Home / Cultura / Cultura Popolare / Il segreto della lana – Capitolo 5 – La lettera

Il segreto della lana – Capitolo 5 – La lettera

di Esther Delli Quadri
(dalla raccolta ” Mendicanti dell’anima”)

Cap. 1 – Materassi in eredità per leggerlo clicca Qui
Cap. 2 – Ricordi con le mani nella lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 3 – Racconti tramandati.  per leggerlo clicca QUI
Cap. 4 – La Sorpresa tra la lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 5 – La lettera
Cap. 6 – La guerra la vergogna l’amore per leggerlo clicca QUI

Questa novella racconta di una nonna materassaia che lascia in eredità a sua figlia i suoi materassi di lana; lei, su consiglio della sua figlia, decide di lavorarli per ottenerne cuscini e coperte. Durante la lavorazione succedono cose significative che squarciano il telo su un passato traumatico che, insieme a tutto il contesto ambientale, il clima familiare, i ricordi, consentono, a chi legge, di vivere emozioni particolari.

Capito 5 – La lettera

La voce di mia madre risuonò ad un tratto dal fondo della scala. Sentivo che chiamava il mio nome. Piegai e nascosi in fretta i fogli nella tasca dei miei pantaloni e cercai di assumere una espressione normale, tranquilla.
Mia madre entrò. Mi spiegò di aver trovato un’altra parente dalla vecchia zia e di essere quindi andata via più presto. Si chinò sul mucchio di lana ai miei piedi. Poi rialzandosi cominciò ad infilare la lana nelle vecchie federe per infilarla in lavatrice. ” Con questa unita a quella avanzata dagli altri due materassi” disse ” voglio fare una o due trapunte leggere …. Pensavo ad  un tessuto patchwork tutto trapuntato…..potresti pensare tu anche a quello?”
Dissi di si, con la mano infilata nella tasca dei miei jeans che teneva stretta la lettera della nonna.
Mia madre mi osservò, poi mi fece una carezza leggera.” Sei pallida” disse ” non ti sentì bene?”
Dissi che avevo un po’ di mal di testa e lei mi suggerì di andare a fare una passeggiata mentre lei si sarebbe occupata di mettere le federe piene di lana in lavatrice e di stenderle mano a mano che i lavaggi finivano.
” Vedremo ” disse ” se potranno venire fuori due leggere trapunte matrimoniali o solo una matrimoniale e una singola….. ”
” ….Non preoccuparti per me…..” dissi stancamente “….. a me bastano i cuscini….”
“….Ma io voglio che tu abbia anche la tua trapunta! La nonna avrebbe voluto così e così voglio anche io. Sei mia figlia e …quello che è mio è tuo , lo sai, e quindi anche la lana della nonna”
Le sorrisi. Le diedi un bacio ed andai via.
Mi incamminai sulla strada che portava verso la circonvallazione del paese dove le case andavano diradando per cedere il passo ai boschi. L’aria si era riscaldata e c’era una brezza leggera. Sotto i suoi soffi lievi  le piccole nuvole bianche sembrava giocassero a rincorrersi nel cielo azzurro.
Ma io avevo perso lo spirito contemplativo del mattino.
La lettura di quei pochi fogli aveva modificato in me la percezione del mondo esterno. Adesso la natura del mio paese che tanto amavo contemplare era solo lo sfondo dei miei pensieri.
La decisione che dovevo prendere mi dilaniava. Cosa dovevo fare?
Mi sedetti su un masso. La mia mano andò ai fogli che conservavo nella tasca. Li tirai fuori, così piegati, e li guardai.  Cosa dovevo farne? Come dovevo comportarmi?
Mi tornarono le parole di mia madre “….. Sei mia figlia…..quello che è mio è tuo, lo sai, e quindi anche la lana della nonna…. ”
Certo, era così. Io ero sua figlia e quindi quello che riguardava lei riguardava anche me. Le sue origini erano le mie origini. Avevo anche io il diritto di sapere. Non era come penetrare un segreto che mia madre mi aveva taciuto. Era qualcosa che anche lei ignorava. Era un segreto che mia nonna aveva celato per anni ma che ad un certo punto aveva affidato al fato, al destino.
A me, in quel caso.
Seppi allora cosa avrei fatto.
Avrei letto quella lettera fino in fondo e solo alla fine avrei deciso cosa farne, come comportarmi. Dovevo farlo. Avevo non solo il diritto come sua discendente ma anche il dovere di proteggere la tranquillità di mia madre, le sue certezze. Aveva già avuto la sua parte di sofferenza a causa di quel segreto.
Tornai velocemente indietro. Sarei tornata nel pomeriggio, da sola,  in casa di mia nonna e con calma avrei terminato la lettura della lettera.

Quel pomeriggio andai presto a casa della nonna con la scusa che volevo stendermi un po’ al sole. Mi distesi sulla sdraio all’ombra e tirai subito fuori la lettera che intanto avevo trasferito nella mia borsa.
Ripresi a leggere.
………………………………………………
Da dove devo cominciare, non lo so.
Forse dalla fame.
Non avrei mai pensato che si potesse avere così tanta fame da riuscire a mangiare quello che normalmente si butta. Che si potesse essere così disperati di fronte ai propri figli che ti chiedono di avere ancora un po’  di cibo e tu invece devi rifiutarti di darglielo perché sai che dovrai farlo bastare ancora e ancora.
Forse è da qui che dovrei partire. Dalla guerra che si è presa la vita di tanti e che ha reso altri sopravvissuti dei morti viventi. È così che mi sono sentita io per tutti questi anni, nel profondo, li dove nessuno poteva arrivare a vedere.
Erano i giorni più bui di tutto quel periodo di miseria, paura e oscurità.
Da più parti si diceva che la guerra era ormai perduta per noi e che perciò presto sarebbe finita.  Passavano le settimane, i mesi. Cadevano bombe. Cadevano case. Gente per strada senza più un posto dove stare. Sfollati. Tedeschi con le loro divise, le loro motociclette. Mai mi avevano fatto così tanta paura come in quei giorni. Erano stati sempre delle presenze pesanti con quei loro visi mai sorridenti, quel loro passo così deciso e con quel modo di comportarsi sempre da padroni. Ma in quel periodo erano ancora più cattivi, forse per via delle notizie sulla guerra. Prendevano liberamente quello di cui avevano bisogno, requisivano alloggi, provviste accompagnati in giro da quei loro amici con le camicie nere.
Era la primavera del ’43. In paese era diventato difficile vivere. Molta gente cominciò ad allontanarsi aspettando giorni migliori. Si  allontanavano dai tedeschi e dai bombardamenti continui. Io ero rimasta da sola con i tuoi fratelli. Tuo padre era in guerra e non tornava da mesi. Da tempo non ricevevo più sue lettere.  Le mie cognate, le sue sorelle e le mogli dei fratelli, trovarono riparo presso le loro famiglie adattandosi alla meglio. Alcune avevano i genitori in campagna altre si adattarono con altri parenti in qualche masseria di loro proprietà. Ma per noi non avevano posto e io non avevo nessuno che potesse ospitarci. Ero preoccupata per i bambini. Decisi allora di andare a stare nella “masseria” fuori paese che era stata dei nonni e che era abbandonata da anni. L’isolamento della masseria mi faceva paura, ma mi faceva più paura  restare in paese. In quella masseria noi andavamo solo di tanto in tanto per fare la “pasquetta” coi parenti. Pensai che avrei potuto adattarmici con i bambini sperando che fosse per poco tempo. Trovai così un paio di persone che mi aiutarono a portare quel po’ di masserizie e provviste che mi erano rimaste e caricato tutto su un carretto lasciammo il paese.
Non ero mai stata una contadina ma mi ero procurata un po’ di sementi per fare un orticello e le mie cognate mi avevano procurato alcune  galline per le uova.
La casa era molto mal messa. Mi diedi da fare come potevo per risistemarla in modo che io e i bambini ci potessimo stare. Le giornate erano pesanti. Mi alzavo all’alba per lavorare nell’orto, poi mi mettevo in cerca   di qualche fungo o qualche verdura da cucinare nei prati e nei boschi intorno  ma con scarsi risultati perché la primavera, che è piena di fiori e riempie gli occhi, è scarsa di verdure per lo stomaco. Per quelle bisogna aspettare l’estate.
Una volta ebbi perfino fortuna e trovai una lepre rimasta impigliata in una trappola.
Quando mi allontanavo di più portavo con me i tuoi fratelli. Non mi fidavo a lasciarli da soli.
Facevamo il giro delle masserie vicine chiedendo ai contadini se avevano bisogno di una materassaia. Ma chi si occupava dei materassi in quel periodo! Mi adattai un po’ a tutto e chiesi se avevano bisogno di aiuto nei campi e con le bestie. In campagna ormai c’erano solo donne e bambini. Gli uomini erano al fronte perciò qualche volta mi capitò di trovare qualcosa da fare in cambio di un po’ di farina o di latte. Non se la passavano bene neanche i contadini ma per loro era un po’ meno difficile che in paese.
Una mattina, era poco prima di mezzogiorno, ero nell’orto dietro la casa. Era spuntata un po’ di insalata, pochi ciuffetti ed io ero indecisa se coglierli subito o aspettare che crescessero. All’improvviso sentii il rombo di una motocicletta e andai a vedere chi era, preoccupata per i tuoi fratelli che stavano giocando sull’aia davanti casa.
Erano due tedeschi. Chiamai i bambini e me li strinsi addosso. Ero spaventata e preoccupata che si portassero via anche quel poco che avevamo.
Quello che guidava la moto scese e si avvicinò a noi. L’altro rimase seduto nel sidecar.
Avvicinandosi vidi che era poco più di un ragazzo. Avrà avuto l’età dei miei fratelli più giovani, anche loro al fronte. Ma era più alto di loro, più robusto. Coi gesti e  con le parole cercai di  fargli capire che non avevamo niente che loro potessero prendere. Ma quello sorrise.
Era la prima volta che vedevo uno di loro sorridere.
Prese una borraccia dal sidecar e mi chiese se potevo riempirla di acqua. Andai in cucina e da uno dei secchi che avevo riempito per noi col mestolo riempii la borraccia. Quando tornai sull’aia lo trovai che giocava con i bambini  che erano rimasti fuori. Rideva mentre gli mostrava come fare rotolare le loro biglie più velocemente. Gli diedi la borraccia. Mi ringraziò con quel suo accento gutturale e guardandosi intorno sorridendo mi fece capire che al suo paese anche lui viveva in una fattoria simile a quella dove eravamo noi con intorno prati e boschi ed aveva dei fratelli piccoli come i miei figli. Sollevata  li guardai allontanarsi senza che ci avessero portato via niente.
Non parlai a nessuno di questo fatto.
Erano tempi in cui tutto faceva paura. Con i tedeschi poi noi civili non avevano mai avuto rapporti, anzi era reputato negativo dalla maggior parte della gente essere in confidenza con loro. Solo gli addetti ai lavori, solo i fascisti, sembrava che avessero l’esclusiva della rappresentanza dei contatti con loro.
Passarono un paio di settimane. Un giorno sul calar della sera sentii nuovamente il rombo di una moto. Era di nuovo il tedesco della volta precedente, questa volta da solo. Prima di scendere dalla moto prese qualcosa, poi si avvicinò. Salutò i bambini e diede ad ognuno di loro una tavoletta di cioccolata. Poi si avvicinò a me, mi salutò e mi  diede due barattoli . ” Per piccolo pampini ” disse nel suo italiano esitante. Li guardai  e vidi che era marmellata. Non ricordavo neanche più quando era stata l’ultima volta che ne avevo vista. I bambini  mi corsero vicino per farmi vedere le tavolette di cioccolata. Lui si accucciò a terra vicino a loro e cominciò a giocare con le biglie. Li guardai mentre tutti e tre  le facevano rotolare ridendo. Sembrava che fossero proprio i bambini e i loro giochi a interessarlo. Ricordo che pensai che forse aveva nostalgia della sua famiglia e che i miei figli gliela ricordavano. Anche i soldati tedeschi in fondo  erano dei ragazzi che la guerra aveva portato lontano dalle loro case e forse sotto quelle divise e quel passo marziale avevano anche loro un cuore, pensai. Almeno alcuni, forse i più giovani.
Restò forse un’ora scarsa poi ci salutò ed andò via. Mi premurai di far promettere ai bambini che non avrebbero parlato a nessuno di quella visita. In cuor mio ero agitata e speravo che non tornasse più.
Infatti non lo vedemmo per parecchie settimane.

Interruppi la lettura. Avevo la gola asciutta e le labbra riarse. Era come se i miei pensieri andassero in una direzione che si profilava essere quella del racconto, semplicemente anticipandola.
Ripresi a leggere.

Quell’anno il freddo arrivò precocemente da noi. Già in ottobre le giornate si fecero fredde. Di notte io e i bambini dormivamo nello stesso letto. Cercavo così di riscaldarli col mio corpo. Pregavo continuamente che quella vita avesse fine e che potessimo tornare a casa. Temevo l’arrivo dell’inverno. Come avremmo potuto vivere in quelle condizioni per un intero inverno, in totale solitudine e senza l’aiuto di nessuno? Come avrebbero potuto affrontare due bambini senza una alimentazione adeguata il freddo pungente dei nostri inverni?
Ero molto preoccupata.
Le poche notizie che mi erano arrivate erano che gli alleati stavano avanzando ma più lentamente di quanto ci si aspettava e si sperava e che i tedeschi erano diventati ancora più cattivi e arrabbiati e stavano razziando tutto quello che potevano.
Una mattina mi accorsi che Nicolino aveva la febbre. Pensai ad una infreddatura. Lo tenni a casa cercando di tenerlo il più possibile al caldo. Ma la febbre salì. Al terzo giorno il bambino vaneggiava. Mi resi conto che aveva bisogno di un medico. Lasciai i bambini da soli raccomandando a Emidio di stare vicino a Nicolino e di cambiargli spesso le pezze bagnate sulla fronte e a piedi mi incamminai per il paese in cerca del dottore.
Lo trovai. Comprese la mia ansia e tornò con me alla ” masseria”. Visitò il bambino. Temeva che si trattasse di polmonite. La febbre non sarebbe scesa se non si toglieva l’infiammazione. Occorrevano medicine, aggiunse, ma sapeva che  la farmacia del paese era ormai agli sgoccioli coi farmaci. Sarebbe tornato il giorno seguente, intanto avrebbe provato a cercare in giro. Prima di andare via disse una frase, una frase che rimase nella mia mente ” …..Sono medicine che solo i tedeschi potrebbero avere. E i fascisti.”
Tornò il giorno successivo dicendo che non aveva trovato niente. Era dispiaciuto. Si trattenne a lungo, cercò di fare del suo meglio. Ma alla fine andò via dicendomi che non c’era altro che poteva fare. Disperata gli chiesi di scrivermi su un pezzo di carta la medicina che serviva. Nella mia mente agitata cominciai a pensare che forse, a piedi, avrei potuto raggiungere il paese successivo , dove forse ancora potevo trovare la medicina per Nicolino. Il medico me la  scrisse, più per blandirmi che altro, ma mi raccomandò di non mettermi in giro perché era molto pericoloso come pericoloso era lasciare i bambini da soli soprattutto Nicolino per le condizioni in cui versava. Se conoscevo qualcuno nei dintorni, qualcuno disposto ad andare  allora potevo dargli il foglietto col nome della medicina, ma che per carità non mi muovessi. Dovevo pregare mi disse.
Furono le sue ultime parole prima di andare .
Quella notte fu terribile.
Pensai che Nicolino non ce l’avrebbe fatta. Respirava a fatica, era bollente di febbre. Passai la notte piangendo disperata accanto a lui, cambiandogli continuamente le pezze fredde sulla fronte. Emidio si era addormentato stremato accanto al fratello. Alle prime luci dell’alba approfittando che Nicolino sembrava essere caduto in una specie di dormiveglia andai in cucina e cercai di accendere il camino per avere delle braci da portare vicino al suo letto. Fuori tirava un vento freddo e gli spifferi entravano da tutti gli infissi malmessi.
Continuavo ad andare di tanto in tanto in cucina per tenere vivo il fuoco acceso. Ad un certo punto vidi che non avevo più legna in casa. Uscii fuori. Dietro casa avevo sistemato un po’ di legna durante l’estate temendo di dover rimanere ancora lì per una parte dell’autunno. La piccola provvista si andava assottigliando velocemente. Presi alcuni pezzi di legna e li misi in una cesta per portarli in casa. Tornai sull’aia trasportando faticosamente la cesta. Arrivata lì vidi il soldato tedesco che avevo visto le due volte precedenti. Mi salutò con un sorriso mesto. Poi porgendomi una tavoletta di cioccolata mi chiese dei bambini. Le parole del dottore mi echeggiarono nelle orecchie : “…..sono medicine che solo i tedeschi potrebbero avere”.
Lasciai cadere a terra la cesta, afferrai il soldato per un braccio e lo tirai in casa e poi  nella camera dov’era Nicolino. Non so quanto capiva di quello che io dicevo. Gli indicavo il bambino e gli dicevo che era malato, molto malato. Presi il pezzo di carta su cui il dottore aveva scritto il nome della medicina. Cercai di fargli capire  che la medicina di cui aveva bisogno non si trovava ma che io sapevo che i tedeschi ce l’avevano. Piangevo, a tratti la mia voce saliva di tono. E ad un certo punto, disperata, non sapendo come interpretare il suo silenzio né cosa fare, giunsi le mani e lo pregai, come si fa con le statue dei santi.
Volse lo sguardo a Nicolino.
Si avvicinò al letto e gli toccò la fronte. Poi prese il foglietto dalle mie mani, lo guardò e disse qualcosa nella sua lingua. Scossi la testa: non capivo.
Tacque per qualche secondo. Poi mi indicò Nicolino, mi indicò la medicina e disse ” ….Tu…. aspetta…”
Quindi andò via.
Le ore passavano. La mia paura dei tedeschi, del fatto che qualcuno potesse vedere il soldato venire da noi, che potesse tornare non da solo,  e di quanto fosse  pericoloso avere   contatti con loro non esisteva più. Esisteva solo la paura che Nicolino non ce la facesse, che morisse. Guardavo continuamente fuori dalla finestra sperando di veder tornare il soldato. Tendevo l’orecchio al rombo di una motocicletta.
Ma non vidi né sentii niente.
Ad un tratto sul far della sera, quando ormai avevo perso le speranze che tornasse, sentii bussare giù alla porta. Mi affrettai . Sperai che fosse il dottore che era riuscito a trovare la medicina.
Aprii la porta. Di fronte a me c’era il soldato tedesco.
Entrò. Appoggiò una specie di zaino a terra vicino alla porta e mi consegnò un involto che aveva tra le mani. Dentro c’erano una bottiglietta con una polvere bianca, un’altra contenente un liquido e una siringa. Mi fece segno di far bollire la siringa. Aspettò con me che fosse pronta poi la riempì con l’acqua e la polvere e mi indicò di portarlo dal “pampino”.
Nicolino giaceva rosso di febbre, con un filo di fiato che gli usciva dalle labbra. Il soldato lo girò su un fianco. Poi mi mostrò come far uscire l’aria dalla siringa e finalmente infilò l’ago nella carne di Nicolino. Il bambino non ebbe nessuna reazione. Il soldato sfilò l’ago. Girò di nuovo Nicolino e lo ricoprì.
” …..tomani….tomani….” diceva indicandomi la siringa e contando sulle dita. Ed io compresi che avrei dovuto rifare ancora l’iniezione a Nicolino per il numero di giorni che lui mi indicava con le dita.
Poi andò al suo zaino e tirò fuori delle gallette e qualche scatoletta di carne. Me le diede dicendo ” …..piccoli pampini….”. Lo guardai con le lacrime che mi scendevano una dietro l’altra. Non sapevo se ridere o piangere.
” Grazie…grazie….” continuavo a dire. Non sapevo cos’altro avrei potuto dire per fargli capire quanto gli ero grata. Guardò a terra, come fanno i bambini che confessano un peccato e mormorò “….. cuerra….. non di …..pampini…..”
Poi uscì. Scrutò  tutt’intorno, guardingo e si allontanò.
Compresi che aveva corso un rischio a venire da noi e che lo stesso rischio avremmo corso  anche noi se qualcuno lo avesse visto. Non avevo più notizie della guerra. Ma  sentivo spari e scoppi di bombe sempre più vicini e sempre più frequenti.
Già durante quella notte Nicolino migliorò. La mattina successiva gli praticai un’altra puntura come avevo visto fare al soldato. E così feci per il numero di giorni che il soldato mi aveva indicato.
La febbre si abbassò. Nicolino andava riprendendosi  un po’, ma era debolissimo. Cominciai a pensare se non fosse il caso di tornare in paese nonostante i pericoli e le bombe. Non sapevo cosa fare. Sia nel caso in cui fossimo rimasti lì che in quello in cui fossimo tornati a casa i rischi e i pericoli erano dietro l’angolo.
Passarono i giorni. Una settimana, forse. Non mi ero più mossa da lì e non avevo più notizie. Non sapevo più neanche che giorno fosse.
Il soldato non si era fatto più vedere. Ma, nonostante la mia gratitudine per lui, ne ero contenta.
Una notte sentii battere dei colpi. I bambini dormivano profondamente. Andai alla porta e con un filo di voce chiesi chi era.
Riconobbi la sua voce. Aprii pensando che fosse lì per sapere di Nicolino. Mi accorsi subito che era diverso dalle altre volte. Barcollava. Parlava ad alta voce nella sua lingua dicendo cose che non capivo. Compresi che era ubriaco. Mi spaventai. Lo pregai  di andarsene. Gli ripetevo che era pericoloso per lui essere li e che lo era anche per noi.  Cercai di spingerlo verso la porta. Ma non riuscivo. Non volevo gridare perché temevo di svegliare i bambini e che si spaventassero. Mi resi conto che non controllavo più la situazione ed ebbi paura. Presi allora le molle del camino e con quelle cominciai a minacciarlo. Riuscii solo a contrariarlo di più. Non gli fu difficile togliermele di mano. Cominciò a parlare ad alta voce, ad inveire ….
…. Dopo non sentii altro che il suo alito che puzzava di birra sopra la mia faccia…..
Forse svenni….. o forse la mia mente ha cancellato tutto…. Rivedo solo una grande macchia di umido sul soffitto ed era come se io fossi al centro di quella macchia….
….L’unica cosa che ricordo è che ad un tratto sentii dei singhiozzi….era ” lui” seduto accanto a me: piangeva.
Non ricordo quanto tempo restai lì così.  Penso molto.
Fu un rumore ritmico e continuo che mi tirò fuori da quello stato di incoscienza e vidi allora le prime luci dell’alba entrare dalla finestra.  Mi resi conto che ero sola. Una corrente di aria fredda mi soffiava addosso tutto il suo livore. Mi volsi a guardare dalla parte da dove veniva e vidi la porta di casa spalancata sui primi chiarori del giorno. A fatica mi alzai e la chiusi. Cercai di ricompormi e andai dai bambini. Dormivano profondamente. Il loro sonno li aveva protetti da quello che era successo.
Tornai in cucina presi una bacinella la riempii di acqua e con una pezza mi lavai, mi lavai….. Strofinai così a lungo che sentivo la mia pelle bruciare.
Poi salii di sopra, mi distesi accanto ai bambini attenta a non toccarli, a non sfiorarli.
Mi sentivo sporca……


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. La suspense creata con parole adatte, semplici ed efficaci, mi ha tenuta col fiato sospeso e ancor più delicate le parole usate per tutto l’articolo …La lettera:lunga e difficile la situazione vissuta dalla nonna col bambino malato, mentre succinta la descrizione dello stupro, che la fece sentire sporca!
    Eh già, così spesso si sente una ragazza/ donna quando subisce violenza:impotente e sporca!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.