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Il mondo di Maria – L’amica calabrese

di Maria Delli Quadri

suororsolabenincasaHo studiato all’università di Napoli (Magistero “Suor Orsola Benincasa”) senza mai frequentare la facoltà di lettere, perché non avevo i mezzi per vivere in città e poi perché all’epoca ero già maestra di ruolo. Quando dovevo fare gli esami, tre volte l’anno, andavo in un collegio femminile situato in Corso Vittorio Emanuele, proprio di fronte al magistero. Partivo alle cinque di mattina con la corriera AGNONE-NAPOLI della ditta Cerella ed arrivavo in città alle nove. La corriera aveva l’autista e il fattorino, i cui cognomi erano stranamente accoppiati nel senso che uno si chiamava Presutti e l’altro Pagnotta. Mi fermavo in città pochi giorni, il tempo di fare gli esami e poi ripartivo alla volta del mio paese dove il lavoro mi attendeva.

Sempre mi capitava di conoscere, in collegio, ragazze della mia età. Erano tutte meridionali, soprattutto calabresi e siciliane, che stavano lì fisse per frequentare le prestigiose scuole napoletane di musica e di pianoforte in particolare. Appartenevano alla società altolocata del sud ed erano tutte belle, brune, disinvolte, eleganti. Tutte parlavano l’italiano col marcato accento regionale. Ai miei tempi Napoli era ancora  considerata la nostra capitale morale e tutti gli studenti erano allievi della “Federico II”.

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Elvira

Nella facoltà di Magistero conobbi Elvira, una ragazza di Cosenza, orfana di madre, che studiava, come me, alla facoltà di Lettere. Ci legammo di grande amicizia, forse perché io l’aiutavo con il ripasso delle materie da lei fatto all’ultima momento. Una volta ricordo che all’esame di Geografia col prof. Colamonico lei prese 30 ed io meno di lei, 28. Ridemmo per questo fatto perché l’allieva aveva superato la maestra. Era bruna  di carnagione e di capelli, era disinvolta, prosperosa, di battuta facile e di risposta pronta, soprattutto con i ragazzi che le lanciavano “frizzi e lazzi” proprio per le sue curve abbondanti situate al posto giusto. Era piuttosto superstiziosa e mi citava spesso fatti  e personaggi che illustravano bene le varie storie  da lei vissute e che mettevano in risalto le sue credenze più radicate.
Una frase che citava spesso era: “L’invidia secca!” (voce del verbo seccare, usato in senso assoluto, senza citare il complemento oggetto) e mi riempiva la testa di fandonie che lei riteneva pura e santa verità. Mi esortava a stare alla larga da amiche e compagne che davanti mi adulavano e dietro le spalle mi dicevano male (a capirle, chi erano). Io la facevo parlare, perché sapevo che per lei questa materia come fatture, malocchi, ecc… era tutto oro colato. Con lei  che mi guidava conobbi la città; andavamo in giro e percorrevamo i luoghi turistici come Mergellina, Via Caracciolo, Piazza Municipio, il palazzo del teatro San Carlo, ammiravamo la grandiosità e l’imponenza del Maschio Angioino e tutte le altre località che fanno di Napoli il capoluogo bello e pittoresco qual è. Sugli autobus lei attirava  commenti  salaci ai quali rispondeva per le rime, senza colpo ferire, con una sicurezza che io non avevo e che tuttavia le invidiavo.

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Napoli, panorama
L’amicizia col tempo si accrebbe e, quando era periodo di esami, non essendo ancora nato il telefonino, ci scrivevamo. Una volta laureate gli incontri cessarono, ma lei mi invitava, sempre con lettera, ad andare a trovarla a Cosenza. Io però non potevo perché non ero capace di affrontare un viaggio così lungo e difficile e poi perché le consuetudini degli anni ’50 e ’60 non contemplavano tali libertà. Ci scrivevamo spesso, ci raccontavamo le prime esperienze di lavoro e d’insegnamento nella scuola, ripromettendoci sempre di incontrarci da qualche parte. Questo non accadde mai, anzi, col passare del tempo, non ci scrivemmo neanche più e la nostra amicizia fu sepolta sotto la cenere del tempo e dell’oblio.
Negli anni del silenzio lei si sposò, altrettanto feci io, ci scambiammo le partecipazioni però poi non ci furono più contatti per diversi anni.
Poi un giorno, era passato molto tempo, mi giunse una telefonata (nel frattempo ci eravamo modernizzati): era lei  che, sapendo di me solo un dato e cioè che ero di Agnone nel Molise, aveva intrapreso una serie di ricerche per cui, passo dopo passo, come una provetta investigatrice, era arrivata a Capracotta dal cui comune aveva appreso della mia realtà, cioè che insegnavo nel capoluogo regionale. L’amicizia si rinsaldò, avevamo entrambe i figli piccoli, e il telefono ogni tanto squillava: era lei che mi chiedeva sempre di combinare un incontro per rivederci, per stare di nuovo insieme come ai vecchi tempi. Stabilimmo che Roma, dove lei aveva il figlio ormai adulto, poteva essere il luogo dell’incontro. Un incontro ci fu tra lei, mio marito e mio figlio, cresciuto nel frattempo e allievo della Sapienza. Con me non avvenne mai perché o io non mi trovavo a Roma o lei non poteva venire dalla Calabria. Per anni ci siamo rincorse senza mai trovarci. Così è  passata la nostra vita. Col tempo le telefonate pian piano si sono ridotte, poi sono cessate del tutto. Non so se è ancora di questo mondo oppure no (era più grande di me). Preferisco rimanere nell’incertezza ma non riesco mai a dimenticare la mia amica Elvira. Ogni tanto ripenso a lei, alla sua vitalità, alla sua sicurezza, al suo accento calabrese così spiccato, così incisivo.
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Cosenza, panorama notturno
Da tutta questa storia ho tratto alcune riflessioni: la vita  si divide in comparti stagni, in periodi che scorrono e poi passano e non c’è nulla che possa farli rivivere a nostro piacimento. L’esistenza è ripartita in scomparti e la realtà che viviamo è quella del luogo dove siamo, delle persone che frequentiamo, dei problemi che di volta in volta dobbiamo affrontare, dell’età che abbiamo, delle difficoltà che incontriamo sul nostro cammino.
Esistono infatti la giovinezza, la maturità, la terza età, come si dice; si nasce da qualche parte, non si sa dove si va poi ed ad ogni cambiamento corrisponde un modello di vita confacente alle situazioni che cambiano a seconda del “destino” di ognuno di noi.
Così è stato con l’amica calabrese: io mi sono laureata il 4 novembre del 1961 e da allora sono passati tanti anni, una vita. Se andiamo a fare i conti sono 55 anni. Credo che non si possa ridare calore ad un’epoca delimitata nel tempo della nostra vita, quando la vita stessa ci ha cambiati, ci ha portati avanti negli anni, ci ha reso difficile anche solo il racconto e il ricordo dei nostri vissuti.

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[1]  Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

3 commenti

  1. Bellissimo racconto e ottimo editing. Le parole e la musica che si intrecciano in modo delicato e piacevole, accompagnano il lettore, fino a renderlo pienamente coinvolto.

  2. È vero Maria, la vita colloca le persone nei luoghi dove si svolge quotidianamente l’attività del vivere, ma nel cuore risiedono quegli indimenticabili affetti lontani chilometri e chilometri che non ci abbandonano mai.

  3. Leonardo Tilli

    In casa mia a Fraine, da piccolo, avevo sentito una frase che sembrava essere ripetuta sovente da un signore dei tempi passati … : “UOMO NATO – DESTINO DATO”!
    QUESTO CONCETTO, È RIMSSTO NELLA MIA CULTURA. IN SEGUITO MI HANNO DETTO CHE ANCHE ” IL SOMMO GIOVE “, DALL’ALTO DELL’OLIMPO, ” DOVEVA SOTTOSTARE AL DESTINO”. …
    SUCCESSIVAMENTE MI HANNO DETTO : “OGNIUNO È ARTEFICE DEL PROPRIO DESTINO” E CI SIAMO SEMPRE ADOPERATI COMPORTANDOCI DI CONSEGUENZA!
    OGGI, DI FRONTE AD ALCUNI CASI DELLA VITA, SONO PROPENSO A PENSARE CHE SIA PROPRIO IL ” DESTINO” “AD ACCANIRSI ” SU PERSONE INNOCENTI, SU FAMIGLIE SFORTUNATE, SU INTERE POPOLAZIONI. …
    NELLO SPLENDIDO ED AVVINCENTE RACCONTO, L’AMICA CALABRESE DICEVA DI CREDERE ” NEL MALOCCHIO, NELLE FATTURE, NELL’ INVIDIA MALEVOLA”, … PENSO CHE SIA UN MODO PER … “GIUSTIFICARE” … ” TANTI GUAI CHE CI CAPITANO E CHE STRAVOLGONO LE NOSTRE VITE!”

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