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Il Male dell’arca

Racconto di Maria Delli Quadri [1]

Opera grafica di Gaetano Minale

Al mio bel paese, Agnone, situato nell’alto Molise, viveva un tempo una donna di nome Marietta. Voi direte: “eh, di Mariette ce ne sono tante!” Avete ragione, ma questa era particolare, perché (diceva lei) sapeva prevedere con metodi empirici e curare con formule e riti particolari “LE MALE D’LL’ARCA”  (il male dell’arca).

Abitava in Via Gualterio, in una casettina piccola, con finestrelle e finestrini  a sua misura, un portoncino, una cucinetta,  una camera, tutto molto semplice e dimesso, ma pulito. Per dirla col poeta: “PARVA  SED  APTA  MIHI” (piccola ma adatta a me). Questa la sua dimora.

La donna era la nostra lavandaia: una volta al mese veniva in casa per fare il bucato, lavoro che durava due giorni, spesso recandosi per il risciacquo finale e l’asciugatura alle fonti di s. Lorenzo. Quando tornava al tramonto, i panni,  del colore della neve, profumavano di erba, di pulito e di aria pura.

Piccola di statura, rotondetta e paffuta, era vedova da diversi anni. Vestiva sempre alla maniera tradizionale: gonna lunga,  ampia e scura, arricciata in vita, grembiule legato dietro, calze di lana, scarpe basse, camicetta, tutto doveva attagliarsi alla sua condizione di donna sposata.

Marietta frequentava, tra le altre, anche la casa di un dottore, don Luigi D’Onofrio, che aveva quattro figli, tutti in età scolare.  La famiglia abitava all’ultimo piano di un palazzo gentilizio al centro di Agnone.

La donna sperimentava sui ragazzi il suo metodo “infallibile” per diagnosticare con anticipo la predisposizione a “l’ mal d’ ll’arca”: sistemava il corpo della “cavia” di fronte a sé, poi, con la testa ben alta, il ragazzo o la ragazza doveva allargare le braccia e le gambe, sì da somigliare a uno di quei disegni di Leonardo, fatti  per lo studio dell’anatomia  umana.

Col centimetro lei misurava la larghezza delle braccia aperte, poi passava alla misurazione dell’altezza. Le due dimensioni dovevano essere assolutamente uguali  per non incorrere nella malattia. Se ci fosse stata una disparità, le probabilità  di contrarre il morbo sarebbero state parecchie.

Una sera uno dei ragazzi del dottore, Luciano, il più discolo, chiese a Marietta di misurargli il “mal dell’arca”. Marietta si accinse all’impresa: fece mettere il ragazzo in posizione (gambe ritte, braccia aperte e testa alta) raccomandandogli di non fare alcun movimento.
Inutile dire che, mentre  Marietta faceva i suoi bravi calcoli, il ragazzo, non visto, abbassava la testa o modificava l’ampiezza delle braccia, ragion per cui le due lunghezze non combaciavano mai. La povera donna cominciò a sudare e a disperarsi  non avendo il coraggio di rivelare la terribile verità al padre dottore e alla famiglia  Provava e riprovava, ma il risultato era sempre lo stesso. Il ragazzo avrebbe contratto il male, cosa che, ovviamente, non accadde mai. Altri malanni si, ma non questo.

MA COS’ERA, DUNQUE,  QUESTO “MALE DELL’ARCA”?
Secondo le credenze del  tempo, l’individuo che aveva predisposizione, in un momento particolare della sua vita, sarebbe diventato giallo, anche negli occhi, segno di una sofferenza al fegato,  alla cistifellea o al pancreas.  In altre parole LE MAL D’ LL’ARCA” altro non era che l’itteroil malcapitato le cui misure anatomiche non corrispondevano ai canoni leonardeschi avrebbe, nel tempo,  contratto l’ittero.

Certo, c’erano i rimedi, lunghi e non sempre efficaci. Il malato per lo più veniva curato in casa, con decotti e unguenti preparati da qualche “magara” e solo in casi più gravi si ricorreva al medico, il quale spediva i familiari da don Serafino, il farmacista, specializzato nella preparazione di polveri medicamentose, chiuse in piccole ostie, da ingoiare poi con un sorso d’acqua. Spesso il morbo era mortale ed allora non c’era nulla da fare. La gente chiedeva: “Gna è mùart ?! (come è morto?) La risposta era: “Eh, s’è fatte gialle”, destino ineluttabile!

l’elaborazione della foto di Agnone è di Alessandro Cimmino

La cura empirica più usata per il male dell’arca era la seguente:  all’alba, prima del sorgere del sole, il malato, da solo o accompagnato, doveva attraversare sette  archi di altrettante porte cittadine, pregando e recitando giaculatorie o formule magiche. A seconda del quartiere dove abitava, la persona iniziava la sua “via crucis” dall’arco più vicino. Spesso Marietta accompagnava il malato ed allora recitava lei le parole fatidiche che avrebbero dovuto sconfiggere il male. Noi le ignoriamo, ma, in compenso, conosciamo le sette porte (cliccare sulla foto per ingrandirla):

1)la porta di Sant’ Amico (porta Berardicelli);
2) la porta di San Pietro;
3) la porta di San Marco (porta Semiurno);
4) il  “portillo” dell’Annunziata;
5) la porta di San Nicola;
6) la porta di Sant’ Antonio;
7) la porta di Sant’ Emidio (porta Maggiore).

Terminato il giro, la persona, stanca morta, si buttava sul letto sfinita e si addormentava come un sasso. Il sonno talvolta era benefico e al risveglio le condizioni generali potevano apparire anche migliori. Marietta dunque era una guida preziosa in queste passeggiate terapeutiche. Il giro doveva essere ripetuto più volte fino a guarigione (se c’era).

Oggi dovrebbe essere diverso, tuttavia c’è ancora tanta gente che non si è liberata dalla superstizione; spesso, infatti, sento alle radio locali la pubblicità di un mago che riceve “la gentile clientela” in una casa del centro storico, di cui viene riferito l’indirizzo e l’orario delle prestazioni.

IL MEDIOEVO CONTINUA.


Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

4 commenti

  1. Alessandro Cimmino

    Complimenti e grazie per avere scelto l’elaborazione grafica (ricostruzione della murazione medioevale e rinascimentale della città di Agnone) realizzata da me…

  2. Cara Maria, bel racconto particolareggiato, ironico e sfizioso, che racconta con garbo il tempo della nostra fanciullezza; al mio paese pur essendoci le lavandaie, non esisteva però una tale Marietta… Perché!? Semplicemente perché Montefalcone più piccolo di Agnone non aveva –e non ha- sette archi e dove mai avrebbe potuto condurre un povero malato di ittero una intraprendente donna -lavandaia-magara?
    il MEDIOEVO continua tu dici …in certo senso è vero: ancora ci sono magare e fattucchiere che ricevono la clientela…Ma, più spesso, oggi ci si affida ai centri medici fisioterapici, che curano certo con criteri basati su esperienze e conoscenze scientifiche, per fortuna!

  3. mi piace, non sapevo questa storia

  4. bellissima storia ed ora esco anche io per la passeggiata terapeutica

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