Home / Territorio / Territorio e Popolazione / Comuni dell'Alto Molise IS / Il nome di Capracotta: una panoramica sulla sua etimologia toponomastica

Il nome di Capracotta: una panoramica sulla sua etimologia toponomastica

di Francesco Mendozzi

Epigrafe del monumento sepolcrale della famiglia Cotta sull’Appia Antica.

«Capracotta. Un nome ridicolo, fanciullesco, ideale per cominciare una filastrocca o una ninna nanna»: questo scrissi nella prefazione al primo volume della mia Guida. Ancor oggi credo che una delle fortune della mia cittadina risieda proprio in quel toponimo bello e bislacco, che richiama fortemente un succulento capretto cucinato sul fuoco. Oggi voglio effettuare una lunga panoramica degli studi più accreditati sulle origini di questo toponimo, fornendo tutti i riferimenti scientifici e letterari che sono riuscito a intercettare. La prima informazione degna di nota è datata 1676 ed è contenuta nella “Incarceratio, liberatio et peregrinatio” del teologo slovacco János Simonides (1648-1708), uno dei protagonisti del mio “L’inaudito e crudelissimo racconto“. Mentre si trovava nelle carceri di Capracotta, il Simonides venne a sapere che «Capracotta in passato si chiamava Laurea Capra. Ma dopo che i briganti la attaccarono e saccheggiarono, abbandonando in una casa una capra lessata e cotta, la città prese il nome di Capracotta». Il curatore dell’antica opera di Simonides, Jozef Minárik (1922-2008), annota che nell’etimo popolare Laurea Capra starebbe per “capra d’alloro”, ma non è affatto chiaro come il latino laurus (alloro) sia sparito dal toponimo in favore di coctus (cotto).

In epoca moderna, fu il vicepretore Giambattista Campanelli a dare una prima spiegazione a quel nome così buffo. Nel 1877 egli tramandò su carta la leggenda orale secondo cui quattro paesini, distrutti dalle invasioni barbariche, si riunirono in un centro posto sulla sommità del monte in cui v’era la tradizione di far sacrifici in favore di Diana e, durante i lavori di costruzione del nuovo paese, videro una capra vagante, «poscia s’intese lo scroscio di una folgore e la capra fu rinvenuta bruciata». Per avvalorare la sua teoria, Campanelli sottolinea che nelle adiacenze di Capracotta vi sono numerose rovine di centri antichi e che l’emblema comunale di Capracotta è proprio una capra che salta tra le fiamme.

Nel luglio del 1906 lo storico Antonio De Nino (1833-1907), nello splendido reportage contenuto ne “Il Secolo XX”, scrisse che «la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie […]. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti». Egli basava le proprie affermazioni tralasciando il fatto che due anni prima era stato a Capracotta per visitare le tombe sannitiche di Guastra. Le Alpi Cozie devono infatti il loro nome a Marco Giulio Cozio, re delle tribù liguri e præfectus romano, un’eco lontanissima dal paese altomolisano e quindi assai improbabile.

Il quarto contributo – questo sì, con valenza scientifica – è quello del filosofo Antonio Sarno (1887-1932) che nella “Filosofia poetica” ammise che in Italia alcuni villaggi «sorsero come città federali, come luoghi di raccolta dei capi», per cui si ebbe Capriracolta, Capracolta ed infine Capracotta. Non è infatti infrequente trovare il nostro paese sugli antichi documenti col nome di Capracolta, ma ho sempre creduto che fosse un refuso, tanto dell’amanuense quanto del tipografo. Assieme a quella del Sarno devo sottolineare la contemporanea ricerca dell’archeologo Edoardo Menicucci, ben più organica e condivisibile. Egli ravvisava infatti che nell’etimo di Capracotta vi fosse «un radicale osco, carp (vetta), seguito da una forma aggettivale hot (alto), il che può esser comprovato dalla denominazione di luoghi vicini, come Carpinone, Carovilli (in dialetto Carvigli), dal nome del più antico popolo del Molise, i Caraceni». Menicucci, come vedremo, è infatti l’unico studioso a riconoscere un’origine sannitica – osca, per la precisione – al nostro toponimo. Ed è inutile ricordare che nel 1848 a Capracotta fu rinvenuta la Tavola Osca, oggetto di revisionismo storico da parte di odierni strampalati polemisti.

Nel 1931 la celeberrima monografia di Luigi Campanelli (1854-1937) provocò ancor più trambusto. Egli passò in rassegna teorie diametralmente opposte fra loro. La prima era anteriore al 1492 e confrontava Capracotta con Capraia, Capri, Capralba, Capranica, Caprarola, Capriati e Serracapriola, «tutte di natura favorevoli alla pastorizia [e] corrisponde ad asprezza di sito adatto alle capre». Un’altra vedeva discendere Capracotta dai Caprotinia, l’antica festività romana celebrata il 7 luglio in onore delle schiave. Una terza ipotesi sosteneva che capra derivasse dal greco kapros (cinghiale) e a Campanelli piaceva parecchio perché la grande presenza «di porci selvatici nel nostro territorio poteva aver dato lo spunto al nome»; a conferma di ciò ammetteva che «nel nostro territorio c’è anche il Verrino ossia la denominazione derivante dal diminutivo del maschio della scrofa». L’illustre avvocato non ricordava però che il Verrino deve il suo nome al prefetto Lucio Verino, che presso il nostro fiume aveva compiuto una strage di disertori.

Pare che nel dopoguerra gli studi toponomastici abbiano preso una piega ludica. A far da apripista è stato lo storico Renato Lalli (1928-2010) che, con spirito leggero, raccontò mirabilmente la leggenda fondativa di Capracotta che tutti conosciamo a menadito, ovvero che, al tempo della sua fondazione, «sbucò improvvisamente una capra; essa si fece largo tra i pastori incuriositi, si fermò davanti al fuoco, spiccò un salto e cadde nel fuoco, poi con un balzo improvviso ne uscì fuori e si allontanò lentamente dalla parte opposta da cui era venuta. I pastori la seguirono con lo sguardo fino a quando disparve ai loro occhi. Cercarono di rintracciarla, ma ogni loro ricerca fu vana. La capra non c’era in nessun luogo. Ritornarono attorno al fuoco e cercarono di interpretare l’accaduto. Era chiaro che si trattava di un segno divino. Uno dei pastori, quello che più si era opposto ai nomi trovati dai loro compagni, propose allora di chiamare il paese Capracotta».

Sempre nel 1966 il capracottese Attilio Mosca (1905-1991) diede alle stampe un libello dal titolo fulminante: “Monografia su Caprasalva”. Al suo interno, infatti, il Mosca riprendeva la leggenda tanto cara a Giambattista Campanelli, Renato Lalli ed Egidio Finamore, aggiungendovi una nota ancor più stravagante, ovvero che la capra dei tempi antichi avesse saltato sul fuoco restando illesa, e che Capracotta dovesse giustappunto chiamarsi Caprasalva, nome avvalorato – secondo lui – dalle memorie del cancelliere Nicola Mosca (1698-1782), sulle quali è scritto che l’origine del nome è «dovuta alla riunione di nomadi pastori su queste impervie terre [carpe cocte] atte alla difesa e ricche di pascoli odorosi, celebrando il rito propiziatorio col pagano sacrifizio di una capra tra le fiamme. Ma nei tempi antichi la capra era un simbolo sacro che non s’addiceva al celebre avvenimento di una consacrazione di nome, poiché avrebbe così assunto un carattere eminentemente barbaro, non confacente colla nobile indole dei nostri avi». A quanto pare il Mosca cancelliere non avvalorava assolutamente la tesi del Mosca imprenditore boschivo. Semmai, la confutava.

Nel 1967 l’editore Cappelli di Bologna pubblicò l’esordio letterario di Elvira Tirone Santilli (1923-2013), un toccante viaggio familiare in cui l’autrice offrì anche una suggestiva interpretazione toponomastica del suo paese natale. Nonostante fosse convinta che Capracotta fosse stata fondata dagli zingari, per la Santilli «sembra che il nome derivi dal latino: castra cocta ossia accampamento protetto da un ager coctus, che era un muro di cinta fatto di mattoni. Non è da escludere infatti, che un distaccamento romano stesse di stanza in quelle alture per utilizzare le possibilità strategiche della località, che domina la vallata del Sangro fino al mare». Al pari del Sarno, anche Elvira Santilli individua nell’epoca romana il momento fondativo e del nome e del paese di Capracotta. Difficile darle torto visto che Roma estinse i Sanniti militarmente, culturalmente e religiosamente, sostituendo ad ogni residuo preesistente un più potente tratto repubblicano e imperiale.

L’ultima ipotesi, in ordine cronologico, è quella fornita dall’Istituto Geografico De Agostini all’interno del dizionario dei “Nomi d’Italia” curato da Renzo Ambrogio. A corona di tutte le teorie e le leggende fin qui esposte, Ambrogio afferma che Capracotta «è stato inteso come composto di capra e del latino coctus nel senso di seccato, secco, dunque capra seccata, forse con riferimento all’uso dei pastori di salare ed essiccare al sole la carne degli ovini»: una spiegazione tanto semplice quanto illuminante. Per quanto concerne invece gli articoletti che è possibile reperire in rete sulla toponomastica di Capracotta, dirò che non li ho nemmeno presi in considerazione perché privi di bibliografia, e non capisco come si possa pubblicare qualcosa di vagamente interessante senza i precisi riferimenti bibliografici! Vi invito pertanto a diffidare sempre dagli scribacchini e dai gazzettieri.

Stemma di Capracotta disegnato da Giovanni Paglione.

L’ipotesi a mio avviso più affascinante resta quella proposta da Luigi Campanelli e legata a un certo Caius Cotta, «giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica». Bene: ho preso “La storia romana” di Tito Livio e ho cercato al suo interno notizie sulla famiglia Cotta. Ho rinvenuto diversi esponenti tra cui un Gaio Aurelio Cotta, nominato senatore nel 200 a.C. assieme a Publio Sulpicio Galba, al tempo in cui furono inviati «dieci huomini per misurare, & dividere le terre de Sanniti, & della Puglia: le quali erano state confiscate dal popolo Romano». Visto che questo console romano è di mezzo secolo posteriore alla Terza guerra sannitica, dovrò approfondire per bene la faccenda ma, a ben vedere, questa sembra un’ipotesi etimologica brillante, che farebbe discendere Capracotta direttamente da Roma caput mundi. Per ora, dunque, lascio in sospeso ogni ulteriore divagazione su questa ammaliante teoria promettendo di pubblicare presto un articolo su Capræ Cottæ, le capre di Gaio Aurelio Cotta.


Bibliografia di riferimento:

  • R. Ambrogio, Nomi d’Italia. Origine e significato dei nomi geografici e di tutti i comuni, De Agostini, Novara 2004;
  • G. Campanelli, Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta. Brevi nozioni di questo paesetto, Guttemberg, S. Maria Capua Vetere 1877;
  • L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931;
  • A. Cervesato, Latina tellus: la campagna romana, Mundus, Roma 1910;
  • A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906;
  • E. Finamore, Italia medioevale nella toponomastica. Dizionario etimologico dei nomi locali, Bibliograf, Rimini 1992;
  • R. Lalli, Il Molise tra storia e leggenda, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1966;
  • T. Livio, Le deche di T. Livio Padovano delle historie romane, trad. di I. Nardi, Giunti, Venezia 1562;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017;
  • F. Mendozzi, L’inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018;
  • E. Menicucci, Toponomastica italica. Due nuove teorie sull’origine del nome Etruschi, in «Polimnia», VI:6, Cortona, 1929;
  • J. Minárik, Väznenie, vyslobodenie a putovanie Jána Simonidesa a jeho druha Tobiáša Masníka, Tatran, Bratislava 1981;
  • A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966;
  • N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947;
  • C. Orlandi, Delle città d’Italia e sue isole adjacenti, libro I, Riginaldi, Perugia 1770;
  • A. Sarno, Filosofia poetica, Sarno, Napoli 1928;
  • E. Tirone, Oltre la valle, Cappelli, Bologna 1968;
  • G. Tommasetti, La città sacra, Polizzi e Valentini, Roma 1906.

Copyright: Letteratura Capracottese

About Francesco Mendozzi

Francesco Mendozzi è nato a Roma nel 1984 ed è laureato in Relazioni internazionali. Figlio di capracottesi, nutre da sempre una sconfinata e genuina passione per la propria terra d’origine, tanto da aver pubblicato la “Guida alla letteratura capracottese”: una bibliografia ragionata e commentata, in due volumi distinti, su tutto quel che è stato scritto e su Capracotta e dai suoi cittadini sparsi per il mondo. Le sue ricerche sulla letteratura e sul territorio altosannitico lo stanno portando a riscoprire ignote pagine di storia comune che via via troveranno spazio nella sua nuova collana editoriale degli “Argomenti di letteratura capracottese”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.