Il Sannio e Chiauci nell’alto medioevo

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1443

di Adelaide Trabucco [A],
tratto dal suo libro “Memorie Storiche e Artistiche di Chiauci e delle sue Chiese“

L’“avvolgente diluvio latino” inglobò anche la realtà sannitica tra i Pentri e i Caraceni ove è posizionata Chiauci la cui identità, dopo le invasioni barbariche esplose nel V secolo – invasioni dagli esiti devastanti non solo per il Sannio -, e dopo l’esoso benché non lungo dominio bizantino, riemerge nella storia con i Longobardi. A proposito di questo popolo, come non ricordare la famosa espressione “sine aliquo obstaculo” usata da Paolo Diacono: con tali parole lo storico definì l’espansione dei Longobardi guidati da Alboino, “guerriero forte e coraggioso in ogni tempo”, nella penisola italica, avvenuta a partire dal 568, dall’area subalpina e padana e lungo l’Appennino, fino al Sannio e a Benevento. Qui re Alboino nomina duca Zottone il cui successore, Arechi, si renderà indipendente dalla corona, attribuendo carattere di ereditarietà al suo ducato. Dal 571 (dal 570, per alcuni storici come Vincenzo Ferrara) il Sannio entra a far parte del Ducato di Benevento.

I, 2. 1. Longobardi. Elmo di Niederstotzingen - Stuttgart, Württembergergisches Landesmuseum – elaborazione fotografica A. T.
I, 2. 1. Longobardi. Elmo di Niederstotzingen – Stuttgart, Württembergergisches Landesmuseum – elaborazione fotografica A. T

    Paolo Diacono riporta che a differenza dei territori occupati sotto il regime d’Alboino, le civitates conquistate dai duchi longobardi furono ferocemente trattate. Nel 577 Zottone, duca di Benevento, condusse i suoi militi alla distruzione dell’Abbazia di Montecassino. Lo storico De Matthaeis ai primi del XIX secolo affermava: “L’opinione la più probabile, e può dirsi anche la più sicura, si è che le devastazioni, gli incendi, i saccheggi, […] così frequentemente si succedevano a quei tempi per opera degli inumani Longobardi del Ducato di Benevento”.

   Scrive lo storico, mons. Vincenzo Ferrara: «Non può senza profonda emozione leggersi la celebre orazione, definita dal Gregorovius “il ditirambo del dolore risonante nell’alta e silenziosa basilica di S. Pietro”. […] Spettatore delle devastazioni inaudite, san Gregorio nei suoi Dialoghi narra che, come spada tratta dalla guaina, quella gente si era lanciata a sfogare la sua ferocia: “quale un campo di spighe in piena messe, così gli uomini sono stati mietuti dalla nostra terra”».

  Fu proprio papa Gregorio I il Grande ad avviare il processo di conversione al cattolicesimo dei Longobardi (i quali erano o pagani o seguaci dell’eresia ariana), in accordo con la cattolica regina Teodolinda, moglie del re Autari. Il processo di conversione fu molto lungo e difficile, ma nell’VIII secolo poteva dirsi compiuto. I Longobardi sposarono donne della penisola italica, alleggerirono la loro pressione verso i vinti, ne parlarono la lingua e apprezzarono la cultura e l’arte classica e cristiana fino a realizzare a Benevento chiese quali il Duomo di S. Sofia dedicato alla Divina Sapienza, ed a lasciarci testimonianze della rinascenza liutprandea a Cividale del Friuli nel Tempietto dedicato a S. Maria in Valle, nato come Cappella Palatina, e nel Battistero di Callisto, all’interno del Duomo.

I, 2. 2. FRANCISCO GOYA y LUCIENTES: S. Gregorio Magno - 1797 - Madrid, Museo Romantico.  
I, 2. 2. FRANCISCO GOYA y LUCIENTES: S. Gregorio Magno – 1797 – Madrid, Museo Romantico.

Il lento processo di ripresa concomitante con la conversione degli invasori al cattolicesimo non si bloccò con l’istituzione longobarda dei Gastaldati – la monarchia longobarda esercitava i suoi poteri attraverso funzionari regi, detti Gastaldi, incaricati nelle città di residenza di amministrare i beni della corona e riscuotere i tributi. Nel 667 i duchi longobardi di Benevento concessero le terre di Bojano e dintorni al guerriero mercenario bulgaro Alltzeco (o Alczeco) che le acquisì come gastaldo. Iniziò la dominazione bulgara, pacifica e ben accetta dalla popolazione locale che con la pace conobbe crescita e prosperità. Il benessere raggiunto venne distrutto dalle violente incursioni saracene degli anni 860-882. È all’interno dei Gastaldati che nel tempo si evolvono e consolidano alcune delle signorie sorte nel Medioevo centrale: tra le altre, le Contee di Venafro (964), Trivento (992) e, agli inizi del secolo XI, le Contee di Pietrabbondante (1014) e di Isernia (1022). In merito alla Contea di Pietrabbondante non è possibile non fare menzione di quella che mons. Vincenzo Ferrara definisce “polemica costruttiva”, fondata su articolate documentazioni, intercorsa tra lui ed il professore Antonino Di Iorio riguardo la datazione della Contea Borrello. Mons. Ferrara la colloca ai primi dell’XI secolo, precisamente nell’anno 1014, mentre il professor Di Iorio la anticipa al secolo precedente, precisamente all’anno 977.

   Le testimonianze storiche di Chiauci si ritrovano quando nella Contea longobarda di Pietrabbondante – la pre-normanna Petrahabundans – fioriscono svariate signorie molisane, rispetto alle quali Pietrabbondante assume il ruolo di capoluogo – quasi nel rispetto della sua identità originaria di Bovianum Vetus, il centro maggiore dell’Antico Sannio, ricordato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. 

I, 2. 3. Nave Vichinga - sec. IX - Oslo, Bigdøy, Vikingskipshuset  – elaborazione fotografica A. T.
I, 2. 3. Nave Vichinga – sec. IX – Oslo, Bigdøy, Vikingskipshuset  – elaborazione fotografica A. T.

   Durante la dominazione longobarda Pietrabbondante era capoluogo della Contea dei Borrello, una delle 34 Contee in cui il Ducato longobardo di Benevento venne diviso. Potentissima famiglia feudale, i Borrello furono i primi Conti possessori di Pietrabbondante. Tuttoggi sulla rocca di Pietrabbondante vi sono i ruderi dell’antico castello longobardo, dimora dei Borrello. Nel 1002 i principi longobardi di Benevento concessero in feudo a Borrello I il Contado di Trivento che divenne Terra Burrellensis. Oderisio I Conte di Valva, capostipite dei Borrello e per questo appellato Borrello I, era sceso in Italia dalla Francia al seguito del nipote di Carlo Magno, Ugo di Provenza, incoronato nel  926 a Pavia re d’Italia. Giovanni, Oderisio II, Randusio e Borrello II  furono i figli di Oderisio I – da Borrello II discenderà Randuisio Borrello, monaco benedettino di Montecassino divenuto santo, raffigurato nel quadro di Domenico Cirulli (1994) presente nella Chiesa di S. Maria Assunta in Pietrabbondante. I figli di Borrello I ingrandirono il feudo paterno conquistando i territori limitrofi al Contado di Trivento. La Terra Burrellensis o Burrellasca si configurava come un vasto territorio, più esteso dell’attuale diocesi di Trivento: faceva capo a Pietrabbondante e comprendeva parte dell’Abruzzo e del Molise, allargandosi tra il medio Sangro, l’alto Trigno, il Contado di Isernia e quello teatino. 

   Vicinissima a Pietrabbondante, era ubicata in Terra Burrellensis Chiauci, che nei toponimi delle carte della Terra Burrellensis, esattamente nei toponimi del Catalogus Baronum, aveva il prenormanno nome di Clàvicia. Ulteriore prova dell’appartenenza della prenormanna Clàvicia alla Terra Burrellensis è la donazione che farà nel secolo XII Ugo II di Moulins il quale concederà in feudo a Oderisio in Terra Borrelli anche Chiauci. 

   Chiauci, divenuta già nell’XI secolo feudo dei Borrello, vede svolgersi la sua storia all’interno delle articolate vicende dei conti Borrello – e della feudalità in generale. Sulle rovine delle strutture statali longobarde, difatti, “si insedia nella regione una schiera di riottosi baroni, al riparo nei loro inaccessibili castelli, tuttora la nota più vistosa e suggestiva del panorama molisano. D’ora in avanti le ragioni della difesa e della lotta per il predominio prendono il sopravvento sulle esigenze dello sfruttamento agricolo”. Ne deriva che le terre del Molise “risulteranno costantemente in ritardo in confronto al ritmo di sviluppo che, con la svolta del primo millennio, contrassegna quasi ogni angolo della penisola”. 

   Da parte loro i Borrello, benché facessero parte del Principato di Benevento e fossero debitori del feudo ai Longobardi, furono indipendenti da loro come pure dai nuovi conquistatori della regione, i Normanni, da essi sempre aspramente combattuti.

   Nelle aspre contese contro i Bizantini e i Saraceni, difatti, i Longobardi erano stati costretti a rivolgersi per aiuto ai Normanni, i discendenti dei Vichinghi che ai primi del secolo X avevano conquistato il nord-ovest della Francia, la Normandia. Da questa regione giungono nell’Italia meridionale con mire espansionistiche alcuni cavalieri a fianco di Roberto d’Altavilla detto l’Astutoil “Guiscardo”. 

I, 2. 4. Roberto il Guiscardo - Versailles, Museo Nazionale del Castello di Trianons – elaborazione fotografica A. T.
I, 2. 4. Roberto il Guiscardo – Versailles, Museo Nazionale del Castello di Trianons – elaborazione fotografica A. T.

   Tra loro, Rodulfus, detto Raul de Moulins, così chiamato da “Moulins la Marche”, il nome del paese della Normandia meridionale da cui proveniva. Rodulfus “de Moulins”, italianizzato in Rodolfo di Mulisio. Rodulfus de Moulins sposa in seconde nozze Emma, figlia del conte longobardo Roffredo, la quale gli porta in dote un territorio ove stabilirsi insieme con il titolo di Conte di Bojano.

   La secolare lotta dei Borrello contro i Normanni si conclude con l’inclusione di gran parte della Terra Burrellensis nella normanna Contea di Molise tra il 1105 e il 1134. I feudatari dei Borrello decadono al ruolo di vassalli. Ugo I de Moulins, difatti, detto Ugone, degno discendente del suo antenato Raul de Moulins il quale eccelleva per ingegno ed esperienza militare – consilio potenti et armis -, nel 1105 combatte e vince contro i conti Borrello diventando signore di Pietrabbondante e di Trivento. Con Ugo I, figlio primogenito di Rodolfo II, risultano annesse anche le contee di Isernia, di Venafro, oltre che parte della Terra Burrellensis. La contea di Bojano diventa un centro che riunisce in un’unica contea – la futura contea del Molise – le nove più importanti contee della regione, oltre ad altre di minore spessore. 

   Nella costituzione ad opera dei Normanni del Regnum Siciliae attuata nel 1128 da Ruggero II, figlio di Ruggero d’Altavilla conquistatore della Sicilia, il Molise continua ad apparire frammentato in varie contee. Ad una di esse, la contea di Bojano, risale l’origine del nome della regione, Contea di Molise, dal cognomen di Ugo II derivato dai suoi avi – Moulins – che nei diplomi di donazione appare nella forma “de Molinis” o “de Molisio”. Nel 1144 Ugo II con il titolo di Conte e giustiziere del regno, quale rappresentante di Ruggero II , viene in possesso del Comitatus Molisii, che corrisponde pressappoco all’antico Sannio Pentro. Il normanno Comitatus Molisii determinerà definitivamente l’individualità della regione. 

 I, 2. 5. I Normanni in battaglia – particolare dell’Arazzo di Bayeux – 1070-1077 – ricamo ad ago con fili di lana – Bayeux (Calvedos), Musée de la Tapisserie – elaborazione fotografica A. T.
I, 2. 5. I Normanni in battaglia – particolare dell’Arazzo di Bayeux – 1070-1077 – ricamo ad ago con fili di lana – Bayeux (Calvedos), Musée de la Tapisserie – elaborazione fotografica A. T.

   Chiauci, che era in Terra Burrellensis, diventa parte della normanna Contea di Molise.

   Ugo II di Moulins regnò dal 1128 al 1160: è lui il Conte di Molise il quale intorno alla metà del XII secolo diede in feudo Rionero in Terra Borrelli a Oderisio di Rigo Nigro il quale porta il nome del capostipite e fondatore della potente dinastia dei Borrello, Odorisio I, Conte di Valva. Oderisio di Rigo Nigro prende il cognonem toponomasticum da uno dei feudi prenormanni dei Borrello, Rigum Nigrum, Rionero. Come più sopra rilevato, Ugo II di Moulins concesse in feudo a Oderisio in Terra Borrelli anche Chiauci. Dallo studio condotto da Angelo Ferrari sui Feudi prenormanni dei Borrello tra Abruzzo e Molise risulta che Oderisio di Rigo Nigro possedeva i feudi di Roccetta, Spelunca, Civitanova del Sannio; Chiauci, Castiglione (di Rionero Sannitico); Colle Alto, Rionero Sannitico, Montenero Valcocchiara, Fara (Sessano), Duronia. L’insieme costituito da Chiauci e Castiglione (di Rionero Sannitico) comprendeva 48 Fuochi e 240 Anime – ogni ‘fuoco’ o famiglia era formato di solito da 5 componenti – dai quali scaturivano da fornire al sovrano “2 Cavalieri, 2 Soldati, 4 Cavalieri max, 4 Soldati max”. Secondo il Catalogum Baronum, i feudatari avevano l’obbligo di fornire al Re, in cambio dell’autorità ricevuta, non solo i contributi fiscali, ma anche uomini armati, a piedi o a cavallo (servientes e milites), in proporzione al valore del feudo e alla sua densità demografica. I feudatari in genere garantivano1 milites ogni 24 fuochi.

   Nel 1221 l’imperatore Federico II, stupor mundi, trasformò il Comitatus Molisii in distretto di giustizia imperiale, comune anche alla contigua Terra di Lavoro: Iustitiarius Molisii et Terrae laboris. In esso l’autorità regia si sovrapponeva a quella dei feudatari locali. Chiauci rimane feudo dei discendenti di Oderisio de Rigo Nigro, i quali ne conservano il possesso anche in epoca Sveva.

   Nel 1266 inizia la dominazione Angioina: si disgrega l’organizzazione politica e amministrativa che dai Normanni era passata agli Svevi. Lo storico secentesco, il “Dottor Giovanni Vincenzo Ciarlanti Arciprete della Cattedrale d’Isernia” fornisce un rilevante dato storico: nel folio 94 dei Quinternoni tra le donazioni fatte da Carlo I d’Angiò risulta che nel 1269 Chiauci venne data in feudo a Bertrando o Berteraino Bucca – o de Bacchis o de Bucchis. 

I-2.-6.-ARNOLFO-di-CAMBIO-Carlo-d’Angiò-Roma-Palazzo-dei-Conservatori-piazza-del-Campidoglio-–-elaborazione-fotografica-A.-T.
I-2.-6.-ARNOLFO-di-CAMBIO-Carlo-d’Angiò-Roma-Palazzo-dei-Conservatori-piazza-del-Campidoglio-–-elaborazione-fotografica-A.-T.

   Nel 1312 da Carlo II d’Angiò Chiauci viene donata a Giovanni del Bosco. Ai primi dello stesso secolo diventa parte del feudo dei conti Montecano o di Montagano, feudo che peraltro comprendeva molte altre Università – le comunità organizzate di cittadini – e al quale rimane legata fino al 1447, ovvero nella temperie del dominio aragonese a Napoli (dal 1442 al 1501) allorché per l’intero meridione inizia un lungo periodo di depressione economica, con l’estendersi del latifondo e di una diffusa miseria.

   Quando nel 1503 inizia a Napoli la dominazione spagnola, Chiauci viene alienata dopo alcuni anni, nel 1512, da Ferrante de Capua che però la cede ai Sanfelice di Baranello-Bagnoli del Trigno. Antonio Sanfelice perde i suoi possedimenti dopo la sconfitta del re di Francia per il quale egli aveva parteggiato e pertanto nel 1530 Chiauci torna in possesso della Corte Reale di Napoli che la mette in vendita tra il 1530 e il 1532: è data in feudo ai Greco di Montenero Val Cocchiara all’epoca del vicereame di Pedro de Toledo.

   Comprato dai Petra di Caccavone e Vastogirardi nel 1626, il feudo di Chiauci viene poi da loro ceduto a Matteo Capuano il quale nel 1700 lo vende a Maria Felicia Cocco sposata de’ Mari. Grazie al settecentesco Registro dello Stato delle anime custodito nell’Archivio Parrocchiale di Chiauci, i de’ Mari sono documentati con molteplici dati che gettano luce su una famiglia gentilizia legata al territorio, che altrimenti sarebbe rimasta ignorata. Maria Felicia Cocco originaria della Terra di Palena era moglie del medico – il “Dott.r Fisico” – barone Antonio appartenente alla casata genovese dei de’ Mari. Due dei loro figli, i baroni Michelangelo e Gioseppe Egidio, Abate, sono registrati nello Stato delle Anime della parrocchia di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista a partire dal 1721, ed a quella data risultano avere rispettivamente 52 e 55 anni. Il loro fratello Francesco Adriano non viveva nel feudo chiaucese dei de’ Mari, ma suo figlio Antonio è registrato come residente a Chiauci dal 1722, data nella quale ha 20 anni. I due zii Michelangelo e l’Abate d. Giuseppe Egidio risiederanno insieme con il nipote fino al 1726, dopo il quale anno il barone Michel’Angelo abiterà senza i congiunti fino al 1729 quando il nipote Antonio ritornerà nelle Terrae Clavicorum. I baroni de’ Mari, Michel’Angelo e Antonio, vengono menzionati nella ricognizione dello Stato delle Anime fino al 1732, mentre in seguito non compaiono più nei Libri Canonici.

   Scrive il Maselli che i Gambadoro furono l’ultima famiglia baronale alla quale appartenne il Palazzo: “annidato su una vetta sassosa, elevatosi sulla costiera dei colli, scolta di vedetta che vigilava la valle e il silenzio”.

   Gli ultimi dominatori della Terra di Chiauci furono i Baroni Cessa o Cesa, anch’essi, al pari dei Gambadoro, provenienti dalle Puglie. Noto e stimato per i suoi meriti culturali e per le sue opere filantropiche fu Giacomo Cessa barone di Chiauci, laureato in giurisprudenza, vissuto nel XIX secolo Originario di Manfredonia, alla sua morte ne venne proclamato nel Duomo della città natale l’elogio funebre nel quale lo si ricordava anche come epigrafista insigne ed “esimio cultore dell’italico poetico ritmo”. 


Copyright Adelaide Trabucco
EditingEnzo C. Delli Quadri 

 

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