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Il Diavolo Cotto – Il regno di Molisandrìa

Stanze di vita quotidiana  – di Gustavo Tempesta Petresine[1]

… Fu in quel giorno umido del mese di ottobre che Andonio Cirullotta fece di tutto per essere ricevuto da una qualche autorità locale. Cosa avesse da richiedere non è dato a noi saperlo, però possiamo sempre sospettare che detto Andonio di natura ingenua fuori e provvisto di furberia interiore avesse richiesto quell’incontro che ormai desiderava avvenisse da mesi, per cercare di aggiustare certi privati affari. Come non succede più nemmeno nelle favole, quella richiesta di essere ricevuto andò a buon fine.

Ricevuto nelle sfarzose sale di palazzo, venne condotto dal Re in persona su un alto pinnacolo. L’energumeno, ingenuamente pensò di trovarsi sulle rupi di Pescopennataro o forse di Pizzoferrato, ma fu presto distolto da quei pensieri in quanto il sovrano circuendo con il suo regale braccio le sue plebee spallucce sentenziò con fare deciso e di perento:

Tutto il regno che vedi, fino dove può arrivare la tua misera vista e anche oltre è lo stato autonomo di Molisandrìa; noi lo creammo cinquant’anni or sono. Quanti posti di lavoro creammo allora e in seguito! Non c’era ufficio pubblico che mancasse di un molisandriàno, orgoglio dei luoghi natii e invidia delle genti d’oltre Sangro! Noi demmo il sangue per favorire i sudditi del regno, tanto è vero che il territorio ben presto diventò anemico”.

Andonio vedendo tutto quel ben di Dio pensò, se non di poterselo mettere in “tasca” almeno di raccoglierne qualche briciola, che – vuoi mettere – avrebbe avuto comunque la sua porca consistenza.

Oh! Mio Re – azzardò timidamente, e con fare da valvassore si chinò così profondamente da sfiorare l’orlo della regale veste all’imponente Embratur – Voi che siete un sovrano di sinistra fate partecipe, seppure in misera misura questo figlio di popolo che si affida a Voi. Ho circa mille voti, sono di Vostra Maestà se credete possano andare a buon partito.

Il colloquio finì e il Re avvezzo alle solite “trattative” non diede peso alla cosa. Andonio fu congedato con blande rassicurazioni. Uscendo da palazzo si imbatté in un vecchio contadino, conosciuto da molti per le rare e azzeccate sentenze, che, anche se di rado, dispensava a tutti. Socchiuse gli occhi e atteggiò una sardonica smorfia. Accompagnando la fievole voce ad un gesto tremante della mano disse:

Ne ze nasce Re! Re z’addevènda che re cunziénze de la ggenda! Ma se re cunziénze de la ggenda è sturt’lleàt’, è sturt’lleàt’ pure re Re!”[2]

Diavolo Cotto


[1] Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente.  Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”. Esso nasce da un percorso accidentato,  da un ritrovare frammenti e “cocci” di un vernacolo non più parlato come in origine, da mettere insieme in un complicato puzzle. I termini sono proposti cercando di rispecchiare la fonetica che fu propria del parlare dei nostri nonni, ascoltati in prima persona e qui proposti.  “‘Ne cande” è il “canto lieto”, quello che trattava di feste, amori e piccola ironia dove si contemplava il fluire non privo di stenti, di un vivere paesano, è svanito negli anni.
[2] Non si nasce Re! Re ci si diventa con il consenso della gente! Ma se il consenso della gente è storpiato, sciancato, pure il Re è storpiato, sciancato.

 Su questo sito, nella sezione cultura>poesie, troverete tantissime poesie di Gustavo 

 

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Un commento

  1. Allegoria spiritosa e veritiera. Va bene così.

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