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I capracottesi ad Agnone

Scritto curato da Francesco Paolo Tanzj[1]

Se si fa la guerra ad Agnone, parto volontario!

Così ebbe a dire – si racconta – Francesco Di Nardo, detto Ciccio, per far intendere a tutti la sua proverbiale avversità verso il paese confinante.

Anche l’insegnante Antonietta Beniamino – da noi intervistata – aveva una zia sposata in Agnone con Rocco Paglione che abitava vicino alla chiesa dell’Annunziata. La madre della maestra – una volta sfollata – apri un’attività ad Agnone, un forno, che però non ebbe successo, poiché a suo dire “nessuno vi si recava a fare acquisti”. Ancora meno fortunata fu la sua vicina di casa Carmela Iannico, la quale ad Agnone non aveva nessun appoggio ed era continuamente sollecitata dal bando ad abbandonare il paese. 

Loro non avevano avuto danni. Con lo sfollamento ad Agnone veniva letto per le strade il bando che cacciava tutti gli sfollati capracottesi“. 

Diverse sono le testimonianze raccolte da noi studenti nel corso di questa ricerca. A detta di alcuni, gli agnonesi si dimostrarono molto cordiali ed accoglienti mettendo a disposizione le loro risorse, che indubbiamente non bastavano a soddisfare i bisogni vitali di un’intera famiglia, in quanto in tempi di guerra vigeva una forte crisi; a detta di altri, invece, gli agnonesi non si interessarono particolarmente a questa vicenda, che non li coinvolse in prima persona, o comunque non li coinvolse con la stessa intensità che gravò sulla limitrofa Capracotta. 

Vediamo allora cosa succedeva ad Agnone in quello stesso periodo, riportando alcuni passi del libro di Giuseppe Delli Quadri “Ricerche, ricordi e fantasie di un ottuagenario molisano”: “Ai primi di novembre dunque cominciò l’evacuazione di Agnone e zone adiacenti. L’ultimo corpo di truppe… La popolazione era aumentata di numero e le difficoltà di approvvigionamento si facevano sentire”.

“Ad Agnone i capracottesi trovarono subito alloggio presso i parenti o persone caritatevoli – ci dice Antonio Di Nucci – anche se spesso vi era stata in passato una certa rivalità tra i due paesi: soprattutto tra i contadini per i problemi dovuti al baratto e all’uso di certe terre e colture. Dopo circa un anno venne indetto il bando, che per sentito dire era probabilmente verbale”.

Indagare sulla realtà dei fatti ed interrogarsi su tali vicende, volerne sapere sempre di più, è la prerogativa di chiunque voglia conoscere la storia, soprattutto la storia che può essere toccata con mano, che riguarda i nostri nonni e bisnonni, al fine di formare una propria personalità. Altrettanto importante è il voler superare pregiudizi e campanilismi che, in seguito a questo, e ad eventi addirittura precedenti, sono andati rafforzandosi nel tempo. Superare gli antagonismi, guardare al passato con consapevolezza e conoscenza: è questo lo scopo che ci prefiggiamo scavando a ritroso nel tempo per unificare punti di vista ed esperienze che si sono susseguite nell’Alto Molise.

A onor di cronaca, citiamo qui un brano del libro di Antonio Di Nardo “Sfogliando le memorie”, che dipinge in modo assai negativo – fortunatamente uno dei pochi – la permanenza ad Agnone dei capracottesi:

Papà era andato in Agnone ad accompagnare i nonni con una camionetta degli inglesi… Tuttavia la permanenza in Agnone fu difficile per tutti gli sfollati. Molti soffrirono la fame e il freddo. La popolazione agnonese, di atavica avarizia (!), fu distaccata, insensibile, inospitale. Il sindaco, genuina e coerente espressione del popolo che rappresentava, seppe assumere nei nostri confronti un solo impegno, quello di cacciarci da Agnone”.

Di tutt’altro segno è il racconto che ci fa Antonino Patriarca, basato sui ricordi del padre Pasquale (classe 1926):  “Quando c’erano gli sfollati di Capracotta e di Sant’Angelo del Pesco loro venivano al forno e siccome  avevamo il forno a legna c’era sempre un sacco di brace che di solito, quando non c’era più niente da cuocere, veniva buttata; ma i miei genitori  invece di buttarla la davano a questi sfollati che si dirigevano al forno con dei contenitori di latta; in tal modo quando ritornavano nelle abitazioni potevano riscaldarsi.  

Visto che i miei genitori avevano questo forno a legna, la gente si faceva le pagnotte a casa e poi le portavano da loro per farle cuocere; mia madre mi raccontava che lei levava un pezzo di pane da ogni pagnotta e quello che racimolava lo dava agli sfollati che la sera andavano da lei per prenderlo.

Questi sfollati vennero sistemati in molte case che erano o di coloro che non vivevano ad Agnone ma avevano una casa, come i contadini, o di alcune famiglie che avevano posto e potevano ospitarli. L’accoglienza che gli Agnonesi diedero a queste povere persone  fu grande e, come  mio padre  e mia  madre  li aiutavano  con questi piccoli gesti, un po’ tutti i cittadini a modo loro davano una mano come potevano”.

Come già detto, le testimonianze sono molto diverse tra loro. 

“Un volta stabiliti in paese  – continua infatti a raccontarci commossa la signora Bianca Santilli – ci fu concessa una casa temporanea alla Ripa. Un giorno tornò nostro padre a casa, partito in cerca di viveri e chiese perdono a noi e al Signore per aver preso a calci un soldato trovato morto per la strada. Riuscimmo a procurarci un vecchio paio di scarpe con le quali uscivamo a turno, prima di tutti mio padre che si recò nelle masserie. Talvolta riusciva a tornare con delle uova o con il prosciutto, poco, molto poco, che doveva bastare per sfamare tante bocche. Ricordo che nelle  masserie erano molto tirchi. Una mattina uscì mio fratello Ermanno, giovane laureato in medicina, pupillo di Antonio Caldarelli. Venne fermato da due polacchi che facevano da guardia ad un palazzo dentro il quale c’era una donna morente. Mio fratello si fece avanti e, dopo alcuni impedimenti, riuscì a salvare la donna con la tecnica del salasso.

 Intanto, in qualche giornata fortunata, mio padre riusciva a procurarsi anche dei fagioli, ma un giorno arrivò un soldato polacco, Zebroschi, il quale si innamorò di mia sorella Matilde, che era bellissima. Fu lui che ci salvò. Ci portava del cibo. Matilde non ricambiava il suo amore, ma lui dedicò alla madre una poesia in polacco.” 

Passavamo lunghe giornate nel nostro piccolo appartamento  durante le quali giocavo con mio nipote divisi in due schieramenti: tedeschi contro americani, a farci la guerra! Successivamente riuscimmo a costruire perfino un teatrino, i passanti divertiti ci lasciavano qualche moneta. Intanto mio fratello medico iniziava ad entrare nei cuori degli agnonesi che lo nominarono per la sua grande umanità ‘il medico dell’anima’.

 Un giorno, giocando con mio nipote Ruggero  – oggi fisico e matematico di livello internazionale, teorico dei numeri adronici – trovammo un rotolo di cuoio su un vecchio scaffale e riuscimmo finalmente a farci delle scarpe. Fu un giorno ancora migliore quando, tirando dei vecchi fili che fuoriuscivano dal pavimento, trovammo orecchini e diverse stoffe. Ma la cosa più incredibile avvenne quando un giorno, mentre stavamo nel terrazzo, vedemmo cadere su di noi un grande paracadute lanciato dagli americani con un pacco pieno di vettovaglie con le quali ci sfamammo per molti giorni! 

L’altro mio fratello, perito elettrotecnico, riuscì a procurarsi delle noci dalle quali ricavammo l’olio per volere di Ermanno con il quale creare i colori della tavolozza con le polveri delle pareti.  In seguito ci fu dato un appartamento dalla famiglia dei fonditori Marinelli, alla quale sono da sempre molto grata. Sentimmo il rumore dei cingoli di un carro armato americano, uscimmo fuori, c’era una ragazza di Agnone che suonava motivi melanconici con la fisarmonica… Fu un’esperienza indimenticabile.

Era finalmente arrivata la salvezza!”.

Tra i tanti intervistati, Elio Ciccorelli, classe 1931,  racconta che i suoi nonni avevano in affitto un mulino ad acqua alle fonderie Cerimele, e dopo il bombardamento trovarono rifugio lì. Il suo papà, che era capo mastro carpentiere, nel 1945 rimase a Capracotta per la ricostruzione, e fu vittima di un incidente sul lavoro, così tutta la famiglia si trasferì d Agnone, affittando una casa di fronte all’attuale Bar  Legionario. Successivamente la famiglia acquistò una casa in Largo Mercato. A detta dunque del signor Ciccorelli “la maggior parte dei capracottesi, quasi tutti artigiani, si trasferirono nei paesi vicini da famiglie che si offrirono di ospitarli, ed essi furono i benvenuti. La gran parte si riversó ad Agnone, Poggio Sannita e Belmonte”. 

Nell’intervista che noi studenti abbiamo rivolto a Domenico di Nucci viene dichiarato che nei giorni seguenti la distruzione la gente che si era ritrovata senza neanche un posto in cui poter dormire, in preda alla disperazione, si divise: c’era chi decise di trovare un posto rassicurante nei luoghi santi come le chiese o il cimitero e chi invece preferì rifugiarsi all’interno delle masserie, addirittura improvvisando rifugi, costruendo casette nel bosco che spesso non resistevano alle intemperie dell’inverno. Con l’arrivo degli alleati inglesi, i civili cominciarono a pensare che forse il peggio stava passando, ma i militari, poiché si trovavano ancora in zona di guerra, decisero di sfollare il paese. All’inizio loro furono catturati così come la madre e la zia dello stesso professore che vennero trasferiti a Brindisi con deportazioni coatte che seguivano ben tre tappe: la prima era quella di Carovilli, poi Campobasso, dove un treno li portava fino alla destinazione di Brindisi. 

Mio padre, mia madre (ero con lei, avevo solo un anno d’età) e mia zia  – ci dice il professore di origini capracottesi – furono catturati dagli inglesi e costretti a sfollare con camion. A Carovilli, prima sosta , mio padre fuggì perché aveva già avviato il lavoro invernale da carbonaio in un bosco  pugliese denominato ‘Il Polacco’. Tutti gli sfollati erano destinati ai campi profughi di Brindisi, però a Lucera, in una sosta del treno, mia madre e mia zia ebbero modo di fuggire e furono ospitate da amici capracottesi. Poi raggiunsero mio padre al Polacco.

Per quanto riguarda il famoso bando, ho approfondito il discorso e in effetti in Agnone vennero degli sfollati da Capracotta tra cui anche Sebastiano Di Rienzo, (il famoso sarto) con la madre e la nonna. Furono ospitati da una comare di nome Giulia Di Lorenzo, moglie di Feliciantonio Iaciancio, che, pur residente a San Quirico, aveva una casa nell’attuale Viale XI Febbraio. Qui furono accolti ed ospitati. Dopo pochi giorni, e siamo nella seconda metà di Novembre 1943, gli inglesi fecero annunciare tramite un bando che a Capracotta e nei paesi distrutti per rappresaglia dai tedeschi in ritirata, era in atto uno sfollamento coatto.   
I capracottesi furono invitati a presentarsi in Piazza (forse Piazza Plebiscito); da lì, chi accolse l‘invito, fu trasferito con i camion a Staffoli dove si unirono a tutti gli altri sfollati diretti ai campi profughi di Brindisi.
Sono sicuro di quanto sopra scritto perché sto riordinando gli appunti del suddetto Sebastiano Di Rienzo che aveva all’epoca 4 anni e ricorda perfettamente l’episodio della venuta in Agnone e  del trasferimento a Staffoli con un camion.

Se poi ci sia stato o meno un secondo bando a primavera del 1944 questo non lo so dire perché non ho prove”.

A conclusione dell’intervista gli abbiamo chiesto di esprimere pareri sulla rivalità che intercorre ancora fra i paesi dell’Alto Molise, Agnone e Capracotta, e non solo.

 Di Nucci ha esordito con un’affermazione importante: “Se vai in un paese e non ci trovi un capracottese, evidentemente non è un paese ospitale.” 

A questo proposito, possiamo constatare come attualmente ad Agnone risiedono stabilmente più di sessanta famiglie che hanno legami con Capracotta; perciò si presume che sia un paese ospitale, fin da quando si trasferì ad Agnone il primo capracottese, Venanzio Bonavolta, nel 1754”. 

Il professore inoltre, ci ha fatto notare come Agnone abbia sempre suscitato invidia per la sua cultura e la sua industriosità, e di come, per una rivalsa del povero nei confronti del ricco, fino ai nostri futili campanilismi, che specialmente in tempi di crisi come questi potrebbero essere superati mediante una coalizzazione tra culture.

 “E’ importante conoscere le proprie origini  – afferma ancora Di Nucci –  ma ancor più importante è accettare quelle altrui, e convivere con le differenze che ci caratterizzano e ci rendono diversi dagli altri. Sicuramente in una situazione precaria e di difficile vivibilità anche per gli stessi agnonesi, ospitare un gruppo di persone sarebbe stato difficile, in quanto il cibo scarseggiava anche per gli stessi abitanti del paese; ma, sforzandosi come si poteva, alcuni capracottesi, come ben sappiamo, sono rimasti e tutt’oggi si trovano in Agnone, si sono stabiliti qui, svolgono una professione, hanno messo su famiglia, convivono pacificamente”. 

Si sente spesso parlare di Europa Unita, ma se non superiamo i nostri conflitti interni, limitati alla nostra realtà, al nostro vivere quotidiano, come si può pretendere di parlare di unione, quando le prime rivalità che ci riguardano le tocchiamo ogni giorno? Come superare questi campanilismi? Noi crediamo che la soluzione esista, e sia una sola: la conoscenza. 

Scavare a ritroso nella memoria, salire sul treno del passato per viaggiare verso un futuro migliore. Come testimoniato da Rosa Angelaccio D’Aloise, “Quando i capracottesi arrivarono ad Agnone, arrivando naturalmente a piedi, i ‘grandi’ mandavano avanti bambini, perché loro avevano paura. Noi entrammo dalla porta vicino a Sant’Antonillo, la prima sera dormii a casa di una zia e poi i miei genitori fittarono casa. Ci fermammo da metà novembre fino alla metà di marzo; poi tornammo a Capracotta sempre a piedi, passando però per Staffoli. Soffrivamo molto il freddo, nella stessa casa c’erano più famiglie, ogni famiglia dormiva tutta insieme in un’unica stanza”. 

Il sindaco in carica in quel periodo era Ruggero Vecchiarelli, “… il quale voleva cacciare dal paese le persone giunte dagli altri paesi, così diede l’ordine ad un banditore, che doveva annunciare a queste persone che dovevano andare via”. 

Il banditore, Giovanni Carosella,  ogni mattina passava dicendo: “Si avvertono tutti i cittadini di Capracotta, Pescopennataro, Carovilli, etc. di presentarsi a Piazza Plebiscito per partire“. I bambini si divertivano a rifarlo.

Rendendoci conto dell’importanza di questo “famigerato” bando, abbiamo fatto molte ricerche a riguardo, senza tuttavia trovare il testo originale (probabilmente mai scritto, perché i bandi a quel tempo erano fatti solo a voce) né tantomeno il periodo esatto. Pare comunque che furono innanzitutto gli inglesi – come già accaduto nella stessa Capracotta – a obbligare in tutti i modi tutti gli sfollati, che nel frattempo non avessero trovato adeguata sistemazione ad Agnone, a dirigersi verso le Puglie per evitare ulteriori problemi, sia di ordine pubblico e che sanitari. E anche il sindaco di Agnone, in un certo senso, doveva ubbidire a loro.

 La gran parte dei capracottesi tuttavia restò in città; chi se ne andava veniva portato in Puglia vicino San Severo. 

Gli agnonesi non li trattarono né bene né  male – continua la signora Angelaccio –  c’era la guerra, e ognuno pensava alla sua famiglia prima di tutto”.

Ci dice ancora Franco Di Nucci, agnonese di antiche origini capracottesi, che “quando i capracottesi tornarono nel loro paese, furono molto riconoscenti con gli agnonesi e a seguito di questo storico episodio, gli abitanti di entrambi i nuclei si accorsero che non potevano vivere separati gli uni dagli altri, in quanto Agnone aveva bisogno di materie prime e di prodotti caseari e Capracotta necessitava di manufatti artigianali prodotti solo ad Agnone. Ciò chiaramente ha permesso che nascesse una rivalità di tipo economico tra i due paesi, specialmente di Capracotta nei confronti di Agnone, la quale, essendo più ricca e florida, si era guadagnata l’appellativo di “Atene del Sannio”fin dai tempi dei Sanniti”.

Come vediamo, le testimonianze sono diverse tra loro, ed ognuno di questi racconti merita di essere ascoltato e impresso per sempre nella memoria e nei cuori di ognuno di noi per aver chiara l’intera vicenda, per mettere ogni tassello del puzzle al posto giusto, per spingere ognuno di noi a marciare verso un futuro di rispetto reciproco, per spronare i singoli individui ad essere persone migliori. Vale davvero la pena continuare a portare avanti un discorso che non fa altro che ancorare al passato le nostre vedute e non ci permette di guardare oltre le rivalità? 

Noi crediamo di no, e speriamo di averlo dimostrato.

_____________________
[1] Questo è quanto il Prof. Francesco Paolo Tanzj, docente di Storia e Filosofia, ha curato, con l’aiuto dei ragazzi delle classi IVB e VB, nell’anno scolastico 2014/15. È uno dei capitoli del libro La Storia che ci unisce pubblicato dal Liceo Scientifico “Giovanni Paolo I” di Agnone.

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. PASQUALE DI RIENZO

    Buongiorno, dove si può acquistare il libro del Prof. Tanzj?
    Grazie
    Pasquale Di Rienzo (3316001940)

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