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Il Prof. Ippolito Amicarelli

di Maria Delli Quadri

lavagna

Ippolito Amicarelli – Anno 1975

Ippolito Amicarelli fu il nostro professore di matematica e fisica in quarta liceale ad Agnone. Bravissimo! spiegava la trigonometria da dio e trattava noi alunni con umanità e signorilità. Del resto lui era un “signore” nei modi, nel parlare, nel comportarsi. Mai uno strillo, mai un rimprovero secco nei nostri riguardi, mai una parola fuori posto. Gli alunni tuttavia spesso scambiano queste qualità per debolezze ed allora facilmente scivolano nel disordine e nella indisciplina. Questo l’ho capito anni dopo, quando anch’ io sono salita in cattedra ed ho dovuto fare le mie scelte.
Il suo difetto, se così si può dire, era la distrazione che lo portava, a volte, a non misurare il linguaggio nelle spiegazioni di pensieri e concetti; non considerava che gli adolescenti sono maliziosi e attribuiscono significati a doppio senso a parole ed espressioni normali.

Una lezione di fisica, per me memorabile, fu la spiegazione del perchè la pelliccia tiene caldo il corpo che la indossa: si avvicinò alla lavagna e, mentre disegnava tante aste verticali (i peli e già noi cominciammo a darci di gomito), sempre col gesso fece scendere dall’alto un oggetto appuntito che per lui, ed anche per noi naturalmente, doveva essere un termometro che entrava tra i peli e ne misurava la temperatura. Accompagnò il tutto con questo discorso: “Allora ragazzi, se prendo una pelliccia e ci ficco dentro (sic) un termometro, noi possiamo vedere come la temperatura aumenta ecc. ecc.
La nostra reazione fu quella che doveva essere: una rivoluzione silenziosa che lasciò tutti tramortiti per il gran ridere in silenzio: rossi in viso, con le lagrime che rigavano il volto, con i capelli scompigliati chini sotto i banchi; di tutto ciò tuttavia nulla trapelò e il prof. continuò la sua lezione di fisica

Ippolito con la figlia Maria Teresa – anno 1963

Un’ altra volta durante il cambio dell’ora noi alunni indisciplinati cominciammo la battaglia del cancellino, cosa normale. Ce lo scagliavamo addosso con la forza e la violenza della nostra giovane età. Ricordo il sapore amaro della polvere bianca quando colpiva la bocca o la faccia e rivedo le orme biancastre quando ci arrivava sul grembiule nero. Il cancellino, in mano a noi, diventava un’arma micidiale, dietro quella porta dell’aula che era stata chiusa. Ma un giorno quella porta si aprì improvvisamente e Ippolito entrò per far lezione. Il colpo gli arrivò, terribile e violento, sul viso. Non batté ciglio: “Buon giorno, ragazzi, oggi parleremo di…” ecc. ecc…

Insegnante di grande valore, era un galantuomo, ripeto, un signore di altri tempi la cui nobiltà discendeva da una famiglia di alto lignaggio .
In seguito anche lui, come tanti altri docenti validissimi del mio bel paese, si trasferì con la famiglia a Campobasso dove continuò ad insegnare per molti altri anni nei licei del capoluogo. Il nome e la bravura sono stati perpetuati, poi, dal figlio Peppinuccio.

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Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.



Editing: Flora Delli Quadri
Copiright: Altosannio magazine

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

5 commenti

  1. Leonardo Tilli

    Splendido ricordo, bellissimo racconto di Maria Delli Quadri …
    Buona lettura …
    Secondo me, tra un insegnante e i suoi alunni si instaura sempre un rapporto unico, irripetibile, di amore, di stima, di fiducia reciproca, anche rimanendo sempre … tutti nei limiti dei propri rispettivi ruoli.
    Posso anche sbagliarmi ma, secondo me, il professore del racconto era abituato all’autocontrollo, a valutare le varie situazioni, egli conosceva le necessità della classe e di ogni singolo alunno, e mirava al successo scolastico e di vita di tutti, anche di quelli, … forse, problematici. …
    Nell’episodio del “cancellino in faccia”, il professore avrebbe potuto reagire impulsimamente, avrebbe potuto punire tutta la classe, avrebbe potuto scoprire facilmente il colpevole ed avrebbe potuto facilmente farlo sospendere dalle lezioni, insieme a qualche altro alunno … Ma cosa avrebbe ottenuto? Certamente risentimento da parte della maggior parte degli alunni, anche da parte di quelli che avrebbero ritenuto giuste le punizioni … Ma sarebbe venuto meno, almeno in parte, il suo ruolo di educatore … Nella sua apparente “non azione” emerge la sua capacità educativa che guardava alla formazione degli alunni e non solo all’istruzione. Nella sua “non azione” il professore ha dimostrato di conoscere i propri alunni, sapeva che i suoi alunni non volevano fargli un “dispetto”, che, come tutti i giovani e ragazzi, al cambio dell’ora avevano bisogno di scaricare l’ansia, la tensione accumulata nelle ore precrdenti, per essere, poi, più disciplinati ed attenti durante la lezione vera e propria. … Certo, è stato un “grande”, …per non aver proferito neppure un velato rimprovero … dopo aver preso il cancellino in faccia …

  2. Flora Delli Quadri

    Riporto qui un intervento di ALBERTO D’ONOFRIO pubblicato su facebook:
    “Mia mamma, che lo aveva avuto come prof. privato, lo stimava moltissimo, e aveva tutta una serie di aneddoti sula distrazione che lo portava al punto, qualche volta, di uscire di casa senza giubbotti/paletot etc… nonostante il feddo e la neve. Una volta dimenticò a casa di mio nonno il soprabito. mia madre se ne accorse subito ma non disse nulla e se ne andò al balcone per vedere cosa sarebbe successo. Nulla! Per un sacco di metri il prof. non si accorse minimamente di essere semplicemente in giacca e cravatta!!! Se ben ricordo il prof. fu prigioniero di guerra. Inviato in un campo prigionieri inglese in Kenya (o era India?) conobbe tra i compagni di prigionia un altro prof. di matematica italiano. Questo li salvò dalla depressione: passavano le giornate a inventare e proporsi mutuamente problemi di matematica da risolvere!!”

  3. Mariateresa Amicarelli

    Ippolito Amicarelli era mio nonno. Imbattermi, per caso, in un suo ricordo su facebook mi ha emozionato molto, così non posso esimermi da un commento. La matematica è stata la sostanza della sua vita e la logica astratta dei numeri la sintesi mirabile del suo modo di stare al mondo.
    Di pari al suo smisurato amore per la matematica c’era solo la sua distrazione, non a caso ricorrente in moltissimi aneddoti familiari. Al punto tale che al mio primo figlio Stefano, che ha del bisnonno tanto la stessa naturalissima inclinazione per la matematica quanto la stessa capacità di viaggiare in universi paralleli alla nostra quotidianità, io sono solita ripetere: “Mi sembra di rivedere nonno Ippolito!”.
    E’ stato solo qualche tempo dopo la sua morte che mi è capitato di riflettere su un aspetto apparentemente secondario del suo vivere perennemente “altrove”. I suoi numeri, in realtà, lo rendevano indifferente, o quantomeno impermeabile, ai giudizi altrui e questo si traduceva inevitabilmente in una pratica costante di libertà di spirito.
    Per me, che non sono stata una sua alunna ma solo sua nipote, questa resta la sua lezione più bella.

  4. Flora Delli Quadri

    Ancora un commento da parte della nipote Mariateresa Amicarelli, figlia del figlio Peppino
    “Ippolito Amicarelli era mio nonno. Imbattermi, per caso, in un suo ricordo su facebook mi ha emozionato molto, così non posso esimermi da un commento. La matematica è stata la sostanza della sua vita e la logica astratta dei numeri la sintesi mirabile del suo modo di stare al mondo.
    Di pari al suo smisurato amore per la matematica c’era solo la sua distrazione, non a caso ricorrente in moltissimi aneddoti familiari. Al punto tale che al mio primo figlio Stefano, che ha del bisnonno tanto la stessa naturalissima inclinazione per la matematica quanto la stessa capacità di viaggiare in universi paralleli alla nostra quotidianità, io sono solita ripetere: “Mi sembra di rivedere nonno Ippolito!”.
    E’ stato solo qualche tempo dopo la sua morte che mi è capitato di riflettere su un aspetto apparentemente secondario del suo vivere perennemente “altrove”. ” I “suoi” numeri, in realtà, lo rendevano indifferente, o quantomeno impermeabile, ai giudizi altrui e questo si traduceva inevitabilmente in una pratica costante di libertà di spirito.
    Per me, che non sono stata una sua alunna ma solo sua nipote, questa resta la sua lezione più bella.”

  5. Mariapia Marinelli

    Ricordo meglio sua moglie, la signora Jole..era molto amica di mia nonna Anna. La trovavo simpatica e divertente. L’estate erano solite incontarsi e ricordare tempi giovanili e purtoppo non belli per la mia nonna, chè subì diversi interventi chirurgici e la signora Jole le fu molto vicina.

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