Halloween: la vera origine non è americana

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di Rita Cerimele [1] ott 2015

Halloween ci appartiene per diritto di nascita

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Jack, ubriacone e taccagno, faceva scherzi anche al diavolo

Jack era un vecchio fabbro irlandese, ubriacone, taccagno, si divertiva a giocare pesanti scherzi alla madre, agli amici e persino al diavolo. Una sera al pub era ubriaco e incontrò il diavolo, venuto a reclamare la sua anima e Jack lo imbrogliò dicendo che l’avrebbe consegnata dopo l’ultima bevuta. Fu così che il diavolo si trasformò in moneta per pagare l’oste, e invece, finì nel portafoglio di Jack dov’era riposta anche una croce d’argento, per cui non poté più riprendere la sua forma originale. Jack lo liberò a patto che non gli reclamasse l’anima per i prossimi dieci anni.
Scaduto tale termine, lo incontrò  mentre  camminava su una strada di campagna. Ovvio che Jack cercò velocemente di ottenere un’altra possibilità di mantenersi l’anima, e disse al diavolo che lo avrebbe certamente seguito solo se prima questi gli avesse colto una mela dall’albero lì vicino. L’uomo con astuzia, tracciò una croce sull’albero, impedendo al diavolo di scendere e riuscendo in questo modo ad estorcere, ancora una volta, la promessa di non tornare mai più a reclamarla.
Quando alla fine morì, non fu ammesso in cielo per colpa della sua vita da ubriacone e truffatore, e perciò si recò all’inferno, dove neppure il diavolo poté accoglierlo, a causa della promessa fatta, e lo rimandò indietro. La strada del ritorno era buia e ventosa e l’uomo lo implorò di dargli almeno una luce per trovare la giusta via; il diavolo gli gettò un carbone ardente e Jack, per non farlo spegnere dal vento, lo mise all’interno della rapa che stava mangiando. Da allora fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lanterna, fino al giorno del Giudizio.
Quando gli Irlandesi in seguito alla carestia del 1845 abbandonarono il loro Paese per raggiungere l’America, si portarono dietro questa leggenda e, siccome lì le rape non erano molto diffuse, dovettero sostituirle con le zucche più facilmente reperibili.

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Come tutte le feste pagane, anche Halloween-Samhain, è strettamente collegata al raccolto. In Ottobre la natura si concede il suo momento di riposo. Il contadino avendo messo al sicuro tutte le provviste per l’Inverno, dedicava i suoi pensieri agli Dei affinché  l’anno successivo potessero rendere il raccolto abbondante e rigoglioso.
Erroneamente si crede che Halloween sia una festa americana, in realtà si festeggiava già in età precristiana nel nord Europa, nelle Terre dominio dei Celti, ed era il loro Capodanno. Le popolazioni di questi luoghi lo chiamavano Samhain che vuol dire passaggio. Il significato di passaggio va ricercato oltre allo spostamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti favorito dall’assottigliarsi del velo di separazione, anche come semplice passaggio stagionale. A quei tempi gli antichi credevano alla forma circolare del tempo e celebravano solo i due cicli stagionali: l’Estate, rappresentata dal colore arancione, e l’Inverno, dal colore nero.

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Il giorno dei morti segna la fine di un ciclo (l’Estate) e l’inizio di un altro (l’Inverno), ma non appartiene né all’uno né all’altro

Il culto dei morti

Il culto dei morti, l’elemento principale di tutte le culture, ha la sua radice nell’innata religiosità dell’essere umano e nacque con l’uomo stesso. La storia e l’archeologia dimostrano che i riti funebri erano celebrati, presso tutti i popoli, da sacerdoti, stregoni e capi tribù secondo modalità, usi e costumi diversi. Nel mondo egizio, greco-romano, azteco e anche ebraico, il culto dei morti era sinonimo di cultura e rispetto del trapasso; lo dimostrano l’uso dei vari tipi di sepoltura: inumazione, mummificazione, cremazione e i vari tipi di sarcofagi, le tombe a camera e quant’altro. Era ritenuta infatti cosa mostruosa lasciare un cadavere insepolto.

Nel credo cristiano e nella coscienza popolare ha continuato a vivere un forte sentimento, radicato nei culti arcaici dei morti considerati divinità sotterranee, che assimila i santi ai morti. Per questo la Chiesa celebra la festa di Ognissanti e quella della Commemorazione dei defunti in due giorni consecutivi, il primo e il due Novembre. La prima è dedicata ai santi e festeggia il loro dies natalis inteso come il giorno della nascita in cielo, la seconda è riservata ai morti. Agli uni e agli altri andava il ringraziamento per un buon raccolto. Nell’esistenza di un tempo, ritmata dal fluire delle stagioni e da tradizioni per lo più religiose, il culto dei defunti aveva una funzione biologica importante in quanto comportava gesti simbolici collettivi che aiutavano l’uomo a confrontarsi con la realtà integrale della vita e l’idea della morte diveniva naturale e pacificante, non angosciante come per l’uomo dei nostri giorni, che rifugge in maniera ossessiva dal pensiero di essa.

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Sui davanzali si accendevano lumini per i morti.

Usanze e rituali commemorativi, da noi

La pietas verso i defunti è sempre stata molto sentita e presente nel popolo abruzzese sia negli aspetti folkloristici che in quelli tradizionali. Molte sono le usanze e i rituali legati alle anime dei morti e ai loro rapporti con il mondo dei vivi, riflessi di antiche credenze. In Abruzzo, conformemente a quanto avviene nel mondo anglosassone in occasione della festa di Halloween, era ed è ancora tradizione scavare e intagliare le zucche per porvi all’interno una candela da utilizzarle come lumino in memoria dei defunti.

Sulle tombe, negli ossari, sugli altari delle chiese e sui davanzali delle finestre si accendevano lumini per i morti. La visita degli ossari, dove si raccoglievano le ossa dei defunti riesumati, era d’obbligo. Secondo la credenza popolare, mentre la carne finiva in cenere, le ossa resistevano e venivano conservate con cura, in quanto costituivano il seme della resurrezione dei corpi e, nel giorno del giudizio finale, gli scheletri sarebbero tornati a ricomporsi e a rivestirsi di carne.

La tradizione dei ceri accesi nelle chiese e nelle abitazioni, comune un tempo in tutta Europa, è ancora viva nella Valle Peligna. Fino a pochi decenni or sono, quando le case erano ancora tutte abitate, i paesi assumevano l’aspetto di una diffusa luminaria in quanto si riteneva che, alla mezzanotte della ricorrenza di tutti i santi, i morti abbandonassero le loro dimore nel cimitero e si recassero in processione per le vie del paese. Dalle luci del camposanto alle lingue di fuoco delle candele oscillanti alle finestre, si snodava, silenzioso e invisibile, il corteo delle anime dei defunti. I lumini posti sulle tombe servivano ai morti per farsi luce sulla strada del ritorno, mentre quelli accesi alle finestre indicavano il luogo dell’antica dimora.

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Teri teri tera, e mo’ passa la scurnacchiera

A Introdacqua, l’immaginazione popolare definiva anche l’ordine di successione della sfilata delle anime: davanti venivano, ma senza muovere i passi, quelle dei nati morti; seguivano quelle delle creature decedute poco dopo il battesimo; poi quelle dei giovani e delle ragazze precocemente scomparsi; infine le ombre degli anziani e dei vecchi. Tutti, con una candela in mano. Questa processione, che si ripete ancora oggi, era chiamata “Scurnacchiera” e per l’occasione era ripetuta la filastrocca: teri teri tera, e mo’ passa la scurnacchieraIl termine deriva da curnacchia (cornacchia). Si assimilavano le anime sante alle cornacchie in quanto, nel sentimento popolare i corvidi sono generalmente simboli ambigui, negativi e positivi, tenebrosi e solari, ora messaggeri del divino e ora manifestazioni demoniache.

Nelle campagne d’Abruzzo ancora vige l’usanza di spalancare una finestra della stanza in cui si trova il moribondo, perché esalando l’ultimo respiro, la sua anima possa uscire più facilmente, o mettere in bocca o in tasca al defunto una moneta per pagare il pedaggio per l’aldilà, o corredare la salma di tutti gli oggetti che in vita gli erano cari.
La sera della vigilia del giorno dei morti, il due Novembre, si appendevano le calze al caminetto dopo averle riempite di dolci per i bambini a cui si diceva che il contenuto era stato donato dai familiari defunti, passati durante la notte. In molti paesi, nella stessa sera, la sera del ritorno, vige ancora l’usanza nelle case, di lasciare  il tavolo apparecchiato,  il piatto pieno, la bottiglia del vino o dell’acqua, il bicchiere e un lume al centro perché, dopo la processione, i morti sarebbero arrivati per mangiare.

A Pratola Peligna, sul tavolo apparecchiato, si posava una conca piena d’acqua col ramaiolo e la porta di casa la si lasciava socchiusa per accogliere i defunti. Il giorno della ricorrenza, per devozione, si mangiavano ceci, fave e grano lessati, e si preparavano dolcetti a forma di fave, essendo, queste, ritenute dagli antichi il cibo rituale dei defunti perché, si pensava, contenessero le anime dei trapassati. Altra usanza molto diffusa era il pranzo funebre chiamato consolo, che si svolgeva in una grande varietà di forme; veniva preparato da amici e parenti delle persone colpite dal lutto, come scopo consolatorio per significare il desiderio di reintegrazione nella comunità, compromessa dall’evento di costernazione.
Un tempo vigeva anche l’uso del pianto funebre rituale, il lamento delle donne in presenza del defunto, e aveva diversi nomi: arpetà, repòte, plasmi, a seconda delle zone; cadde in disuso perché era stato considerato dalla chiesa una manifestazione di paganesimo e superstizione. I canti funebri di cui restano tracce sono: Il lamento della vedova di Vasto e Il lamento della vedova di Scanno. I testi sono molto simili, e questo dimostra che le nostre popolazioni migravano all’interno della regione, quelle di montagna scendevano alla marina con greggi e armenti, sostandovi anche a lungo, per cui gli scambi avvenivano a tutti i livelli, materiali e culturali.
La sera di Ognissanti, sempre nelle zone intorno a Pratola Peligna e a Pettorano sul Gizio, i ragazzi, in piccole comitive, mascherati da spiriti, con la faccia impiastricciata da cenere o farina si recavano per le case del paese per ricevere il bene dagli adulti.

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Di notte aveva luogo un’altra messa speciale, di sole ombre, officiata dai preti defunti per tutti i morti del paese.

Tradizione popolare molto diffusa, che si incontra con l’etica cristiana della carità, era anche l’elemosina; i contadini facevano regali in natura alla parrocchia, perché il prete li distribuisse ai bisognosi, ma si preferiva fare il bene direttamente ai poveri. Altra tradizione della vigilia e del giorno dei morti era la celebrazione di messe a suffragio dei defunti. A Raiano la funzione durava quasi tutta la notte; a Roccapia, sempre di notte, si cantava l’ufficio dei morti e il sacerdote celebrava la prima messa per i confratelli della Congrega del Rosario. In molti paesi abruzzesi era diffusa la credenza che di notte avesse luogo un’altra messa speciale, di sole ombre, officiata dai preti defunti per tutti i morti del paese. A Pacentro, nella settimana dei morti, si celebravano messe in tutte le chiese fino alla festa di San Carlo, che cade la prima domenica dopo Ognissanti, mentre la sera della vigilia della Commemorazione dei defunti si allestiva un banchetto per i morti, per dare loro ristoro in occasione della loro visita notturna. La mattina i cibi venivano distribuiti ai poveri.

A Carovilli, secondo tradizione, ogni famiglia organizzava una cena particolare, chiamata r cummit, da condividere con amici e parenti; il piatto principale erano le sagne e jierv, tagliatelle bianche condite con la verza. Finita la cena, che doveva essere consumata in compagnia, alcune porzioni venivano lasciate fuori da porte e finestre per i defunti che sarebbero venuti in visita.

L’usanza di intagliare la zucca è d’uso anche in Molise: si intaglia la zucca a forma di volto umano e all’interno si mette una candela, creando così, la mort cazzuta. Il termine “cazzuta” deriva dalla parola di lingua punico-fenica caz, che significa tagliare.

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Per celebrare degnamente il cerchio completo dell’esistenza dobbiamo riconoscere la realtà della morte

Samhain

Secondo l’antica concezione pagana si festeggiava la vita nella morte con una celebrazione che non aveva nulla di triste, quasi a ricordare che ogni fine è un nuovo inizio e ogni morte in questo mondo è una nascita nell’altro mondo. Così da un lato si propiziavano i morti, dall’altro si dava luogo a disinibite feste che riaffermavano il valore della vita di fronte all’incombente oscurità. Samhain può sembrare un inizio strano per il nuovo anno, ma l’esistenza per gli antichi era una ruota, in cui la morte, intesa come fenomeno naturale, precedeva necessariamente qualsiasi nuova nascita.

Nella tradizione celtica, al pari di altre culture, il giorno che segna la fine di un ciclo e l’inizio di un altro non appartiene a nessuno dei due, ma è un tempo oltre il tempo, una scintilla di eternità. Tutti i confini, siano essi spaziali o temporali hanno, in moltissime tradizioni antiche, una valenza magico-sacrale: un luogo come la spiaggia non appartiene né all’acqua né alla terra, così, l’alba e il crepuscolo, non appartengono né al giorno né alla notte.

Mezzanotte è un’ora magica perché è al confine fra due giorni.

E’ infatti tempo di riflessione, tempo di considerare l’anno passato e di confrontarci con quel fenomeno della vita su cui non abbiamo nessun controllo: la morte. Per celebrare degnamente il cerchio completo dell’esistenza dobbiamo riconoscere la realtà della morte e del declino fisico come eventi naturali, non come qualcosa da ignorare o da nascondere. A queste energie ora dobbiamo tributare omaggio ma dobbiamo al tempo stesso ricordare la nuova vita che sopraggiungerà.

 


Fonti: Ricostruzione storiografica abruzzese di Elisabetta Mancinelli, alla quale va il mio ringraziamento per avermi fornito la possibilità di utilizzare il suo elaborato.
I documenti sono tratti da: l’Archivio di Stato, Archivio della Cultura Popolare a cura di Marcello Bonitatibus, da L’Acqua nuova di Maria Concetta Nicolai e Folklore abruzzese di Lia Giancristofaro.
Ringrazio vivamente le gestrici dei link sotto riportati, dalle quali ho sempre tantissimo da imparare:
http://www.stregadellemele.it/main4.asp?pag=samhain
https://www.facebook.com/Cuore-di-Strega-303970699629578/?ref=ts
https://www.facebook.com/july.silva.127201
La leggenda di Jack è stata reperita su Wikipedia. Le foto dal web.

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[1] Rita Cerimelemolisana di Agnone (IS), ama scrivere racconti memory, fantasy e favole. Compone poesie in tutte le sue forme, da quelle tradizionali – Endecasillabi e Sonetti, anche in lingua antica- a quelle più innovative: Haiku, Sedoka, Haiga e Keiryu.

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

4 Commenti

  1. Ricordo benissimo che in gruppo andavamo a recitare qualche poesiola nelle case e per ricompensa ci davano mandarini noci e raramente qualche caramella; però si sedevano tutti inpettiti e ci ascoltavano con la massima attenzione. Poi cercavo di resistere fino alla mezzanotte per vedere la processione dei morti ma la stanchezza non mi ha mai permesso di tirare così tardi. Era un mondo magico e tutti eravamo protagonisti princiali. Grazie Rita

  2. L’articolo mette insieme verita’ (le nostre tradizioni) con discorsi falsi (che cosa significa halloween) creando una pericolosa confusione. Semplicemente h. non e’ una festa che ci appartiene. La sostengono motivazioni economiche (in America vale un bel po di milioni di dollari), e quello che l’articolo non dice, che e’ la festa piu’ importante dei satanisti (guai a chi ci passa, ..tanto e’ solo uno scherzo)

    • Andrea, è vero, purtroppo oggi regna tantissima confusione in merito alle tradizioni che non ci appartengono, ma credo che in fondo, come riportato sull’articolo, questa usanza fosse già nostra, solo che veniva chiamata diversamente, o non veniva chiamata affatto, si faceva e basta.
      Saluti.

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