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Il Diavolo Cotto: Il paese sognolizzato

Il Diavolo Cotto [1]

Ci fu un tempo in cui il tempo temporeggiava in un posto che posteggiolava.

Vado a raccontare dei fatti, avvenuti in luogo, in nessuno spazio, senza date, senza anno, giorno e mese. Li acchiappai così, come si presenta un caso nel finito universo e nelle cose che prima o poi ritornano.

C’era una volta (teniamo fede alla tradizione del narrare) un orto, dove le verdure e gli aromi crescevano lieti nella loro verde fronzura. Ogni varietà di piante occupava con le radici il suo vitale spazio, tanto che, le appendici di ogni verdura si chiedevano umilmente scusa quando sconfinavano, l’una nel territorio dell’altra. A volte l’intreccio di radici risultava essere estremamente positivo in quanto poteva succedere che: un basilico si innamorasse perdutamente di una bieta.

Le appendici si intrecciavano segretamente sotto la terra, così le piante facevano l’amore. Alla luce del sole, invece, si mandavano tenere occhiate e i loro bacetti verdi schioccavano per tutto l’orto. Non mancavano mai i bambini che, armati di rozzi innaffiatoi ricavati da bottiglie di plastica ai quali tappi avevano praticato vari fori, aspettavano il calare del sole per dissetare le loro verdi amiche.

“Ma guarda come ti sei avvizzita!” – si riferì al basilico il bambino –
“Forse sarà stato il sole e il forte caldo che ha fatto oggi a ridurti così!”

In effetti, il basilico avvertiva un sentore di foglia secca, e sentendosi riversare addosso la frescura dell’acqua, volle dimostrare al bambino la sua gratitudine facendo salire al suo nasino un delicato profumo. Il piccolo accarezzò le foglie della piantina raccomandandole di non strapazzarsi troppo nel fare l’amore con la bieta. La piantina arrossì pudicamente, mentre la bieta sentendosi chiamata in causa, sbiadì del suo verde intenso vergognandosi un poco.

In quel luogo senza luogo, in quel tempo senza tempo si viveva del lavoro prodotto dalle proprie mani. Non c’erano i teorici e gli intellettuali, né leggi prefisse, né religioni. L’unico dio possibile era identificato nel letame che dava vigore alla terra. Ogni animale e essere umano, dopo il suo trapasso, era festeggiato con grande chiasso e gigantesche bevute di acquavite, dopo di che si recitavano le odi alla terra. Tutti erano poeti!

Terra ca t’arrepiglie chescta carna
E quiscte sanghe ca me discte allora
Fa nasce n’aldra vita e ‘nfunne n’alma
Ascì ca ‘nziembre ze chiamemme , amore!  [2]

Mah! Io, certe strane poesie, mica le capisco bene. – diceva il bambino – Io so solo che: quando mi infilo nel mio lettino, la sera, sogno una nuvola di zucchero filato punzecchiata di raggi di luna. Correndo per i campi arati mi copro di foglie di gramigna, e nelle sere d’estate mi faccio un bagno di polvere di stelle. Un giorno, un raggio di sole mi dette un bacio sulla guancia, il suo trasporto fu così grande che il rossore m rimase sulle gote a meletta per due giorni!

Un giorno, il nonno mi disse che: in un tempo tempato, che finì tempo liofilizzato, gli uomini e le donne usavano delle strane parole che chiamavano aggettivi, e quello che diceva l’aggettivo più difficile e ricercato era ritenuto un grosso professorone. Il nonno mi raccontava, anche, che in quel tempo tempoliofilizzato, i gabinetti erano fatti di una cosa che chiamavano ceramica. Ma come si fa a costruire un cesso con i preziosi materiali dei quali mi raccontava il caro parente!

Ricordo, mi diceva: quando costruimmo la nostra casa la pensammo in modo che i bambini potessero rotolarsi nelle stanze e rincorrersi a pigolare come era loro natura fare. Uscire nell’orto inzaccherandosi di fango e rientrando in casa lavarsi in quell’ameno posto deputato alle escrezioni corporali e alla cura della persona.

Non eravamo ricchi –proseguiva il vecchio-  ma nella nostra onorevole condizione di onesti lavoratori trovammo dei materiali che bene si adattarono allo scopo. Fondemmo l’oro e l’argento; dalla loro fusione ricavammo splendidi sanitari. Il vaso splendeva di quel povero metallo e la vasca da bagno riluceva di un banale argento. Per le piastrelle adoperammo un volgare onice intervallato fantasiosamente da solito marmo di Carrara. Non avendo più risorse da investire completammo le finiture incastonando alle “greche” volgarissimi diamanti e materiali di risulta, quali: rubini, topazi, zaffiri e altre pietruzze disseminate ai bordi del torrente dove i vispi pesci erano soliti fare i propri bisogni.

Chissà se in futuro si fosse reso possibile donare ai nostri figli, decisi a formarsi una famiglia, un anello di prezioso alluminio con sopra in bella mostra una opaca pietra di arenaria!

Il bambino ricordava con aria trasognata le parole del nonno.

Il nonno mi raccontava, anche di gente venuta da un altro tempo tempoliofilizzato. Era arrivata con una grande nave scivolante su di un mare mareato; venivano dal mondo mondurizzato. Dopo il lungo viaggio,  una signora che avendo toccato per prima la terraferma con il piedino, avendo per tanto tempo viaggiolato aveva trattenuta a stento la pipì. La bella signora si precipitò nel primo bar che le capitò. Successe, allora, una cosa stranissima, dopo essere entrata nella latrina ne uscì tutta sudata e raccontava ai passeggeri che finivano di sbarcare, che lì dentro i sanitari erano fatti d’oro e d’argento. Ci fu una risata generale e tutti sghignazzavano come scemi. Altri entrarono nel bar e ne uscirono come gli altri, ridendo come scemi.

Uscivano da quel bar con occhi lucenti di contentezza. In tre portavano via la tazza, in due il lavandino, altri,  avevano divelto piastrelle ingiallite di orina. Il nonno disse al gestore del bar “che si doveva vergognare” per non avere rifatto il bagno e presentato un così indecoroso spettacolo agli stranieri che venivano dal tempo tempoliofilizzato di un luogo luogofilizzato. Senz’altro risentiti, cercavano di portare via quelle porcherie, indizio di indecenza in quella società sottosviluppata.

Il barista si scusò dicendo che: nella sua povera attività non poteva permettersi un bagno fatto con piastrelle di prezioso gress e sanitari di fine ceramica.

Il nonno mi disse che: gli stranieri ripresero il mare, mostrando una contentezza insolita. Forse non vollero offendere il barista, ma in cuor loro pensavano “non metteremo più piede in questo paese!” Il nonno disse anche che: dopo quella cosa che era successa, tornarono in molti e appena sbarcati tutti avevano voglia di fare la pipì nei bar del posto, tornando poi festanti nel loro mondo mondurizzato di un tempo tempoliofilizzato, viaggiolando su grosse navi in mezzo a un mare mareato…

Diavolo cotto 

 

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[1]Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.
[2] 
Terra che ti riprendi questa carne / e questo sangue che mi desti allora / Fa nascere un’altra vita e infondici l’anima / Così che insieme si chiamino Amore

 

 

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

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