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Il terremoto nella vita e negli scritti di Laudomia Bonanni

di Alfredo Fiorani [1]

Emerge una stranezza – e non sappiamo poi quanto – che i più catastrofici terremoti coincidono con cambiamenti epocali e con tutto quanto ne consegue: crisi economica, disagi sociali, incertezze politiche. Ciò per sottolineare anche quanto i terremoti sono presenti nell’immaginario della società abruzzese. Né possono non esserlo nella memoria di Laudomia Bonanni che di taluni di quegli eventi è stata testimone oculare.

Laudomia Bonanni con Renato Angiolillo

Mentre le cronache di Amatrice [2] ci hanno riportato l’ennesimo dramma di origine sismica, si conferma quanto l’Italia da millenni sia stata martoriata materialmente, ma ancor più psicologicamente dagli scuotimenti della terra, soprattutto là dove il fenomeno si ripete con costante periodicità.

Per restare alla storia più prossima a noi, il novecento si aprì con un lutto immane: il terremoto di Messina-Reggio Calabria. Era il 28 dicembre 1908, alle 5:21 la terra tremò con un magnitudo di 7,2 Richter, provocando oltre 90mila vittime.

Esattamente un anno prima era nata a L’Aquila Laudomia Bonanni. E già da allora i racconti della ferocia della natura dovevano correre in casa Bonanni tanto era stata la risonanza di quei tragici fatti.

Terremoto di Avezzano 1915

Purtroppo, di lì a sette anni, chi aveva supposto e in qualche modo condiviso il dolore della popolazione meridionale, si ritrovò a viverlo sulla propria pelle. Non si era ancora sopita l’eco del dramma messinese che di nuovo il sottosuolo eruttò. Laudomia aveva compiuto otto anni, quando il 13 gennaio 1915 sul Fucino si abbatté un terremoto. Erano scoccate le 7:55, magnitudo 6,9 Richter. Avezzano venne rasa al suolo. I bollettini ufficiali contarono 32mila morti. Ignazio Silone di quell’evento ne parlò in Uscita di sicurezza, meravigliandosi della composta accettazione dei suoi “paesani”. I cronisti accorsero da tutta l’Italia. Tra questi un giovane Scipio Slataper che su Il Resto del Carlino registrava: «Da Tagliacozzo […] volevo recarmi direttamente ad Avezzano col treno delle nove […] che portava, oltre a diversi impiegati di Ministero e personalità politiche, una grande folla di persone che accorreva per avere notizie dei loro cari.»

L’Aquila non rimase fuori dall’onda mortale. La Bonanni in diversi scritti troverà modo di riportare quell’esperienza. E’ del 10 giugno 1958 il pezzo scritto per Il Giornale d’Italia dal titolo “Un corpo celeste” (ripreso più tardi nel 1963 col titolo “Stella in orbita”, sempre per il GdI).

Non fu un caso che si abbandonò alla rievocazione del terremoto del 1915. Infatti, nel 1958 un sisma aveva interessato l’aquilano. Rievocando l’avvenimento, scrive: «Il terremoto non ci aveva messo punto paura. Una mattina di gennaio che rugliava ventosa alle imposte, si stava ancora al caldo tra le coltri, quando il vento rumoreggiò proprio dentro i muri squassandoli allegramente. Nella volta s’aprì uno spiraglio, l’aria vi sibilò sfuggendo come una risata, poi si richiuse e scrollò calcinacci. Mi piovvero sopra…»

Anche in quella circostanza si cercò di dare un riparo sicuro alla popolazione. Vennero edificate dozzine di baracche di legno. La famiglia Bonanni vi trovò ricovero. Lei ne serba un ricordo vivissimo. Persino l’odore di anilina cosparsa sulle tavole gli rimase nelle narici. La baracca di cui parla era stata sistemata vicino al Castello, allora adibito a caserma. Vi dimorò per quasi tutti gli anni della Grande guerra prima di rientrare nella casa abbandonata la mattina del terremoto e che ora risultava risistemata e rinforzata, annota, con “catene”.

L’Aquila prima del terremoto del 1915 era un’altra cosa. Il turismo agli inizi del novecento, promosso dalle favole dannunziane e dai quadri di F.P.Michetti, aveva sollecitato le “penne” di E. Scarfoglio, di G. A. Borgese o di M. Morasso su L’Illustrazione italiana, con l’articolo “Alla scoperta artistica dell’Abruzzo” (1909). Ma anche Ugo Ojetti su La Stampa di Torino aveva condotto un reportage Un settimana in Abruzzo: «Ed ecco la città dell’Aquila come ancora la chiamano qui, tutta color rosa sotto il tramonto, adagiata sopra un largo colle agevole, la seconda città del Reame.»

La Bonanni non perde occasione di parlare della sua città con quell’orgoglio tutto aquilano di “provincia addormentata” che, dopo i rigori invernali, si risveglia nella bella stagione: «D’estate tutto avviene fuori dei portici, ma sempre lungo lo stesso tratto, con quell’indolente un po’ sbandato vagare provinciale che non tiene conto di macchine e semafori.»

Gran Sasso, Campo Imperatore

Ogni terremoto le rinnova la grande paura patita nel lontano 13 gennaio 1915. Sarà così anche per i terremoti del 5 settembre 1950 (Mw 5,7) e dell’8 marzo 1951 (Mw 5.3). Su Il Giornale d’Italia del 17 agosto 1951 la Bonanni pubblica “Terremoto al Gran Sasso” e riporta un aneddoto. Era in corso a L’Aquila un Festival musicale. Gli orchestrali e i coristi del Conservatorio di Santa Cecilia furono sorpresi nella notte dal sisma. Si riversarono fuori dell’albergo, presumibilmente il Grand Hotel, prospiciente la villa Comunale, di gran carriera. Tra questi era presente la soprano Maria Caniglia. Con un filo d’ironia, annota al Bonanni: «La signora Caniglia, in succinto abbigliamento, dichiarava che mai avrebbe cantato, voleva andarsene ripartire subito. La sera dopo, nella grande basilica bernardiniana, gremitissima, cantò invece da par suo. Al tremendo “Dies Irae” che scoteva la volta, ciascuno, pur sentendosi tremar sotto le sedie […] sbigottì per tutt’altra ragione

I terremoti punteggiano la storia degli aquilani. Da quel 2 febbraio 1703, il giorno della Purificazione, ad oggi il terremoto evoca terrore, impotenza, dolore, distruzione. All’epoca, ce lo ricorda la Bonanni in un pezzo del 1974, la popolazione fece il voto che non si sarebbe più entrati nel Carnevale con festeggiamenti prima della Candelora. Voto conservato per secoli per poi cadere nell’oblio ai giorni nostri.

Terremoto del Friuli 1976

Uscì un elzeviro nel maggio 1976 sempre su il GdI, intitolato “La terra ballerina”. Di nuovo, suo malgrado, sull’onda emotiva del terremoto del Friuli, che il 6 maggio di quell’anno aveva mietuto 989 vittime per la tremenda spallata delle 21:00 di 6,4 Richter, con scrittura mirabile, la meticolosa memoria della scrittrice ci riconsegna gli attimi furiosi della terra, mentre la madre si prodigava a ridimensionare l’evento, gridando “E’ il vento! E’ Il vento!”, affinché i suoi bambini non si spaventassero più di tanto. E ci parla della “fratellanza”, quello stare tutti insieme all’aperto, spalla a spalla, a darsi coraggio. Ma è sulla memoria del terremoto del 1954 (in realtà, doveva trattarsi del 1958) che la nostra attenzione s’incentra. La Bonanni ci tramanda la sapienza dei pastori e scrive: «Secondo i pastori del Gran Sasso, il fenomeno corre lungo un “vena” che se tu arrivi giù giù alle montagne del fuoco (Vesuvio, Etna) e alle grandi terre che si toccano di spalla (Africa, Asia) non fai che camminare sulla stessa”vena” di quassù

L’aspetto più sorprendente è che da quella scienza scaturì quasi per magia una strabiliante confidenza che il pastore confidò alla scrittrice. In barba all’imprevedibilità dei terremoti, come si sgolano nel dire i luminari della sismologia, la Bonanni riferisce: «A garanzia che abbiamo tempo di passare ben oltre il duemila prima che la nostra fascia di terra si riscuota sobbalzi e scrolli dalla sua crosta. Così mi assicurò il pastore strologante

 Il 6 aprile 2009, “ben oltre il duemila”, la terra si risvegliò a L’Aquila. La profezia del pastore si era avverata.

Terremoto de L’Aquila 2009


[1] Alfredo Fiorani, nato a La Spezia ma Abruzzese nell’anima e nella testa, ha pubblicato raccolte di poesia, romanzi e saggi. Tra i romanzi più significativi, si ricordano: L’orizzonte di Cheope (Alfredo Guida Editore, Napoli 1998, premio Città di Cimitile), All’amore il tempo (Manni Editori,  Lecce 2007).  Tra i saggi  Laudomia Bonanni. Il solipsismo di genere femminile (Ed. NOUBS, Chieti 2007), L’Aquila 2009. La mia verità sul terremoto  (Castelvecchi Editore, Roma 2009) e La forza della memoria (Castelvecchi Editore, Roma 2010) entrambi scritti con G. Giuliani.
[2] questo articolo fu scritto il 26 set 2013, in occasione del terremoto dell’Emilia, ma resta sempre attuale; basta sostituire Emilia con Amatrice.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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