Il mondo di Maria: le mele limoncelle

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di Maria Delli Quadri [1]

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La mela limoncella, tipica dell’Altosannio

Oggi sulle nostre tavole compaiono cestini di frutta variopinta mista, spesso proveniente dai paesi esteri: l’uva dal Cile o dal Sud-Africa, i kiwi di importazione africana, le banane, l’ananas, la pesca- noce, la pera kaiser; poi, tra le altre cose, compare anche un’anemica mela della Val di Non. La composizione ha un bell’aspetto e ispira spesso i pittori quando dipingono le “nature morte”. Sicuramente è bella a vedersi ma, come sapore, lascia spesso a desiderare. La trovi per tutto l’anno, non devi fare altro che entrare in un negozio dall’insegna esotica e comprare quello che vuoi.

In altra epoca, quando ero ragazza, la provvista si faceva a settembre; nella casa di vico Savonarola arrivavano, portate dai contadini, sporte di mele nostrane, colte dai nostri alberi, nelle nostre campagne, di Villa Canale o di Poggio Sannita. Erano mele poco appariscenti, non grandi, ma profumate di terra, di lavoro e pazienza per coglierle, di fatica per trasportarle a dorso di mulo. Erano le annurche¹ rotonde e rosse, oppure le renette² gialle e farinose, ma soprattutto erano le limoncelle, dalla buccia lentigginosa di colore tra il verde tenero e il giallo appena accennato, dalla forma un po’ allungata, quasi cilindrica.
Le sporte venivano portate, l’una dopo l’altra, su in soffitta, dove mani esperte  spandevano il contenuto  sulla paglia, operando una divisione netta tra una qualità e l’altra. Le più vicine alla porta, sulla destra, erano proprio loro, le limoncelle, messe lì per trovarle a portata di mano, quando si saliva per prendere la frutta. E si, perché la soffitta non aveva luce di abbaino, era scura e di altezza digradante, per cui, entrando, bisognava stare quasi carponi. Il compito di riempire il paniere toccava a noi figli che dovevamo salire le sei rampe di scale da dieci gradini ciascuna, per un totale di sessanta scalini, di cui gli ultimi venti non erano illuminati.
Copia di pauraNoi ragazzi, a turno addetti al rifornimento, cercavamo di farlo di giorno, in modo da utilizzare in parte la luce di una finestrella che dava luminosità all’altra soffitta, quella adiacente alla nostra e dotata di abbaino. A volte, però, capitava che la spedizione si dovesse fare di sera, all’ora di cena. Tra noi ragazzi era un rimbalzare di “Vai tu, tocca a te”, “Io sono andato ieri”, diceva mio fratello e, di rimando mia sorella: “Uffà, ci devo andare sempre io”. Finiva spesso che fossi io, la più piccola dei tre allora, la predestinata a compiere questa missione; prendevo il cestino e salivo i primi quaranta scalini con la luce accesa, poi… un attimo di indecisione e via, sfoderando un coraggio che in realtà non avevo, attaccavo l’erta e mi inoltravo nella zona proibita. Le gambe tremavano e si rifiutavano di andare avanti, ma io con forza le obbligavo a procedere nella scalata. Entravo nel solaio, mi mettevo carponi e, cercando di scacciare gli orchi, i diavoli, gli spettri, le streghe e le casse da morto, arraffavo a caso quello che mi capitava sotto mano e caricavo (o credevo di caricare) il cestino. Se sotto le dita capitava il frutto marcio, lo scagliavo con rabbia lontano, in fondo, quasi a voler scacciare il maligno. Sempre carponi facevo retromarcia e… giù per i venti scalini bui sui quali, però, già arrivava il riflesso della flebile lampadina che illuminava le altre rampe.
Ero salva, correvo a perdifiato in discesa, col cestino stretto al petto e, trionfante lo consegnavo a mio padre, il quale, per tutta risposta, esclamava con tono burbero: “Eh! ce sci truveate ru patraune!”( ci hai trovato il padrone). Io mi sentivo quasi schiaffeggiata, poiché l’uomo, persona colta e istruita, non si accorgeva del terrore che mi aveva assalito nel compiere quella incombenza, del viso paonazzo per la paura, del tremolio delle mani e della voce, o forse le vedeva ma, volutamente, le ignorava. Io non replicavo, non mi giustificavo, non mi difendevo. In silenzio chinavo il capo e mi sentivo “un’incompresa”. Niente traumi, niente drammi: non che mio padre fosse cattivo e io fossi una povera vittima: quelli erano i tempi, quella era l’educazione che ricevevamo.
Col passare dei mesi le mele limoncelle perdevano la lucentezza della buccia, si raggrinzivano, ma conservavano il sapore che diventava ancora  più dolce e profumato, come il viso di certe donne, bellissime in gioventù, che con gli anni sfioriscono, ma conservano intatto il fascino della bella età.

 

SCHEDA TECNICA (n.d.r.)limoncelle3
Famiglia: Rosaceae
Genere: Malus
Specie: Mela domestica
Conservazione: fino a Giugno.
Consumo: dalla raccolta.

La mela limoncella è una mela di antichissima coltivazione che si adatta a terreni poco fertili e a  zone fredde. E’ la tipica mela di montagna, adatta ad essere conservata. E’ conosciuta e apprezzata  solo a livello di mercati locali, in particolare nella zona dell’Abruzzo e del Molise (Altosannio).
Oggi  le quantità prodotte sono veramente modeste e la pianta è in via di estinzione; per questo motivo da diversi anni è oggetto di mirate attività di ricerca da parte di studiosi.
A renderla  interessante per l’agricoltura a basso impatto ambientale e per l’agricoltura tipica locale sono le sue peculiari caratteristiche come la fioritura tardiva, la resistenza al freddo, l’epoca di maturazione (ottobre/novembre) e, soprattutto, la naturale conservabilità: si conserva, senza avvizzire, fino a febbraio/marzo, ma ancora a giugno, anche se avvizzita, è possibile gustarla con tutto il suo intenso sapore.

 

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Note
¹Mela annurca: mela piccola e rossa, di lunga conservazione tipica della Campania;
² Mela renetta: mela tipica del mediterraneo, anch’essa adatta alla conservazione.

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Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica In questa Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.olge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi

 

[divider] Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

3 Commenti

  1. Stamattina ho letto e gustato come una” buona mela di montagna” l’articolo evocativo e particolareggiato della prof Delli Quadri sulla mela a limoncello appunto, e poiché alcuni anni fa per il compleanno di mia sorella, avevo scritto una poesia a riguardo, ho pensato d’inviarla direttamente- approfittando forse dell’ospitalità del blog- a completamento del commento già fatto all’articolo: sono particolarmente contenta di sapere che questa qualità di mele viene seguita perché non scompaia. Chiedo scusa e Grazie dell’attenzione .
    SOGNI PER I 60 ANNI di Bianca

    Quando le mele profumavano…
    magra la cena, più magro l’affetto…
    Due mele “prese sotto il letto grande”
    impolverate ma odorose e gialle ,
    due mele gialle e rosa a “tinelle”.
    Mangiate adagio per non far rumore,
    nel piccolo letto fresco di paglia,
    i nostri corpi stretti l’uno all’altro,
    si scaldano, per dormire e sognare…
    Sogni belli di crescita, d’amore,
    di lavoro piacevole e sicuro
    e di voli lontani e fortunati…

    Breve il sogno, dura la realtà.

    Ma col tempo, pur se tristi, i ricordi
    si stemperano, non son più cattivi.

    Oggi pensieri diversi e speranze
    nuove si celano, furtive, in cuore…
    Anche a 60 anni è lecito sognare:
    perciò auguri sinceri e cari, Bianca.
    PESCARA 10 agosto 2002—Marisa Gallo

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