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Il Mondo di Maria – Le Fiere del Bel Paese

di Maria Delli Quadri [1]  

Maffucci Mauro - Fiera di Paese
Maffucci Mauro – Fiera di Paese

Le  fiere annuali  più importanti al mio bel paese (Agnone)  erano e, forse, ancora sono, essenzialmente  tre: quella del santo patrono, San Cristanziano, (13 maggio[2]), San Giovanni (24 giugno[3]) e quella della Madonna del Carmine [4], meno affollata delle altre, perché il 16 luglio gli agricoltori erano alle prese con la raccolta del grano, lavoro pesantissimo e, per come si faceva allora, di una durezza senza pari. La prima e la terza erano anche feste religiose con processione e banda.  San Giovanni era solo fiera, ma forse inizialmente anch’essa aveva avuto la sua brava ricorrenza.

Il 13 maggio (Sand Sctunzìane) si vendevano per la prima volta le fave fresche, le cipolline, i piselli, le  ciliegie. A San Giovanni trovavi le pere omonime, le ciliege, le albicocche, le mele locali, buone e dolci. Da Vasto arrivava la “scapece” [5] (pesce fritto misto conservato con aceto e zafferano) che era considerato il “top” della ghiottoneria per il suo sapore forte e aspro. La si vendeva in grosse bigonce in cui si affondava il mestolo e si prendeva quello che capitava: erano polipi, razza, altri pesci, tutti dall’intenso colore giallo e dal sugo denso. A noi ragazzi questo intruglio non piaceva, per i grandi era una ghiottoneria.

Per nostra fortuna la fiera non era solo questo: uno o due giorni prima, furgoni e camioncini si allineavano lungo il corso. Erano gli ambulanti che preparavano la merce: tessuti, per uomini e donne, maglie, scarpe, biancheria per casa o da letto, bigiotteria, giocattoli, piatti e bicchieri, articoli per gli agricoltori. E poi, sparsi qua e là, trovavi banchetti con noccioline, lupini, carrube (sciuscelle), castagne secche infilate a mo’ di collana. Altri con forbici, coltelli, lamette, rasoi, sapone da barba e pennelli; questi di solito venivano da Frosolone. I carrettieri di Perano [6] portavano poi frutta e verdura e si fermavano  a quello che è proprio considerato da noi “il mercato” (Ru Burghe). Non mancavano il vasaio, il secchiaio, il venditore di maiali.

I fidanzati si scambiavano il regalino e poi, con orgoglio, lo mostravano a parenti  e amici.

Tra le grida dei venditori, il vociare della folla, gli asini che ragliavano,  i muli che passavano e rumoreggiavano con gli zoccoli la folla si accalcava davanti alle bancarelle, guardava, sceglieva, voltava e rivoltava, mercanteggiava e poi, alla fine acquistava, sempre con l’occhio al portamonete di pezza, custodito gelosamente nel seno. Quando il prezzo sembrava esagerato, la signora esclamava: ” sìwu, marìteme massàira m’acciòide ca haje spise prassìa” (Mio marito stasera mi ammazza, che ho speso molto)

Dai paesi vicini giungevano torme di gente, alcuni anche a piedi, richiamati dal fascino di questo gran mercato, ricco di merce e di ogni ben di dio. Noi ragazze guardavamo soltanto: un nastrino, un fiocchetto, un paio di occhiali di plastica per sembrare più fatali, un anellino; ma, su tutto, spiccava il foglietto giallo, verde, rosso, azzurro della “ventura“, che il pappagallo sceglieva per noi,  dietro ordine del padrone. Avidamente lo leggevamo; erano tante le privazioni, che accettavamo per vere tutte le panzane scritte, avvertendo nel cuore un anelito di grande felicità, allorché ci si diceva che avremmo incontrato quanto prima l’amore, saremmo diventati ricchi e felici per tutta la vita.

Le gazzose, messe in recipienti di rame, pieni d’acqua fresca, erano un giusto premio per gli assetati e accaldati, grandi e piccoli che si abboccavano con avidità. Cosa poteva fare una piccola bottiglia per bocche rinsecchite dall’arsura? Il gelataio, con un carretto apposito,  serviva coni ripieni di crema dai colori improbabili. Io invidiavo quelli che spendevano per assaggiare tutte le leccornie esposte; non potevo e per questo mi maceravo d’invidia. Nella folla, spinte di qua e di là ci capitava di schiacciare sotto la scarpa una pillacchera di asino o di giumenta: era la fine, dovevamo sederci (e dove?) pulirci alla men peggio e poi riprendere l’andirivieni facendo più attenzione.

I lupini! Gialli, turgidi, levigati: entravano in bocca uno dopo l’altro; avevano un sapore amarotico, ma gustoso; lo sfizio era che la buccia doveva essere sputata quanto più lontano possibile.

Le spese per la casa avvenivano nel primo pomeriggio, quando la calca si era placata; uscivano le donne sperando di tirare sul prezzo; data la “controra” spesso ci riuscivano. Gli ambulanti erano più disposti a praticare sconti (parola allora quasi sconosciuta) se si avvicinava la fine della fiera. Prima di chiudere, l’uomo o la donna del banco si lasciavano accarezzare dalle lusinghe e dalle promesse delle compratrici. Ed allora una lira in più o in meno non era granché:  meglio incamerare danaro”, poco, subito e maledetto.

A San Cristanziano di solito pioveva e faceva grossi acquazzoni che spiazzavano tutti: era un fuggi fuggi generale e  la gente diceva: “che vo’ fa’, Sand Schtunzìane è punte d’acqua, volendo ricordare che le piogge erano frequenti in quel periodo. Le strade poi si asciugavano, passavano i netturbini, i furgoni andavano via e, al tramonto, si snodava la processione con la banda, con la statua, portata a spalla, specie quella della Madonna del Carmine con gli ori e l’abito nuovo impreziosito dai ricami in oro e merletti. Era un bel vedere: la folla salmodiante, i bimbi che reggevano il nastro  col danaro offerto dai fedeli, la banda che suonava musiche religiose.

 

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[1] Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.
[2] http://www.altosannio.it/san-cristanziano-13-maggio-2/ di Domenico Meo
[3] http://www.altosannio.it/san-giovanni-battista-24-giugno-2013-di-domenico-meo/
[4] http://www.altosannio.it/maria-ss-del-carmine-16-luglio-di-domenico-meo-2/
[5] http://www.altosannio.it/la-scapece/
[6]
http://www.altosannio.it/i-carrettieri-di-perano-di-maria-delli-quadri-3/

con note di Nostalgia suonata da Richard Clayderman
Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

5 commenti

  1. CHE FACILITA’ di scrittura possiedi cara prof DELLI QUADRI, certo DOTE NATURALE, affinata poi dalla professione svolta: FORTUNATI I RAGAZZI TUOI ALUNNI che ( e SE) ti hanno seguita con avidità e piacere!—io lo avrei fatto!!!
    In questo caso una descrizione dettagliata e simpatica con note intimiste e sincere, belle e tristi, ironiche e reali al tempo stesso….
    (“un paio di occhiali di plastica per sembrare più fatali…” “accettavamo per vere tutte le panzane scritte, avvertendo nel cuore un anelito di grande felicità…” “Io invidiavo quelli che spendevano per assaggiare tutte le leccornie esposte; non potevo e per questo mi maceravo d’invidia.”
    Conoscerai certo il poeta Modesto DELLA PORTA che a proposito descrive con altrettanta maestria le stesse osservazioni e i tuoi medesimi pensieri nelle poesie
    “LU DESTINE”
    E’ state mo’, chell’avetra matine.
    ‘Nnanz’a la chiese de la ‘Ddulurate
    nu vecchie che sunave lu pianine
    dicè’: “Curréte, non vi vrigugnate,
    avete dispiacire? Avete spine?
    Saprete l’avvenire e il passate…..

    “ LU PRIVILEGGE DE LU DISPERATE”
    Nu jurne pe la feste de nu sante
    se stave a fa’ la fïre. A nu puntone
    nu vecchie’nche nu sacche ogne tante
    strillave:-Chi le vo’? Castagne bbone!-

    Le cito a beneficio di qualcuno che leggendo il commento al tuo bel racconto volesse ampliare la lettura….
    Mi riservo migliori complimenti ad un prossimo futuro racconto.

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