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Lə stranguənera allə cossə – I gambali dei ramai

di Esther Delli Quadri

fotina ramaio

Questa é una storia vera, con nomi immaginari e piccole cose inventate, per meglio collegare gli avvenimenti. 

Lə stranguənera allə cossə [1]

La “bəchétta‘” finalmente si fermó.

Elisa tiró un sospiro di sollievo. Era stato un viaggio lungo e, con tutti i sussulti a causa delle strade a tratti dissestate, anche molto stancante. Il suo abito da sposa, la sua ” v’letta” non erano piú immacolati come al mattino, quando li aveva indossati.

L’uomo accanto a lei, suo marito, che aveva taciuto per tutto il tempo del viaggio disse ” Em’arr’viet” (siamo arrivati) nel suo dialetto che a lei ancora sembrava tanto estraneo. La casa davanti alla quale si erano fermati aveva un grande portone di legno marrone , che,  come era usanza in quelle zone, era diviso in due grandi porte con una piú piccola ricavata al centro delle due da cui generalmente si entrava,  dal momento che le porte grandi venivano aperte solo in particolari circostanze.

La casa sembrava molto grande e solida.

Elisa tiró un sospiro di sollievo. Se almeno avesse trovato un ambiente comodo e confortevole in cui vivere, il distacco dai suoi luoghi, dalla sua gente le sarebbe forse pesato meno!

Ma suo marito, che intanto era sceso dalla ‘b’chetta,  si stava avvicinando al portone di un’altra casa, piú piccola, piú modesta, e armeggiava con una grande chiave per aprire un portone, molto meno mastodontico di quello della casa accanto! ( scoprí in seguito che quella accanto era la casa di un orefice!).

Elisa sentí qualcosa pungere i suoi occhi. Una nuova delusione, pensó . Ma era forte abbastanza per non lasciarsi andare e visto che suo marito sembrava essersi dimenticato di lei ed era entrato in casa,  lei scese da sola dalla ‘b’chetta.

” Buona venuta” sentí dire alle sue spalle ” e tanti auguri “. Si voltó  e vide una vecchietta che sorridendo la salutava.

Il vicinato sapeva che ”  ‘Stunzian’ s’eva accasat’  .S’ l’eva juta a truuá luntan’ la moglie. Na fr’asctiera, da nu paese dell’abbruzz’. Eh , ma ch’eva fa, puv’riell . Prima j’ s’eva muort’ru potr’. Podopp la mamma. Ch’eva fa jiss’ suol’ senza na femm’na p’ la casa ch’ j’ facess’ nu mucc’chill d’ magnié. [2]

All’ult’m r’ parient’ l’evan’ cunvint’. E asciuí eva jut’ a parlá c’ ru preut’ d’ San Bias . C’eva jut’ ‘n’ziembra alla cajnata, ca ch’ella eva na f’l’bustiera mentr’ j’ss eva abb’r’ugn’ius e furest’ gné nu liup, j’ d’ c’evan’ r’ friet’ “. [3]

Il prete di San Biase gli aveva promesso che ci avrebbe pensato. Ma non sapendo bene a chi rivolgere una tale domanda e, conoscendo la fama di ‘Stunzian’ conosciuto come persona onesta e grande lavoratore , ma molto chiuso, scontroso , schivo e vergognoso non sapeva proprio pensare a qualcuna nel paese a cui proporlo come partito.

Gli capitò di parlarne un giorno con l’Arciprete di San Marco , non tanto perché si aspettasse una soluzione o un aiuto , ma più per avere un consiglio su come procedere nella faccenda.

Ma, inaspettatamente, l’Arciprete disse di avere forse “sottomano” la ragazza giusta per Stunzian’. Unica difficoltà : non era del paese !( questo, però, poteva essere un vantaggio, fece anche notare, considerata la fama del carattere ritroso di ‘Stunzian’ !).

Sul fatto che si trattasse di una ragazza onesta, grande lavoratrice e timorata di Dio poteva metterci la mano sul fuoco. Si trattava della nipote dell’Arciprete di C. , in Abruzzo, nel chietino.

Questa ragazza, sfortunata, che proveniva da una famiglia in vista nelle sue zone, aveva perso entrambi i genitori in tenera età ed era stata perciò accolta in casa di parenti , che dopo averle pian piano mangiato tutto quello che dai genitori aveva ereditato, dopo averla sfruttata in casa per anni , avrebbero voluto adesso darla in moglie per liberarsene.   La ragazza, quindi, pur se di ” buona famiglia” era abituata a lavorare sodo . Era modesta e seria, senza tanti grilli per la testa.

L’Arciprete promise quindi al parroco di San Biase che , non appena ne avesse avuta l’occasione, ne avrebbe parlato all’Arciprete di C. per sentire cosa ne pensasse.

Dopo qualche tempo fece sapere al parroco di San Biase che l’Arciprete di C. era  d’accordo a incontrare ‘Stunzian’ , più che altro per parlare della dote che la ragazza  avrebbe dovuto portare, e che non poteva essere troppo consistente poiché la ragazza di suo non aveva molto ( ….. la ‘ragazza’ aveva ricamato per anni finissime lenzuola e asciugamani , e biancheria della più fine per i corredi di cugine e nipotine .Il ‘ suo’ corredo, quello che sua madre aveva fatto in tempo a prepararle prima di morire, poiché a quell’epoca si cominciava giá alla nascita a preparare il corredo per il matrimonio, era stato usato a sua insaputa per i corredi di cugine e parenti varie….).

E così ‘Stunzian’  approfittando di uno dei suoi frequenti viaggi in Abruzzo dove si recava nelle fiere a vendere i suoi oggetti di rame, di lavoro faceva infatti ” ru callara r'”[4], era andato a colloquio dall’arciprete di C..

Aveva dato una buona impressione di se, anche se non era difficile dare una buona impressione a gente che voleva al piú presto ‘liberarsi di un peso’ , e siccome anche le richieste circa la dote  non erano state eccessive, si era giunti ad un accordo , e ‘Stunzian’ si era ritrovato fidanzato!

Era quindi seguito un periodo di fidanzamento molto breve durante il quale ‘Stunzian’ tirato  a lucido si era presentato un giorno in compagnia di un paio di fratelli e cognate   in casa della  fidanzata per le necessarie ” parentezze” .E quella era stata l’unica occasione in cui i due si erano visti prima del  matrimonio!

” Visti” é una parola quasi grossa per descrivere il loro incontro. ‘Stunzian’ aveva appena osato alzare gli occhi sul viso della ragazza quando questa gli era stata presentata e poi se ne era rimasto tutto il tempo taciturno e imbarazzato, tenendo  in mano la tazzina di caffè che gli era stato offerto quasi sostenesse un peso di un quintale tanto i suoi muscoli erano rigidi, lasciando parlare per lui le cognate e i fratelli.

La ragazza, Elisa, dopo aver servito i necessari ‘rinfreschi’, si era seduta dall’altro capo della stanza, lo sguardo abbassato e le mani strette in grembo , ascoltando il chiacchiericcio degli altri.

Né le chiacchiere delle sue future cognate e cognati, né quelle di suoi zii e cugine sul suo prossimo matrimonio erano riuscite a lenire il suo dispiacere di dover lasciare i  luoghi dove era nata e vissuta.

Ma avendo intuito la volontà della sua famiglia, un intuito tutto femminile quello che ci fa percepire di essere  ‘di troppo’ nelle  situazioni in cui in realtá lo siamo, mai avrebbe lasciato che i suoi sentimenti reali trasparissero.!

L’uomo seduto all’altro capo della stanza così silenzioso e schivo, la preoccupava, ma era come una preoccupazione lontana, quasi non riusciva a capacitarsi che con lui in futuro avrebbe condiviso la sua vita.

Il giorno del suo matrimonio, una bella giornata d’estate, di buon mattino, prima che gli altri si svegliassero per  i preparativi, si era recata al cimitero sulle  tombe dei suoi genitori. Aveva invocato la loro benedizione e il loro perdono perché in futuro non avrebbe potuto visitarli con l’assiduità di sempre.

E aveva ripreso la via di casa con passo incerto ed occhi umidi , ma, entrata nel portone, col dorso della mano aveva asciugato gli occhi e reso il suo passo e la sua voce fermi, si era preparata alle sue nozze.

Le zie e le cugine che l’avevano aiutata a vestirsi intanto chiacchieravano ininterrottamente dicendole quale fortuna aveva avuto a fare un matrimonio con uno che veniva da un paese tanto grande e conosciuto, non un paesino.

Si dicevano certe della sua felicità futura, sebbene nessuna di loro si fosse neanche data la pena di andare a vedere dove la loro nipote avrebbe alloggiato una volta sposata.

Elisa, però, non le ascoltava.

Badava a tenere un comportamento consono alla situazione, così come le era stato insegnato, e, dopo la cerimonia in chiesa, durante il ‘ rinfresco’ offerto  in casa,  avendo lei stessa preparato la maggior parte dei dolci e dei  biscotti offerti, teneva sott’ occhio la situazione perché tutto procedesse senza intoppi.

esempio di matrimonio dell’epoca

Finito il rinfresco, gli sposi ricevettero gli auguri dei parenti, la benedizione dello zio Arciprete  e, caricata sul carretto la poca dote di Elisa , i suoi pochi effetti personali nonché qualche cartoccio di cibo avanzato dal rinfresco  intrapresero il viaggio per Agnone.

Quando il paese fu alla loro vista, presero commiato dai parenti, di lui, che tornavano alle loro case dove avevano affari vari, nonni e bambini che li attendevano .

Ed ecco dunque Elisa entrare nel portone della sua nuova casa !

Salite le scale si trovò dento una spaziosa cucina. Di fronte intravide una piccola “saletta ” e continuando a salire arrivò alla sua stanza da letto, che era stata dei suoceri, tutta ben preparata dalle cognate per l’occasione.

Di fronte un’altra camera, che era stata di ‘Stunzian’ e dei suoi fratelli.

Non riuscendo a vedere suo marito da nessuna parte, scese nuovamente dabbasso. Vide allora che dal portone c’era una porta che dava su altre scale piuttosto malmesse. Cominciò a scenderle . A metà scala vide una porta sulla sinistra che dava su un locale cantina pieno di botti, vasi, bidoni e una madia.

Procedendo lungo la scala si trovò in un locale pieno di grandi ‘ callar’  piene di un liquido nauseabondo (catini pieni di acqua o di acidi). Da quel locale una porta dava su un’altra stanza, anche questa piena di “callar’ e che era evidentemente il locale di lavoro di ‘Stunzian’, ingombro di attrezzi vari tra cui martelli, pinze, un focolare….

Tornata nel locale adiacente uscì quindi dalla porta che dava all’esterno e si trovó in un piccolo orto molto ben tenuto che nella parte finale terminava con un muretto di cinta. Si avvicinò al muretto.

I suoi occhi si riempirono di lacrime quando, alla  luce del giorno, morente, vide scintillare sotto di sé il verde degli orti che davano ‘ sulle ripe’ e, in lontananza , il fiume che scorreva lento.

Dalla valle risalivano, lungo il pendio, i rumori degli ortolani che stavano terminando la loro giornata di lavoro e, cosa che la incuriosì, il rumore come di mille martelli che, battendo sul rame, sembravano scandire il passare del tempo, col loro suono.

Un rumore alle sue spalle la fece sussultare.

Si voltó e vide suo marito, ancora vestito di tutto punto per la cerimonia, uscire fuori da un bassa costruzione  con in mano ‘ nu trogn tutt vritt'” (un secchio tutto sporco): aveva  appena finito ‘ d’ da a magná all’ allin’ ” (di dar da mangiare alle galline) come lui disse.

Elisa, anni dopo raccontò a sua figlia, a mia madre e a mia zia, le paure, le sorprese e le ansie di quei giorni:

Tutt’ arcagniet’ ch ‘ nu trogn’ vritt’ mien’ !  (Ben vestito e con un secchio sporco in mano)

E foss’ schitta chess’! La matina appriess’ m’arr’sb’gliern’ mill’ rummur’ d’ martiell’ ch’ vattevan’ sopra all’ ram. M’arr’zziett’ , jiett” alla f’nesctra e guardiett’ capabball’ p’l’ rip’ ca’ ru patreetern’ c’ s’add’v’rtett a p’tterl’ gna fosse nu quadr’ e giá m’ s’allargava ru cor’ a penzá ca tutt’ r’ jurn della vita mea avria visct ch’ella b’llezza …… Quand m’ s’n’tiett’ chiamá da abbocca alla porta …. M’ g’riett’ e. …. allucchiett’

‘Maria Santissima Vergine e Madre ‘
‘Ru d’jev’r …… Libera nos a malo’

….è m’ j’nucchiett’ n’terra e tr’mava gné na foglia ….è chi eva? ‘Stunzian’ ch’ l’ sctrangu’nera alle coss’, na mandera d’ cuoi’, gné parauocchi’ p’ r’ caviell’ all’uocchi’ , e tutt’ rusc’ ‘mbaccia….. Dio  ce ne scampi e liberi …..[5]

E l’ sjè c’mmuó eva  lassat’  d’ fatié abball’ arru fun’ch andó sta sembr j’ss’ ? Ca s’eva arcurdat’ ca m’eva lassá na fatija…… m’ pusett’ sopra arru liett’ na mapp’nieta d’ calz’ d’ lana ognuna ch’ nu cavut’ tant’ , chi all’ det’ra e chi arru calcagn’ e j’ ,la n’pot’ d’ l’Arc’preut’, passjett’ la prima jurnta da sposa a att’ruó le cavot’ra all’ calz’.

” E menu mal’ ca n’t’neva pur’ nu pourch Stunzian abball’ all’uort ” aggiungeva mia madre , a cui da bambina ” mancava la capezza” , ridendo ” s’nnó t’avess’ fatta fa pur’ la pars’nacula……. ” Sciò, e ch’esse m’ c’mancava a me puvr’ella….”  ” Eh ” diceva poi ” chi te mamma n’n chiegn’…. Ma j’ la mamma la p’rdiett’ tropp’ sub’t ….. “[6]

” Po m’nett’ la ‘mb’r’nata e armaniett’ j’ schitta alla casa, ca quir’ , Stunzian, estat’ e ‘m’biern’ s’ n’ partoiva p’ l’ fierie e s’ portava la chiev’ della cascia andó stavan l’uogl’, la faroina, la líva …. È m’ lassava a me puvr’ella che mies’litr’ d’uogl’ , e nu chi l’ d’ faroina p’ quinn’c’ jurn buon… ch’  tre lire mjen….. Gna m’eva avastá…..e asciuí  m’ ‘mbariett’ a fa la pruvviscta prima e a annasconn’rm’la ascuí quand’ partoiva j’ t’neva tutt’ arpuosct’ …. E j’ss’ sembr’ ha ditt’ ca j’ so na femm’na ch’ tutt’ r’ s’n’tmient’ …..ca mjei so spr’cat’ chjú d’ chell’ ch’ m’ha lassat’ j’ss’ …… Se sapess….. Ma n’ l’ fa p’ catt’veria….. Asciuí faceva ru potr’ e asciuí fa j’ss….. S’ cred’ ca ru munn’ é sempr’ ugual’ …. E allora é megli’ ca s’ l’ cred’ e sta cuntient’…. Asciuí p’ l’ calz’ …… cert’ volt’ m’ lassa m’ldin’ d’ calze tutt’ rott’ ca pur’ s’ l’ vulisc’ accunciá n’é andó mett’ mjen ca la trama ‘n’c’sta chjú, so tutt’ cavjut’ e arr’n’drecc’ …. e allora, dill’ a mamma, diceva rivolgendosi alla figlia, gna facem’…… Appena j’ss’ arrendra Angiolina J’ corr’ ‘ncontr’ e j’ dic’ ” gna stjé fridd’ , papá, vjett’ a scallá arru fuoch….assettat’ e j’….. J’ dich’   …. Aspetta ca t’ lev’ l’ scarp’ ….sihu…. Ch’ pied’ j’lat’  ch’ tjei ….. aspetta ca t’ lev’ s’ calz’ m’boss …..e t’ n’ mett’ nu puor assutt’….. P’ la Majella, Stunzian, ch’ogna long ch’ tjei ! l’ calzett ch’ mò t’eva arraccunciat’ ch’ na messa giá sien arcavutiet , e mica soltanto nu par’…. Temé ….pur’ chestaldr’…… Eh figlia mja, jie che sapeva arr’camié r’ megl’ punt’ sopra alla tela fina m’hai vuta adattá arr r’n’drecc’ d’ l’calz’ vecchi’e….. J’ ch’ eva cr’scjuta e stava abb’tuata a arregn’ le past’ dolc’ d’ ciucch’lata , ca soprattutto’ ch’ess evan’ le fatije alla famiglia mea , m’hai vuta adattá a pr’pará ru paston’ p’  li allin’ ….. Ma” aggiungeva” il Signore l’ha vista la sua figlia, lassù, e forse pure mamma e papá en’ pr’jat’ , e gli ha mandato la consolazione sua…. ” e cingendo alle spalle sua figlia Angiolina le riempiva il viso di baci…..[7]

E fu Elisa, dai racconti di mia madre, che insegnò a lei e a sua sorella  a fare il pane  durante la lunga malattia della loro madre. Era lei che le riforniva della necessaria pasta lievitata, il lievito madre, per la quale occorre particolare cura.

Fu Elisa che nell’inverno, successivo alla morte della loro madre, spesso le mandava a chiamare con una scusa affinché,  sedute intorno al fuoco, si distraessero un pò dalla quotidianità, ascoltando quei suoi racconti così coinvolgenti…..

Fu ancora Elisa che le salvò dal gelo di una notte di gennaio: Nel cuore della notte, infatti, si sentì bussare al portone quasi che lo si volesse buttare  giù. Erano i giorni seguiti all’8 settembre, quando i tedeschi alleati erano diventati nemici. Mio nonno, a quei colpi, terrorizzato, pensò che i tedeschi cercassero le ragazze, nelle case dove sapevano che ce ne erano, in sfregio agli italiani.

Così, corso in camera delle figlie, le fece alzare dal letto e, a piedi nudi e in camicia da notte, le fece scendere giù nell’orto e le chiuse fuori con l’ordine di nascondersi nel pollaio fino a che fosse tornato lui. Mia madre e mia zia rimasero a lungo nascoste, battendo i denti per il gran freddo. Poi, siccome il tempo passava ma il padre non tornava, non vedendo più nessuna luce in casa, coi piedi nella neve alta attraversarono l’orto, scavalcarono il muretto divisorio dalla casa di Elisa e, chiamandola con voce soffocata, fecero piccole palle di neve che lanciarono contro i suoi vetri, per attirarne l’attenzione. Elisa sentì i rumori, corse alla finestra e le vide spaventate, piangenti e infreddolite nella neve alta. Corse allora giù, aprì la porta dell’orto e fece entrare le due poverine. Fece coricare mia madre e mia zia nel suo letto strofinando i loro piedi con panni asciutti per scaldarle e rassicurandole, che niente di male era accaduto al loro padre a causa loro. Non era tornato perché i tedeschi non cercavano donne bensì uomini a cui far spalare la neve per liberare i loro mezzi. Ecco perché avevano portato via mio nonno, mio zio e anche suo marito insieme a molti altri agnonesi.

Elisa, la fr’asctiera[8] dal cuore grande, che praticava la solidarietà col sorriso sulle labbra!

Io ne ho un vaghissimo ricordo risalente alla mia prima infanzia, ricordo che si rinnovava quando, più grandicella, con mia madre e la figlia di Elisa, ci recavamo al cimitero. In una delle cappelle, sulla sinistra, ci sono due piccole tombe, come usava in passato. Lì riposano Elisa e suo marito. Io bambina ero invitata, allora,  a recitare delle preghiere per loro, e inginocchiatami, pregavo.

Ma sempre, dopo le preghiere, mi scappava un sorriso al pensiero dei suoi piccoli innocenti sotterfugi, per mantenere la pace in famiglia.

Agnone visto dalla Ripa 1954

_______________________________
[1] L’ sctrangu’nera: specie di gambali di cuoio che ricoprivano tutte le gambe dei ramai per riparare i pantaloni e le gambe dai colpi procurati dal continuo martellare sopra a r’ cuttriell’ (paiolo) appoggiati, per il martellamento, appunto sulle loro gambe. Insieme con un grande grembiule di cuoio costituivano il necessario armamentario per il lavoro di callar ar (ramai).
[2] Cristanziano si era sposato. Era andato a cercar moglie, lontano. Una forestiera di un paese dell’Abruzzo. Eh, come doveva fare poveretto, prima era morto il padre, dopo la madre. Che poteva fare lui da solo senza una donna per casa che cucinasse un po’ di cibo?
[3] Alla fine i parenti lo avevano convinto, e così, alla fine, era andato a parlare con il prete di San Biase. Era andato insieme con la cognata, che era molto sicura di sé, mentre lui si vergognava ed era scontroso come un lupo. Così dicevano di lui i fratelli.
[4] il ramaio
[5] (E fosse stato solo quello; la mattina dopo, mi svegliarono mille rumori di martello che battevano sopra al rame. Mi alzai, andai alla finestra e guardai giù per la ripa, che il padreterno si era divertito a dipingerla come fosse un quadro e già mi si allargava il cuore a pensare che tutti i giorni della mia vita avrei visto quella bellezza……Quanto, di un tratto, mi sentii chiamare da qualcuno appena entrato. Mi girai e…gridai
Maria Santissima Vergine e Madre
Il Diavolo…Libera nos a malo
E mi inginocchiai, tremavo come una foglia….  … …. chi era???    Era Cristanziano con i gambali sulle gambe, un grembiule di cuoio e aveva, vicino agli occhi, delle protezioni che ricordavano i paraocchi per i cavalli … … tutto rosso in faccia….Dio ce ne scampi e liberi……era l’abbigliamento di un ramaio.
[6]“E sai perché aveva lasciato il lavoro, giù al fondaco dove sta sempre? Si era ricordato  che doveva lasciarmi un lavoro da fare…..posò sul letto  una montagna di calze di lana, ognuna con un grosso buco, o sulle dita o sul tallone, e io, la nipote dell’Arciprete, passai la prima giornata da sposa a ricucire i buche delle calse di Cristanziano”. “E meno male che egli non aveva un maiale, giù all’orto”, intervenne mia madre, a cui da bambina mancava  il controllo, “altrimenti ti avrebbe fatto fare anche il mezzadro”.  “Eh, sì, ci mancava anche quello, poveretta me” E aggiungeva “Chi ha la mamma, non piange…Ma io, la mamma, la persi troppo presto”
[7]“Poi venne l’inverno e rimasi io sola nella casa, perché Cristanziano, estate ed inverno, se ne partiva per le fiere e portava con sé la chiave della madia dove erano immagazzinate olio, farina, olive e lasciava me poveretta con mezzo litro di olio, un chilo di farina e, per quindici giorni…con tre lire in mano…Come potevano bastarmi? E, così, imparai a fare provvista prima della sua partenza e a nascondermele, così, quando partiva, avevo accantonato tutto il necessario……..E lui ha sempre detto che io sono una donna con tutti i sentimenti…….che mai ho sprecato più di quello che ha lasciato lui…..Se sapesse…..Ma non lo fa per cattiveria…Così faceva il padre, così fa lui….Crede che il mondo è sempre uguale ……e allora è meglio che lo creda e sta contento….” Così anche per le calze…certe volte mi lascia montagne di calze tutte rotte che, anche a volerle ricucire, non sai dove mettere mano, perché la trama non c’è più…sono tutti buchi e rammendi ……e allora, dillo come facciamo – rivolgendosi alla figlia – Appena lui rientra Angiolina gli corre incontro e gli dice: come stai freddo, papà, vieni a scaldarti al fuoco…siediti e…gli dice……Aspetto che ti tolgo le scarpe…oddio…che piedi gelati che hai, aspetta che ti tolgo le calze bagnate e te ne metto altre asciutte….. Per la Majella , Cristanziano, che unghie lunghe che hai…le calze da poco ricucite,  or ora messe si son bucate di nuovo e non solo un paio, anche queste altre….Eh, figlia mia, io che sapevo ricamare i miglio punti sulla  sottile tela, mi son dovuta adattare a rammendare calze vecchie e…io che ero cresciuta e stavo abituata a riempire le paste dolci di cioccolata, perché questa era soprattutto il mio lavoro presso la mia famiglia, mi son dovuta adattare a preparare il pastone per le galline.  Ma, aggiungeva, il Signore ha visto la sua figlia e forse pure mamma e papà hanno pregato e gli ha mandato la consolazione sua” e cingendo di baci sua figlia, la riempiva di baci..
[8] forestiera

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

3 commenti

  1. Gustavo Tempesta Petresine

    Splendido il dialetto a me familiare. La lettura scorre leggera, per giungere a ritroso in un tempo passato ormai cancellato per sempre.

  2. Antonia Anna Pinna

    Che racconto bellissimo. Sono tornata indietro nel tempo e, ho persino risentito il freddo ai piedi che mia nonna ci scaldava con la mandera che metteva vicino al fuoco. Grazie Maria Rossi, si merita un grande abbraccio.

  3. BEL RACCONTO, intimo, innocente e intrigante ad un tempo… La protagonista è molto ben delineata, con affascinante animo e saggezza di ragazza antica, usa ai sacrifici, che imparò a rammendare le calze così rotte, forse stando dietro i vetri, godendo con animo poetico del bel panorama di Agnone! La bellezza della natura può rendere più “lieve” anche le sofferenze…
    Mi ci sono un po’ ritrovata, avendo anch’io perso la madre da bambina…

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