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IL Carnevale in Altosannio, ieri ed oggi.

di Domenico Meo tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001
con Foto d’epoca di  Vincenzo Fabrizio;
Musica Rondò Veneziano; editing di Enzo C. Delli Quadri

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Il significato del termine Carnevale lascia ancora margini di incertezza. La sua etimologia si presta a varie ipotesi: carnem levare (toglier via la carne, eliminarla, con chiaro riferimento al successivo periodo quaresimale),[1] avvalsa dal termine siciliano carnilivari e da quello spagnolo carnestoltes; carni levamen(sollievo alla carne); oppure carmen levare (intonare canti). Il Carnevale segna la fine di un periodo di intemperanze, contrassegnato da abbondanti mangiate e l’inizio di privazioni, digiuni e astinenze tipiche della Quaresima.

Il Carnevale, visto  secondo la sua origine arcaica,  non è altro che una festa di rinnovamento, che scandisce il passaggio  a un nuovo ciclo vitale, destinando la morte del vecchio e la nascita del nuovo. Esso  puntualmente  coincide col ciclo che preannuncia la primavera, assurgendo al ruolo dicapodanno agricolo.

Le sue origini primordiali affondano le radici in antichi rituali pagani della vegetazione  e della prosperità, nonchè in vetuste feste dedicate agli dei.

Nell’antica Roma per il solstizio d’inverno si festeggiavano i Saturnali, in onore di Saturno, dio dell’agricoltura e della semina. In questo periodo di straordinaria licenziosità e di stravagante allegria, si invertivano i ruoli fra schiavi e padroni. Il prescelto ad impersonare Saturno, dopo tanto tripudio, veniva messo a morte. Lo stesso destino è riservato ancora oggi al Re di Carnevale.

Nella Grecia antica tra febbraio e marzo ricorrevano le Antestèrie, feste in onore dei morti e di Dionisio, Dio della natura, della fertilità e dell’estasi (ebbrezza) del vino. Nei tre giorni di festa, si celebravano rituali legati al vino, alla fertilità e alla morte. I greci credevano che in questa ricorrenza le anime circolassero liberamente, per cui praticavano magie apotropaiche  di espulsione della morte  che riconducevano a nuova vita.

I contenuti simbolico-rituali del Carnevale sono molto simili e si possono sintetizzare in tre filoni o tipologie:

a)    Cortei mascherati e sfilate di carri allegorici con personaggi umoristici, che rispecchiano la cronaca o la politica internazionale; oppure eroi, personaggi d’avventura e del mondo dei “cartoni”. Attualmente, questa espressione è la più comune perché offre contenuti altamente spettacolari;
b)   rituali di rappresentazione drammatica e di condanna, come i processi oppure le pantomime recitate dalle maschere con rievocazioni storiche, reali o leggendarie che nel tempo si sono innestate nella schiera  delle ricorrenze  carnascialesche, presenti soprattutto in Piemonte;
c)    rituali di propiziazione agreste che racchiudono contenuti magico-religiosi  e precristiani, essendo i più arcaici.

Un esempio di satira mordace  con relativa caricatura, fu una mascherata attuata ad Agnone          il 27 febbraio, ultimo giorno di Carnevale dell’anno 1876. Pochi mesi prima di tale data, era stato nominato parroco di S. Amico don Ernesto Covitti, un prete che secondo l’opinione dei parrocchiani era poco degno del seggio sul quale era riuscito a sedersi a forza di intrighi e di corruzione. Tuttavia non erano mancate le reazioni popolari in varie forme, come scarsa frequenza alle funzioni religiose e mormorii continui contro il parroco. Una di tali reazioni, che assunse le proporzioni di un fatto storico indimenticabile, fu una famosa mascherata organizzata da un giovane popolano chiamato Stefaniello (ortolano abitante alla Ripa).

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La mascherata è narrata da Ascenzo Marinelli e riportata integralmente da Giuseppe Delli Quadri.[2]Mascherata che significò una pubblica protesta contro l’insano procedere del Vescovo e del Vicario di Trivento, che avevano creato parroco chi per ogni rispetto n’era indegno.

Raccontiamo la spiritosa canzonatura così come fu descritta dal Marinelli:

«I tre ciuchi. Uno era un po’ vecchio, ma ben servito, e gli altri due piuttosto giovani. Fu guarnito il primo d’un ricco piviale, e gli si aggiustò sulla testa una bella mitra di carta filettata d’oro e tempestata altresì di pietre preziose posticce. Gli si allungò infine ad arte anche la coda, tanto da esser questa portata a striscioni per le vie, come appunto si fa del Vescovo, quando entra nella cattedrale, e monta sul trono e ne discende. Insomma quell’asino, tutto azzimato ed ornato, pareva proprio desso Monsignor Vescovo!

Il secondo ciuco fu vestito di una lunga cotta pieghettata, terminante con frangia finissima, sopra della quale cotta scendeva una mantellina nera, che faceva spiccato contrasto col candore della tela. Sul capo di questo ciuco era azzeccato un berrettone a quattro pizzi, con tanto di fiocco in mezzo. Ben rappresentato il Vicario Cioffi!

Il terzo ciuco, il più orecchiuto degli altri due, era calzato a rosso nelle quattro zampe, aveva la pelliccia da parroco sulla schiena, e una striscia di cuoio bianco intorno al collo a modo di collare, ligata con due lunghi nastri rossi finissimi, che sventolavano in aria, come per essere da tutti veduti quei colori di carminio, tanto desiderati…Inoltre aveva quella povera bestia acconciata sulle orecchie un’altra berretta, ma non come quella del Vicario, perchè era solo a tre pizzi, ed il fiocco piccino piccino. Quest’asino così calzato e vestito, non c’è bisogno di dirlo, era don Ernesto!

Un certo contadino, analfabeta si, ma d’ingegno vivace e brioso, di nome Stefaniello, la faceva da banditore, accompagnato da un altro che aveva suonato il tamburo nella quondam Guardia nazionale della città; vestiti ambedue bizzarramente. Dopo gli asini c’era il codazzo episcopale, consistente in alcuni preti, in parecchi seminaristi, in un cameriere e due servitori in livrea: tutti facendo molto al naturale il loro ufficio. All’ultimo si vedevano pure certi segni caratteristici del fatto che si rappresentava; vale a dire alquante paia di caciocavalli che dondolavano e cozzavano fra di loro, una bisaccia piena di altri squisiti regali ed un sacchetto di denaro sonante: portati questi oggetti da tre persone anch’esse fantasticamente mascherate, siccome le altre.

Intanto Stefaniello faceva di quanto in quanto le sue fermate, massime nei luoghi più spaziosi. Quivi con versi licenziosi, spiegava tutto il senso allegorico di quelle maschere, con tanto brio e sollazzo, che gli ascoltatori si smascellavano dalle risa. Per esempio, Stefaniello spesso si avvicinava ai suoi cari asini e li accarezzava; poi battendo sulla groppa di quello della gualdrappa rossa, incominciava a poetare così:

Ecco che io vel confermo e vel dico:
E’ questo il parroco di S. Amico.

Fattosi subito dinanzi all’asino mitrato, e salutandolo con profonda riverenza, diceva:

Signori, non occorre alcun commento,
E’monsignor Agazio di Trivento.

Infine, aggiustando il berrettone sulla testa del terzo asino, esclamava:

Evviva il gran Vicario diocesano
Che ci ha dato si bel regalo in mano!

Nel gran largo, detto Fontana Rosa, il nostro Stefaniello raccolse tutto il suo estro poetico, allorchè sollevava la zampa dritta al ciuco mitrato, benedisse con quella tutto il popolo ivi raccolto, ed espresse le sue buffonerie con siffatta arguzia ed aggiustatezza, che strappò gli applausi e i battimani da tutti; anzi non mancarono di quelli, che per dimostrargli la loro approvazione, gettarono a larghe mani dei confetti verso tutta la mascherata, ma più specialmente verso lui, che n’era la parte principale.

Non mancarono invero degli uomini seri ed autorevoli che si dettero moto su e giù per impedire quella, che essi dicevano, una gran buffonata, ma che era pure di grave offesa alle persone ecclesiastiche altolocate, ed ancora di un certo scherno e disprezzo alla religione medesima.

Del rimanente coloro che furono satireggiati a quella maniera ebbero pure le loro soddisfazioni; dappoichè il Magistrato locale di quel tempo fece il suo dovere, e condannò alle prigioni ed alla multa i capi della mascherata».

Tranne qualche sceneggiata umoristica di vario genere, il Carnevale praticato ad Agnone fino agli anni trenta appartiene alla  tipologia dei rituali di rappresentazione drammatica e di condanna, rievocando il testamento e la condanna di Carnevale. Per capire come si sviluppava la drammatizzazione, riportiamo un brano della tesi di laurea di Lucia Amicarelli, sulle tradizioni popolari di Agnone.

«Fino a qualche anno prima dell’ultima guerra, i giovani, durante tutto il periodo compreso tra il 17 gennaio ed il giorno delle Ceneri,[3] specie nelle domeniche, si abbandonavano, con vera passione, ai più svariati divertimenti: balli, canti, giochi con le carte e mascherate.

Ora, con l’angoscioso periodo bellico, la spensieratezza e l’allegria di un tempo, sembrano sparite. Le rumorose schiere di giovanotti in maschera, che cantavano canzoni gioiose, si lanciavano motti arguti, improvvisavano lotte corpo a corpo e inventavano marachelle di ogni genere a danno dei passanti, che si soffermavano a guardare divertiti, non animano più le vie del paese e, anche nel periodo di Carnevale, la vita scorre in una uniforme, piatta monotonia. Solo negli ultimi tre giorni, specie nella domenica e nel martedì grasso, sembra rivivere un poco dell’antico brio.

L’ultimo giorno di Carnevale, la festa ha inizio nel pomeriggio, dopo che la gran quantità di vino ingurgitato con l’abbondante cibo dispone gli animi ad una più sentita allegria. Come ho già detto, però, le maschere ora sono piuttosto rare; i giovani contadini preferiscono riunirsi nelle cantine e bere ancora, o ballare in casa di amici; quelli di famiglie borghesi si occupano dei preparativi per il gran ballo della sera. I soli a mascherarsi sono i bambini. Di tanto in tanto se ne vedono alcuni, in gruppo, conciati in maniera grottesca, col viso tinto di fuliggine ed una giacca del padre; portano un tamburello con cui accompagnano balli e canti ad ogni sosta in casa di conoscenti.

Molto più caratteristica e divertente era la festa fino ad una ventina di anni fa, quando era ancora in uso il carro che portava in trionfo Carnevale un enorme fantoccio pieno di segatura, con un pancione smisurato, circondato da riproduzioni in cartone di prosciutti, salsicce, caciocavalli e polli. Il carro, montato da maschere, in mezzo alle quali troneggiava in posa grottesca il pupazzo coronato da re, era seguito da altre maschere, recanti gli strumenti musicali, e da una schiera urlante di monelli. Tra canti, suoni, risa e schiamazzi, attraversava tutte le vie del paese, e su di esso, dalle finestre e dai balconi gremiti di gente, piovevano coriandoli e stelle filanti. Di tanto in tanto c’era una sosta sotto qualche casa  dove stavano affacciate le giovanette e per esse le maschere intonavano qualche canzone burlesca.

A sera si giungeva alla fonte, una specie di piazza all’estremità del corso chiamata così perché ivi fu istallata la prima fontana pubblica. Qui il corteo si fermava e tutti si disponevano intorno al carro su cui le maschere che lo montavano iniziavano il processo a Carnevale, che infine veniva condannato a morte.

Carnevale al rogo
Carnevale al rogo

Prima dell’esecuzione, Carnevale faceva testamento, e poiché  “a Carnevale ogni scherzo vale”, si facevano dire al fantoccio le cose più impensate e più offensive sul conto di chiunque. Particolarmente bersagliati erano i mariti traditi, le persone poco oneste negli affari, i professionisti scarsamente abili nell’esercizio della professione, le persone notoriamente conosciute per ghiotte e dedite al bere, ecc. Di solito una maschera, posta alle spalle di Carnevale (talvolta anche di fronte), facendo un gesto significativo (le corna, il gesto del rubare, ecc.) domandava: “A chi lasci questo?” Un’altra maschera, al fianco del Carnevale rispondeva con un nome, cosa che faceva volgere tutti gli sguardi sulla persona nominata, se presente e che sempre suscitava commenti e ilarità. Generalmente, chi veniva preso di mira, se non voleva essere tacciato di poco spirito, faceva buon viso a cattivo gioco e, sia pure contro voglia, atteggiava la bocca ad un sorriso agrodolce, salvo poi a vendicarsi della beffa in altra sede e in altra epoca.

Dopo che Carnevale aveva fatto testamento, si provvedeva all’esecuzione. Si accendeva un gran mucchio di paglia nel centro della piazza e vi si buttava sopra, perché ardesse, Carnevale già trafitto da una spada. Intorno le maschere, atteggiando il viso a buffe espressioni di dolore e fingendo di strapparsi i capelli, cantavano il lamento funebre:

Carnevale, pecchè sci muorte,
la nzaleata tenive all’uorte,
ru presutte tenive appoise,
Carneveale pozz’èsse  mboise.

A volte il Carnevale anziché essere incendiato, veniva precipitato da un’alta rupe, sita all’estremità opposta della Fonte e designata col nome di Ripa».[4]

Di solito a mezzanotte del martedì suonava la campana che annunciava la morte del Carnevale e l’inizio della Quaresima. Si consumavano le ultime abbuffate di salsiccia, frittata e  pallotte avanzate; il vino scorreva a fiumi, regnava l’allegria e la spensieratezza.

 «Il testamento e la morte di Carnevale, ci riportano ad antichi e primitivi rituali che prevedevano la messa a morte del re o dell’uomo dio, all’affievolirsi delle sue forze o nel pieno del suo vigore. In seguito uno schiavo o un uomo del popolo  morivano al suo posto (tipo Saturnali), fino ad arrivare solo alla rappresentazione scenica in cui un uomo impersona  il re. L’uomo dio prima di morire fungeva da capro espiatorio, rappresentava il veicolo su cui l’intera comunità poteva trasferire tutti i peccati e quanto di negativo era stato accumulato, proprio come il testamento che denuncia mediante una confessione collettiva, tutte le malefatte avvenute durante l’anno. Il tripudio e la gioia che precedono il Carnevale si spiegano con questi antichi cerimoniali. La morte del re, permetteva di nominare un sostituto giovane e vigoroso, che assicurasse il benessere e la prosperità. La purificazione che ottenevano trasferendogli tutti i peccati li invogliava a gioire e a trasgredire, perché tutto veniva cancellato con la sua morte».[5]

Oggi, non si è consapevoli di questi contenuti arcaici e ci si diverte solo perché la festa assume carattere allegorico e spettacolare.

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Carnevale Agnonese del 1960. Sposi travestiti, Marcovecchio e Trincucci. Prete vero, Don Nicolino Marinelli

Ad Agnone la manifestazione del corteo mascherato, come tradizione vuole, si svolge l’ultimo giorno di Carnevale. I gruppi si radunano nel centro storico, per poi sfilare lungo il corso principale. Vi partecipano mascherate di gruppo (che procedono a piedi), carri allegorici di notevoli dimensioni e carri ispirati al Carnevale tradizionale con rituali di propiziazione agreste (i mesi e le stagioni – provenienti da Bagnoli del Trigno, Duronia e Salcito – il bruciamento del fantoccio, ecc.).

Carnevale Agnonese del 1960 con Argia Amicarelli ed Enzo C. Delli Quadri
Carnevale Agnonese del 1960 con Argia Amicarelli ed Enzo C. Delli Quadri

La manifestazione è organizzata dalla Pro loco, che premia con somme in denaro e trofei di riconoscimento. Trattandosi di una emozionante gara, la giuria, ai fini della valutazione di merito, deve tener conto di alcuni criteri, quali: originalità, tecnica di realizzazione e di allestimento, movimento e animazione, ricchezza di particolari e costumi.

La domenica di Carnevale si tiene un’ allegra mascherata di bambini con i più svariati costumi, tra stelle filanti, coriandoli e bombolette spray; mentre, nelle campagne, viene rievocato il solito giro itinerante, che fino a non molti anni fa si svolgeva il Martedì. Il giro è animato da gruppi di giovani e adulti, contadini e non, chiamati comunemente re mazzarìune  dal loro travestimento, che un tempo era improntato alla semplicità (bastava non farsi riconoscere), mentre oggi propone svariate maschere di tipo moderno. Provvisti di organetti, fisarmoniche e tamburelli, percorrono tutte le borgate agnonesi offrendo allegria e divertimento con balli, canti e sceneggiate. Essi ricevono in cambio salsiccia, salami, e tanto vino, che consumeranno organizzando una grande festa.

Carnevale Agnonese con Flora Delli Quadri e Ciccillo Paolantonio
Carnevale Agnonese con Flora Delli Quadri e Ciccillo Paolantonio

Durante il periodo carnevalesco, in qualche contrada dell’agro, si svolge un gioco denominato cašcavalle. E’ una vera e propria partita fra due squadre composte da un numero variabile di giocatori che, scelto il percorso e fatta la conta, lanciano una ruota di legno (diametro circa 20 cm, spessore di 4 cm), munita di un piolino centrale che fa da impugnatura; chi arriva primo al traguardo stabilito, si aggiudica ru cašcavalle(caciocavallo, specie di cacio fine a forma di pera grande). Si pensa che il gioco anticamente  venisse praticato con un caciocavallo di legno.[6] Vincitori e vinti, dopo la gara, consumano un bel pranzo fra scherzi e divertimenti.

 I pranzi rituali, un tempo, cominciavano la penultima domenica di Carnevale con la tradizionale deméneca de re pariénde, una occasione in cui si invitavano a pranzo i parenti più stretti; la baldoria  e le abbuffate continuavano il giovedì grasso e la domenica, per concludersi  il martedì di Carnevale. Attualmente, in questi ultimi due giorni, si cucinano re cavatiélle che le pallòtte e si degustano le zeppole. Nelle campagne si preparano ancora re ciabbuotte, (striscette di pasta di pane lievitata, fritte nell’olio e cosparse di zucchero), a Villacanale re trecciojne o re trecceniélle (impasto di farina, patate e zucchero, tagliato  a listelli  fritti in olio di oliva).

________________________________
[1]P. Toschi, Il folklore, Ed. Studium, Roma 1969, p. 77.
[2]
A. Marinelli, I miei racconti, Agnone 1890, pp. 226-231.
Cfr G. Delli Quadri, Ricerche ricordi e fantasie di un ottuagenario molisano, Ed. Bastogi, Foggia 1985, pp. 19-30.
[3]
[ n.d.c.] Fino agli anni cinquanta nella maggior parte delle chiese parrocchiali ed in quelle sedi di Confraternite, si commemoravano i Carnevaletti, canti di salmi e funzioni in suffragio dei defunti. Secondo l’usanza, si teneva un pellegrinaggio dalle chiese al camposanto, dove si celebravano solenni servizi funebri in tutte le cappelle delle Congreghe.
[4]
L. Amicarelli, Tradizioni popolari di Agnone, Tesi di laurea, Università di Roma, anno acc. 1952-53, pp. 91-95.
[5]
J. G. Frazer, Il Ramo d’oro, Boringhieri, Torino, pp. 671-674.
[6]
L’Eco del Sannio, 25 febbraio1896: «Si è assistito alle solite partite  a caciocavallo, mentre fra imazzaroni mancava l’ortolano Celò».

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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