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Il Fuoco Sacro e Propiziatorio: Le ‘ndocce di Carovilli, San Pietro Avellana, Sant’Angelo del Pesco, Chiauci

di Domenico Meo[1]tratto da Riti e Feste del Fuoco – Volturnia Edizioni

 

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Carovilli

A Carovilli, la torcia o ndòccia, veniva preparata dai contadini nelle contrade Fontecurelli, Rantuoni e la Fìquəra. Si allestiva con polloni di nocciolo o con legna di quercia ridotta a listelli. Essa era singola, alta non più di tre metri e mezzo e legata con sar­menti di vitalba.

Il 24, giunta l’oscurità, era d’uso accendere un fuoco vicino la casa di campagna, mentre, qualche ora prima della mezzanotte, i contadini, prendevano la felce secca, la ponevano in cima alla ndòccia e gli davano fuoco. Poi la adoperavano per farsi luce lungo la strada che li accompagnava alla messa della Notte Santa. Una volta giunti in prossimità del paese la spegnevano e la lasciavano, per poi riaccenderla alla fine delle celebrazioni religiose, quando dovevano tornare nelle loro masserie.

Nel periodo della guerra, arrivati alla periferia del centro abitato, offrivano la parte rimasta ad amici e conoscenti. Essi apprezzavano il gesto e, se avevano qualche moneta, gliela davano in cambio. Il rito si è estinto nel periodo interes­sato dalla Seconda Guerra Mondiale.

San Pietro Avellana

Pure a San Pietro Avellana si accendeva la ndòccia. Era di ginepro, alta intorno al metro e mezzo e legata con sarmenti o legami di salice. La ndòccia era davvero un simbolo e forse fino alla Seconda Guerra Mondiale se ne incendiavano due o tre, davanti il sagrato della chiesa di San Pietro e Paolo.

Il ciclo delle “dodici notti”, da Natale all’Epifania, è illuminato dai falò rituali di Sant’Agapito. Il rito è denominato in dialetto léna a lu Bbambìne. I fuochi, almeno fino a trent’anni fa, si accendevano prima della mezzanotte della vigilia di Natale e si spegnevano la mattina del 7 gennaio. I falò, così come avviene tutt’oggi, ardevano, uno nel centro storico, nel rione Boccasante, davanti la chiesa di San Nicola, l’altro in piazza Marconi (fuórə la pòrta).

I ragazzi e i giovani cominciavano a procurarsi la legna addirittura in estate. Quando la chiedevano, girando fra le case, gridavano: léna a lu Bbambìne. La competizione fra i due rioni, a chi accendeva il fuoco più grande, era una vera e propria sfida e spesso si rimaneva a sorvegliare la legna per non farsela rubare dalla fazione opposta. Tutti si accostavano ai falò ed era stupendo ammirare i protagonisti che di tanto in tanto alimentavano il falò per non farlo spegnere.

Adesso, il fuoco si accende tre volte: la vigilia di Natale, l’ultimo dell’anno e il giorno dell’Epifania. Oltre ai ragazzi che raccolgono cassette di legno, cartoni, tavole vecchie e fascine, l’amministrazione comunale, pur di conservare l’antico rituale, commissiona la legna ad un’impresa boschiva. Nelle tre ricorrenze, i falò, di forma conica e alti tre o quattro metri, issati nei due luoghi tradizionali, vengono accesi in tarda serata. Spesso il calore del fuoco diventa l’occasione per stare insieme e cucinare carni arrosto, mentre la consuetudine di portarsi a casa carboncelli e tizzoni è ormai in disuso.

Sant'angelo del Pesco

A Sant’Angelo del Pesco, la vigilia del Natale è ravvivata dalle ndòrce e dal fuóchə də Natàlə. La torcia, allestita dai genitori per la gioia dei ragazzi, è costruita con legno di abete prelevato nel bosco Abeti Soprani. A volte si adopera anche il cerro. I tronchetti, ridotti a listelli, diventano torce alte fino a un metro, con uno spessore di venti, trenta centimetri e legate con lo spago. Attualmente si preparano una diecina di ndòrce e, la sera della vigilia, si posizionano davanti casa, sostenute da un treppiede di legno o appese al muro. Calate le prime ombre della sera, ognuno accende la propria torcia e la fa ardere fino a consumarsi.

Un tempo, dicono Di Lucente Raffaele, Di Ninno Liberantonio, Di Giulio Antonio e D’abruzzo Antonio, davanti ad ogni casa fiammeggiava una ndòrcia, legata con sarmenti di vitalba o rametti di salice e disseccata nel focolare domestico.

Completa e arricchisce il cerimoniale della vigilia, un grosso falò in piazza dei Caduti. Con legna di cerro e abete alcuni uomini del paese erigono una catasta come rə catuózzə də rə carvunàrə (la carbonaia). Il falò, di circa quattro metri, è incendiato all’imbrunire, allorquando si accendono le ndòrce. Fino a mezzanotte diventa il centro di attenzione dove molti si intrattengono.

Mentre oggigiorno il fuoco si spegne la mattina di Natale, anni or sono, le pire, presenti in ogni rione del paese, attizzate e ravvivate di continuo, bruciavano fino a Capodanno.

La tradizionale fiamma natalizia della vigilia, risplende a Sesto Campano. Qui, i giovani, alla guida di un mezzo, si recano in campagna e nel bosco per caricare legna e fascine. Mentre, nel centro abitato, fanno visita a quelle poche famiglie che per antica devozione gli donano qualcosa da bruciare. La catasta, nel pomeriggio del 24, si appronta in largo Montebello, in prossimità della chiesa parrocchiale di Sant’Eustachio. Ha la forma di una carbonaia ed è alta quasi quattro metri. A sera, intorno alle otto, dopo la sacra benedizione, la pira viene incendiata al cospetto degli intervenuti che assaporano così il calore del Natale.

Nei tempi passati il fuoco richiamava i contadini che arrivavano in paese al crepuscolo, dopo aver sistemato le greggi. In attesa della messa solenne della Natività si riscaldavano intorno al fuoco, intrattenendosi con piacevoli chiacchierate.

Chiauci

Il 24 dicembre, i ragazzi di Chiauci, dopo un’opportuna raccolta di legna e fascine fra le case del paese, il pomeriggio approntano il fuóchə bbənədittə nei pressi della chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni. A sera, il fuoco, luce di Natale, contornato dai devoti,  riceve la benedizione del sacerdote.

A Chiauci, però, sino a mezzo secolo fa, per tradizione, il padre preparava una ndòccia per ogni figlio maschio. Un tronco di cerro “gentile” di una ventina di centimetri di diametro si spaccava a listelli, si riempiva di schegge di legno più o meno lunghe e sottili (scarìchə) e si legava con fili di ferro. La ndòccia, alta intorno ai due metri, si preparava tra settembre e ottobre e si poneva a seccare dentro il camino.

La sera della vigilia, qualche ora prima della messa di mezzanotte, si accendevano tre fuochi: in piazza Marconi, piazza Umberto 1° e via Tre Porte, di fronte la chiesa madre di San Giovanni. I giovani, vestiti con il mantello a ruota (la cappa), uscivano dalle loro case con la ndòccia sulla spalla, si accostavano ad uno dei falò e la accendevano. Poi, tutti insieme, in una sorta di processione, giravano per  le vie del paese. Al termine, i residui delle torce, finivano di consumarsi nei fuochi accesi in precedenza, denominati fuóchə bbənədittə, in cui, per devozione, si facevano bruciare le immaginette sacre.


[1] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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