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No, non è Halloween / 2

di Rita Cerimele [1]

(Questo articolo fu pubblicato l’anno scorso. Lo riproponiamo per i tanti nuovi associati di almosava.it)

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Il Giorno dei Morti non è Halloween  (sempre più affermato in Italia).

Secondo le credenze della tradizione popolare, nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornano dall’aldilà. Il viaggio che li separa dal mondo dei vivi è lungo e faticoso…  Nasce così, per ristorare i propri cari e per renderli benevoli verso i giorni che verranno, la tradizione culinaria della Festa dei Morti.  Ma non solo: rappresentano anche il modo, per i vivi, per continuare a mantenere forti legami con i propri defunti. E per sentirli più vicini.

Miti e leggende, fate e folletti, streghe e riti, hanno accompagnato la nostra storia e la nostra infanzia. Le suggestioni che ci procuravano, le ricordiamo molto bene, l’immaginazione andava di pari passo con la paura e nessuno si sognava di contravvenire alle usanze comandate. L’atmosfera era impregnata di racconti, superstizioni, e spesso si faceva fatica a distinguere la realtà dalla finzione; la fede dal paganesimo. Secondo me una cosa non esclude l’altra in quanto si sono complementate nel corso della storia, una prende origine dall’altra, in un anello di perfezione tale la cui rottura è impossibile. Esistono miliardi di scritti in merito, ma dove sia racchiusa la verità assoluta è arduo sapere. Credo che questo risieda nel cuore di ogni uomo, che non dovrebbe dimenticare il passato per affrontare meglio il futuro. (R. Cerimele)

DI NOTTE, PER ASSISTERE ALLA MESSA

Una leggenda particolarmente diffusa è quella che narra che, durante le ore notturne, i morti si radunano in chiesa per sentire la loro messa, la cosiddetta “messa dei morti”. E se qualcuno entra in chiesa mentre si celebra questa funzione, corre il pericolo del contagio di morte. In Abruzzo, si ricorda questo dettagliato racconto, segnalato soprattutto nelle zone rurali attorno a Pescara: una fornaia, alzatasi di buon’ora, andava ad accendere il forno. Nel passare davanti ad una chiesa, che vide illuminata, pensò che si stesse celebrando la messa e vi entrò. La chiesa era illuminata e piena di gente. Inginocchiatasi, una sua comare, già morta, le si avvicinò dicendo: “Comare, qui non stai bene, va’ via. Siamo tutti morti e questa è la messa che si dice per noi. Spenti i lumi, moriresti dalla paura a trovarti in mezzo a tanti morti”. La comare ringraziò e andò via subito, ma per lo spavento perse la voce.

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DI NUOVO IN CASA, PER SFAMARSI

In alcune zone del Molise, dopo che il cadavere è stato portato al cimitero, i parenti abbandonano la casa per un giorno ed una notte per permettere al morto di tornare a rifocillarsi.

LE STRENNE DEI MORTI

La commemorazione dei defunti ha anche un proprio cibo, un dolce fatto di marzapane, detto di solito “ossa dei morti” per la sua forma. Tipicamente siciliano è diffuso però anche in Calabria, nel padovano e nel cremonese. È il dolce che a Palermo i bambini buoni trovano la mattina del due novembre insieme ad altri regali. Mentre ai cattivi saranno riservati aglio, carbone e scarpe rotte. La leggenda racconta infatti che nella notte tra il primo e il due novembre i morti lasciano la loro dimora per scendere in città a rubare ai più ricchi pasticceri, ai mercanti, ai sarti, dolci, giocattoli, vestiti e tutto quanto hanno intenzione di donare ai loro parenti fanciulli che sono stati buoni nell’anno e li hanno pregati. Una tradizione che si è coltivata nel tempo per indurre la familiarità con la morte e con il mondo degli antenati

Anticamente in Molise, gruppetti di questuanti, giravano per il paese bussando agli usci delle case e i paesani davano loro legumi e frutta di stagione.

Pescolanciano sui davanzali delle finestre e agli angoli delle strade buie, per far paura ai passanti, si esponevano delle zucche tagliate a mò di teschio, con dentro un cero.

A Lanciano, i ragazzi, con un termperino, scolpivano una zucca oblunga, chiamata “cucocce dell’anema de le murte” dentro mettevano una candela recuperata dalla colatura dei ceri del camposanto. Poi infilavano la zucca su una canna alta circa due metri, e giravano per le strade cantilenando: “l’anema de lemurte tà tà tà!…”

LA PROCESSIONE DEI MORTI

Introdacqua (AQ)

La notte tra il primo e il due novembre i morti escono dalle tombe e sfilano in processione. Il corteo ha un ordine preciso: davanti vanno i nati morti i quali non camminano, seguono i nati battezzati, poi i giovani e le giovani donne e, infine, gli adulti; tutti hanno in mano una candela. Nella stessa notte la porta della chiesa deve restare aperta in modo che la processione dei morti possa entrare. Pare che i morti battessero forte la porta della chiesa per farsi sentire da tutto il paese. La tradizione vuole che a ogni finestra o balcone la notte del 2 novembre debba esserci un lume acceso. Nella stessa notte la gente del paese non deve uscire di casa né affacciarsi alla finestra. La processione dei morti a Introdacqua viene chiamata la Scornacchiera e per l’occasione viene ripetuta questa filastrocca: teri teri tera e mo’ passa la scornacchiera.

LA FESTA DEI MORTI

A Pacentro, nella ricorrenza della festa dei morti, si usava effettuare una questua per raccogliere prodotti e provviste (Pe’ l’àneme sande), che erano utilizzate in opere di carità e solidarietà. Nessuno poteva toccare la catena del camino, poiché significava che si molestavano i morti nella loro quiete. Si usa ancora accendere un cero bene in vista nelle case per devozione ai defunti, mentre ,fino a non molto tempo fa, cartocci con all’interno una candela accesa si potevano notare lungo il tragitto della processione che si recava al cimitero, per la commemorazione dei defunti. La notte di Ognissanti si aveva cura di ricoprire di cenere i tizzoni e le braci ardenti nel focolare, per preservare il fuoco ,inteso come simbolo di vita. Per abitudine l’uso si estese anche agli altri giorni, per risparmiare fiammiferi e ceppi.

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HALLOWEEN

La parola Halloween ha un origine anglosassone e probabilmente deriva da una contrazione della frase “All Hallows Eve” ovvero la notte di Ognissanti

Nell’Irlanda celtica questa notte coincideva con la fine dell’estate (Samhain) e i colori erano l’arancio, per ricordare la mietitura e quindi la fine dell’estate e il nero per simboleggiare l’imminente buio dell’inverno.

A sera tutti i focolari venivano spenti e riaccesi dal “sacro falò” curato dai druidi a Tlachtga, vicino alla reale Collina di Tara.

Nella dimensione circolare del tempo, caratteristica della cultura celtica, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale che non apparteneva né all’anno vecchio e neppure al nuovo; in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi.

I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi. Da qui l’usanza del trick-or-treat (in italiano dolcetto o scherzetto) Oltre a non temere gli spiriti dei defunti, i Celti non credevano nei demoni quanto piuttosto nelle fate e negli elfi, entrambe creature considerate però pericolose: le prime per un supposto risentimento verso gli esseri umani; i secondi per le estreme differenze che intercorrevano appunto rispetto all’uomo. Secondo la leggenda, nella notte di Samhain questi esseri erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini e questo ha portato alla nascita e al perpetuarsi di molte altre storie terrificanti.

Da come abbiamo potuto leggere, le somiglianze si richiamano tutte, in modo diverso, ma tutte tendenti ad un unica comunione tra la vita e la morte. La necessità di credere che il trapassato debba avere i nostri bisogni, non è altro che voler continuare la vita terrena dopo la morte, così come la conosciamo. Non si lascia il noto per l’ignoto. L’ignoto si misura con il nostro parametro della conoscenza che abbiamo acquisito. (R. Cerimele)

D’altra parte, come scriveva Joseph Ratzinger quarant’anni fa, «la fede cristiana non la si può descrivere astrattamente: la si può solo documentare riferendosi a uomini che l’hanno vissuta fino nelle ultime conseguenze». Agostino, Francesco, Chiara, Teresa e gli altri, con cui abbiamo molto più in comune di quanto ci differenzino le storie e gli onori. «Come si vede in loro,la fede è in fondo una determinata passione o, più giustamente, un amore».

 

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[1] Rita Cerimele è nata ad Agnone (IS) il 13 settembre 1963. Nel 2012 con i figli ormai grandi, ha riscoperto, in un volume dimenticato, le sue poesie dattiloscritte, i cui primi componimenti risalivano all’età di dodici anni. Questa riscoperta ha nuovamente alimentato la sua vena poetica, che è tornata ad esprimersi attraverso poesie e racconti brevi pubblicati su vari siti internet. Alle forme tradizionali di scrittura, racconti e poesie, ha aggiunto la scrittura di componimenti poetici regolati da una metrica giapponese. E’ passata alla scrittura di haiku, senryu ed haiga, (componimenti di tre versi tassativamente di 5 + 7 + 5 sillabe diversi in quanto a soggetto).

http://www.sehaisetediluce.it/tradizioni_popolari.htm

Biscotti http://www.mangiarebene.com/ricette/dolci-e-dessert/biscotti-dolcetti-vari/ossa-dei-morti_IDa_3898.htm

http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=1944&categoria=5&sezione=30&rubrica=

http://mediterranews.org/2012/10/in-abruzzo-e-molise-antiche-tradizioni-della-notte-di-ognisanti/

http://www.sbsae-aq.beniculturali.it/index.php?it/126/calendario-etnoantropologico/817/festa-dei-morti

(http://www.sehaisetediluce.it/tradizioni_popolari.htm)

http://pietroalviti.wordpress.com/tag/ognissanti/

http://www.mauriziodimatteo.it/halloween.htm

http://digilander.libero.it/acqua67/halloween.htm

About Rita Cerimele

Rita Cerimele è nativa di Agnone (IS). Scrive libri di favole e poesie. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Lascia che il Tempo Corra” Ed. Mondi Velati; “La Bambina con la Valigia Rossa”, “Abbiamo Tanto da Dire” e “Haiku” tutto di Etica Edizioni.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    Ricordo che in questa ricorrenza noi bambini andavamo a bussare nelle case dove venivamo accolti con affetto, si recitava una poesia e la gente ringraziava con noci castagne e qualche mandarino, i vecchietti si reggevano le mani sul bastone e ridevano sotto i baffi..che tenerezza, la notte tentavo di rimanere alla finestra per vedere il passaggio della processione dei morti, ma poi mi sfinivo e crollavo senza vedere il funebre corteo. Bellissimi ricordi

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