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Il dialetto in Evandro Ricci, espressione di vita.

 

Recensione di Alfredo Fiorani[1]

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Di Evandro Ricci[2] c’eravamo occupati tanti anni fa quando recensimmo “Pe ju tratture”. Un meraviglioso libro in dialetto di Secinaro sull’epopea della transumanza. Era il 1990. A distanza di oltre vent’anni, abbiamo ritrovato Ricci ancora in perfetta forma poetica.  De là de la tèrra sécca” (Edizioni Qualevita, pag. 130, 2012, s.i.p.), ancora versi in dialetto secinarese, è l’ultimo lavoro di Ricci con prefazione di Ilio Di Iorio che non gli ha risparmiato lodi, ma neppure tiratine d’orecchie quando scrive: «il suo verso non è sempre al diapason e talvolta ristagna. Del resto, Orazio nella sua Ars poetica afferma che perfino Omero aliquando dormitat (qualche volta dormicchia).»

Sarà che il dialetto è la lingua della terra, per come lo vediamo, così impregnato d’umori e colori; sarà che Ricci della terra ne conosce ogni consistenza e resistenza per averla attraversata con la “zappa” e che pur continua ad amare «a fine de viàje/vujje pusà l’òmbra/n-cima a sta tèrra amica/che’ le spiche mè, ùteme»; sarà che il dialetto ci ricorda j’addore de ju jile de jerva, la sbuffata de vinte che s’àuza e l’espandersi de la luce de l’alba, di Evandro Ricci ci prendiamo tutto consapevoli che così facendo ne scaturirà una lettura condizionata dal sentimento e quindi non troppo aderente ai margini dell’oggettiva. Ed è per questo che critici non ci sentiamo. Ma, più semplicemente, lettori attenti.

Il libro consta di 510 componimenti più o meno brevi che spaziano su ogni aspetto dell’esistenza da indurci a ritenere che l’Autore pensi in dialetto tanto gli appartiene  quell’idioma quanto, che dire?, un Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi poeti romantici, nel suo soggiorno italiano pensava in inglese. Questo ci evita di cadere nell’equivoco che il dialetto sia una lingua morta. Tutt’altro se Ricci lo usa per trasferirci la sua visione del mondo più intima e privata. Nulla resta fuori: ricordi, considerazioni, emozioni, annotazioni, riflessioni. Tipo: «La vì sta a ju traguàrdie:/s’allongane le vòce/de jire i l’atrajire;/ju timpe zurla sèmpre». L’aspetto che ci meraviglia è che la poesia pur riconvertita in lingua (traduzione a fronte), non perde di tensione né si svilisce. Ma restano quasi intatti il pensiero, i contenuti, i sentimenti, il soffio che gli ha dato vita. La trasposizione in lingua dei versi dialettali si riduce solo a specchio. Certo, lo specchio non restituirà mai la perfezione dell’originale. E’ pur sempre una copia, come la riproduzione di un dipinto d’autore. Fedele fino al dubbio che possa trattarsi dell’originale, ma che originale non è. Ad esempio: «Dòppe nòtte de jile/se remmiva ju rame». Quel “remmiva” (vivifica) è un gioiello linguistico di per sé. Eppure, nel contesto del componimento rimesso in italiano il “vivifica” conserva la sua forza espressiva senza contrasti o stridori o debolezze.

Il silenzioso transito del tempo nei versi di Ricci ha con la natura un legame intenso, profondo e continuo, e l’uomo nel mezzo confinato al punto d’avvertire il desiderio di «Vulèra ròmbe sùbbete/la gàbbia de ju timpe/pe camenè serine/pe la vì de la luce». Ma la Natura è là a dare sollievo: «Ju ventarijje stacca/ju turminte de l’ànema/i pòlvere de sòle/cala da ju Surènte», fantasie agli occhi, luce alle ansie, ali al pensiero, parole ai sogni, colore alle nostalgie. Il poeta raccoglie e coglie tutto affinché più tardi restino i ricordi «cumma linfa de vita» a testimoniargli che non è inutile vivere né – tanto meno – fare poesia.



[1] Alfredo Fiorani, nato a La Spezia ma Abruzzese nell’anima e nella testa, ha pubblicato raccolte di poesia, romanzi e saggi. Tra i romanzi più significativi, si ricordano: L’orizzonte di Cheope (Alfredo Guida Editore, Napoli 1998, premio Città di Cimitile), All’amore il tempo (Manni Editori,  Lecce 2007).   Tra i saggi  Laudomia Bonanni. Il solipsismo di genere femminile (Ed. NOUBS, Chieti 2007), L’Aquila 2009. La mia verità sul terremoto  (Castelvecchi Editore, Roma 2009) e La forza della memoria (Castelvecchi Editore, Roma 2010) entrambi scritti con G. Giuliani.
Presente in alcune antologie tra cui Sesto Quaderno (Campanotto Editore, Udine, 1995) e la più recente Una stagione di racconti (Carabba Editore, Lanciano 2006).
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Evandro Ricci  è nato a Roccacasale nel 1927 e vive a Sulmona. Ha pubblicato: Ju Surente nustre, Sulmona, Editrice D’Amato, 1966, pref. O. Giannangeli; Pe ju tratture (La transumanza), poema lirico-pastorale in dialetto di Secinaro, Sulmona, 1990, pref. O. Giannangeli; La scàzzeca, poema lirico-georgico in dialetto di Secinaro, Sulmona, 1999, pref. N. Fiorentino; Jile de core, Sulmona, 2003, pref. N. Fiorentino.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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