa nel nostro recente passato, anche a Fraine. …
    Marisa Gallo racconta con affetto e fedelmente la sua esperienza, in un tempo in cui, la zia paterna, si preoccupava di insegnare alla nipotina tutto quello che da secoli veniva insegnato alle fanciulle, nei paesi “rurali”.
    Questo affettuoso insegnamento era ritenuto utile , per prepararla alla vita, affinché la nipotina, da grande, sapesse fare, anche lei, tutto quello che veniva richiesto dalla cultura del tempo e che le donne dovevano sapere e saper fare.
    Attraverso i secoli, negli ambienti montani e rurali, la necessità di poter svolgere “i lavori di sopravvivenza” aveva aguzzato l’ingegno.
    Erano stati trovati procedimenti e pratiche che, come detto nel racconto di Marisa, anche con l’aiuto del vento, potevano alleggerire un poco la fatica quotidiana “assegnata” alle donne, poiché l’economia familiare e la necessità lo richiedevano.
    I riferimenti al tempo presente, nel racconto, ci mostrano cone sono stati innovati, da Marisa Gallo, gli utili insegnamenti da lei ricevuti da fanciulla. …
    Grazie, Marisa Gallo, per questo tuo scritto in cui, oltre alle cose che avevi osservato, hai scritto anche le cose che ti avevano detto.
    Il termine, la parola dialettale, “parla”, dice, e mostra immagini, quasi sempre, meglio di ogni traduzione in lingua. …

  2. Grazie del bel commento: gli insegnamenti diventano fattivi…col tempo!
    E credo per tutti, non solo per me.

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