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Terra mangiata senza pane

dal romanzo inedito: Fuochista di  Gustavo Tempesta Petresine[1]

In questo bellissimo affresco, che Gustavo ci dona, risaltano queste parole:
la sua terra spogliata di uomini e donne e di bambini, popolata di vecchi troppo stanchi, sbreccati vasi contenitori di ricordi. La sua terra divisa in spicchi e mangiata senza pane”.
Chi ha ancora un cuore, per comprenderle, comprenderà anche lo spirito che anima tutti coloro che scrivono su questo giornale on-line, che non si rassegnano all’idea di una terra divisa in spicchi e mangiata senza pane”.
Enzo C. Delli Quadri

muschio-copia

Guardava ai bordi della strada asfaltata le residue foglie del passato autunno. Il giallo, il rosso e il violetto avevano abbandonato i loro colori per liquefarsi in un marrone marciscente. Gli capitò distrattamente di posare lo sguardo sul dorso delle sue mani e tristemente notò che le macchie sulla pelle avevano un bosco in comune; distolse lo sguardo e rise divertito.

Giuseppe si volle fermare alla “fonte della allina”, chiamata così perché un albero nel crescere aveva assunto le sembianze di una cresta. Ora non rimane che un fradicio tronco e un frusciare d’ortica.

Una “rusciarella” di neve aveva già imbiancato gli abeti e la strada. L’immacolato silenzio era accompagnato dal versarsi dell’acqua nel fontanile orlato da sfilacci di muschio verde, che con disperato arrancare la di loro dimora opponevano resistenza per non essere trascinati dalla corrente.

Aggrappati tenacemente al loro habitat, al loro verde, alle proprie radici, sembrava non volessero distogliersi dal loro rifrangersi nell’acqua. Il moto fluente di quell’acqua li trascinava via, ma essi non potevano sapere che quello scorrere li avrebbe salvati da una fine certa. Il rivolo li dondolava a valle e delicatamente li adagiava sul greto dei “valloni” dove affluiva. Avrebbero dato la vita a profumate erbe e delicati aromi.

Bevve l’acqua della fonte incurante della gelida sensazione che provava nel sentire le gengive contratte. Quasi gli venne meno il respiro ingoiando quella gelida essenza. Godette nell’avvertire un rivolo gelato scorrergli sul petto, sotto il maglione bagnargli il collo e procurargli un brivido sui fianchi.

“Acca ca scégnə darr’abbìtə e va alləscènnə prétə[2]
Può zə pèrdə e zə nganàla e chiù nə z’arrətrova
Acca fredda ca tə puortə appriéssə
frunnətèllə e pondə də radìcə.
Glu, glu glu, tu mə pièrlə, ma nnə saccə ca dicə:
sola tə nə viè.
Acca ca va lundànə də chéscta vita nne də calə
Sénza allerìa e sénza péna déndrə arrə corə
te viè a mmenà déndrə arrə marə.

Risalì in macchina, mentre il geometrico dio della neve cominciava a dispensare discreti fiocchi seguendo la sua discesa a valle turbinando sotto la virulenta potenza di un vento impietoso.

L’ululato del vento era la vendetta di Dio verso l’uomo che non seppe distinguere il bene dal male e volle essere arbitro del suo “destino”, facendosi conficcare negli occhi gli aculei di ghiaccio, assaporando un sincero dolore dopo essere stato dolcemente violentato nella testa.

Continuando la scesa a valle, il vorticare del vento si rese più clemente fino ad allentare la sua presa possessiva sulla neve, abbandonandola a un lieve sfarinarsi di cielo.

I luminosi stracci della sua infanzia lo vestivano di nuovo dall’alto e seppellivano la sua terra; la sua terra spogliata di uomini e donne e di bambini, popolata di vecchi troppo stanchi, sbreccati vasi contenitori di ricordi. La sua terra divisa in spicchi e mangiata senza pane. Ora era là, a dissipare il vapore del suo alito caldo, fra gli abeti che lo frastornavano di fruscii. Ammirava la neve su quei monti, volendo continuare a vivere essi per tutto il tempo che il tempo avesse a lui concesso. Ora poteva vederla sfarinarsi nella sua ovattata caduta, la neve, e imbiancare le faglie di arenaria, ritirarsi e scemare di biancore nelle primavere inoltrate lasciando intravedere le valli sottostanti in disperate distese di erba secca, acciaccata dal suo peso, e quest’ultima rinverdire alla carezza di un timido sole. Poteva bere, adesso, le ore sei della mattina, quando un colpo di tosse gli ritornava da un eco lontano, e dissetarsi di un dimenticato silenzio, lo sgomento silenzio di quel remoto grumo di universo ritrovato.

Quelle nuvole di cotone che facevano ancora più soffice il cielo istigando la sua fantasia nel volerci vedere forme e volti di donne amate, trasformate in madri e nonne dall’ignavia del tempo.

E già, il tempo! Miserabile ingannatore di anni ancora da scontare, da vivere e forse rimpiangere per le occasioni perse e ancora da perdere. Ritirarsi in un sacco stracciato logoro di strappi e buchi di fronte al perenne fuoco che batte violento il camino di una stufa cercando disperatamente una via di uscita.

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[1] Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente.  Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”. Esso nasce da un percorso accidentato,  da un ritrovare frammenti e “cocci” di un vernacolo non più parlato come in origine, da mettere insieme in un complicato puzzle. I termini sono proposti cercando di rispecchiare la fonetica che fu propria del parlare dei nostri nonni, ascoltati in prima persona e qui proposti.  “‘Ne cande” è il “canto lieto”, quello che trattava di feste, amori e piccola ironia dove si contemplava il fluire non privo di stenti, di un vivere paesano, è svanito negli anni.
[2] Acqua che scende dagli abeti e va levigando pietre…..

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.