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Gli anni della cinque lire

di Gustavo Tempesta Petresine[1]
Tratto dal suo libro “Il Fuochista” [2]

Erano gli anni della “cinque lire” di alluminio, quella con impresso il grappolo d’uva. Era abitudine di alcuni adulti affidare ai bambini scorrazzanti nella piazza, la moneta per comprare quattro nazionali dall’unico tabaccaio del paese. La tenevano stretta nel palmo come a proteggere una reliquia o un qualcosa a loro affidato rendendoli responsabili di un tesoro da amministrare. Spesso ci “usciva” per loro anche una caramella! Qualche ragazzino con le mani unte di pane e olio tornava al committente con le sigarette impataccate.

In quel paese del centro sud abbarbicato sui pinnacoli di roccia, come in molti altri paesi dell’entroterra molisano non c’era da “scialacquare”

Le uniche fonti di sostentamento consistevano nel raccolto di quel poco di grano e di patate e granturco che gli avari e pietrosi piccoli appezzamenti di terreno si sforzavano di fare crescere. Unito a questi, l’ausilio della paga ricavata da qualche giornata di lavoro che i capofamiglia riuscivano a racimolare verso Alfedena e i paesi confinanti con l’Abruzzo. Circa cinquanta chilometri fatti in bicicletta su strade polverose e sconnesse. Venticinque per l’andata, il restante per il ritorno.

“Chissà cosa passava per la testa di quegli uomini che prima erano stati mandati nelle trincee e poi erano stati catturati e internati nei campi inglesi. Quali fantasie circuivano i loro quarant’anni, percorrendo la strada dell’andata e del ritorno! L’ulteriore sacrificio della propria giovinezza per mantenere una famiglia? Votare le proprie mani scorticate al lavoro, gratificandosi nell’avere in futuro dei figli laureati?”

Decaduto il sabato fascista, l’unico giorno dedicato al riposo rimaneva la Domenica.  Una fila di giovanotti con le mani in tasca e rigorosamente in piedi si pavoneggiava davanti al bar.

Se qualcuno di loro fosse stato visto a sedere, si sarebbe sparsa la notizia di quel mal vedere, perché: il solo sedersi o peggio lo stravaccarsi era considerato sinonimo di pelandronaggine.

Nella “vernata” gli uomini rimanevano in paese a occuparsi di varie riparazioni domestiche e della cura degli attrezzi per lavorare i campicelli. Si rifaceva la “stila” del bidente tenendo poi l’attrezzo a “ndurterarse” [3] nell’acqua.

L’economia del paese “sapeva di poco” e i capofamiglia continuavano ad emigrare: ‘stavolta non tanto come in passato verso paesi oltre confine ma verso le grandi città della penisola dove era richiesta mano d’opera per ricostruire. Gli unici telefoni esistenti in paese erano: quello del municipio e quello di una cabina pubblica locata nella bottega del barbiere; all’occorrenza rivendita di giornali e profumi; e lo stesso barbiere, all’occorrenza anche sagrestano. L’unico televisore in bianco nero era alloggiato nel “dopolavoro,” paesano cinema ante litteram in abbonamento settimanale di poche lire. Fine programma ore ventiquattro.

“RADIOTELEVISIONE ITALIANA.” Unico canale. Una specie di lunga e ritorta calzamaglia appariva sullo schermo antracite a comunicare in modo perentorio il termine delle trasmissioni. C’era più nulla da vedere. La chiusura dei programmi era sottolineato dal finale del Guglielmo Tell di Rossini, mentre la calzamaglia si attorcigliava su se stessa snodandosi verso l’alto. La liberazione dalla tirannide nazifascista sottolineata da quella metafora espressa in musica. Oltre il muro le macerie rovinose lasciate dall’oppressore; oltre le rovine la libertà.

Erano stati giorni di freddo, di pioggia e di fame, nelle capanne costruite con rami e fogliame nella intricata vegetazione del bosco di “Vallazzuna…” [4]

 

 


[1] Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.
[2] Il libro “Il Fuochista“  è reperibile su gli store: libreria universitaria, amazon. youcanprint e nelle librerie. Questo il suo contenuto.
Negli anni sessanta un’altra onda migratoria si sposta dai paesi del centro sud verso le grandi città dove è richiesta prevalenza di mano d’opera. Le campagne continuano a spopolarsi, le case rimangono vuote. Una condizione che perdura inarrestabile ancora oggi. Dopo essere vissuto in citta e coltivato l’aspettativa di un ristabilirsi in paese, durante i suoi viaggi saltuari nel luogo di nascita, il protagonista del romanzo si confronta con i pochi abitanti ancora là residenti. Il “mondo” di quando aveva dieci anni si andava trasformando. Anche i paesi si erano conformati a nuovi modelli di vita proposti in maniera prepotente dai media. Il protagonista del romanzo percorre a ritroso il suo vissuto; nello strampalato colorito ricordo acquisisce una coscienza. Il passato non può tornare, rimane comunque vivo nella sua mente sognante. L’unico suo interlocutore è una stufa a legna alla quale racconta se stesso e i suoi ricordi, fino al giorno della pacata e serena conclusione di una vita.
[3] Inzupparsi, e dilatandosi fare buona presa sul ferro
[4] Località nei pressi del paese

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Un commento

  1. BEL racconto”vero” lineare, lampante, quasi nostalgico, di un figlio”laureato”che vive lontano da quei campicelli, ma che ricordano bene quelle cinque lire di alluminio… – come me, e come tanti di noi –
    Ed anch’io ho forse goduto del “resto di quella moneta, quando papà mi mandava a comprare le “nazionali”…

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