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Gesummóina se Maróita

“Maroitə e ffigliə, gnà Ddjia tə rə deà tə rə pigliə”
(massima Agnonese)

Manuela Pelle

Raffailuccə figlio di: Nəchéula Currə Currə e Marietta Frusctellà
Gesummóina figlia di: Ngiulóinə Tirabballə e Fəlumena  də Pappachéula 
Zii: Mingucciə e Iduccia
Comari: Pappənélla də Spatorcə
Amico suonatore di organetto: Frangiscə figlio də Meccoilə Và Và

In molti, prima di me, hanno descritto, con accuratezza e dovizia di particolari, i riti e le tradizioni attinenti al contrarre matrimonio nel nostro territorio in tempi non molto distanti dai nostri giorni.
Io ne vorrò fare un racconto che contempli l’ortodossia già citata, ma nello stesso tempo affronti l’avvenimento dal punto di vista dei giovani e delle famiglie che si sottoponevano alla ridda di eventi e alle necessarie trafile che, propedeutiche al matrimonio, vedevano come protagonisti ru cacchiénottə e la ggióvəna di turno. La preparazione di quel matrimonio era  abbastanza complessa. Determinati passaggi erano osservati da tutti i ceti sociali.
Ho scelto di parlare di un matrimonio contadino con fraseggio dialettale alternato a quello in lingua, nel tentativo di dare al tutto un particolare colore, una particolare cadenza che prescinde dalla scrittura formale. 
La descrizione, nonostante la serietà dell’argomento, avrà tono leggero e spero vi strappi un sorriso per “un come eravamo” che, oggi, meraviglia e in un certo qual modo sembra infastidire, come se quei costumi, quelle tradizioni non appartenessero alla nostra cultura.
Noi tutti, siamo figli di quelle tradizioni e vale la pena ripercorrerle con uno sguardo incuriosito e nostalgico, per la semplicità ma anche per il rispetto e l’importanza che si dava  alle tappe della  vita.

Gelsomina è una ragazza del contado di Agnone, ha quindici anni ed è quel che si dice nà bella ggióvəna, appartiene ad una famiglia di lavoratori che governano un appezzamento di terreno proprio, ma fienə piurə rə Parzenequələ a Dun Cicciə. Vicino alla casa, anche la stalla con alcuni animali che aiutano nei lavori e nella gestione del mènage familiare.
Raffailuccie, il cacchienotto della situazione, è la versione maschile di Gelsomina, ha qualche anno in più e cioè 18 anni, ciò lo qualifica perché possa guardarsi intorno e scegliere il proprio futuro;  il metro, oltre il sentimento, sarà anche la floridezza fisica ma possibilmente anche economica dell’amato bene. In effetti la famiglia di lui guarderà soprattutto le ultime due qualità che ho citato, perché la ggióvəna prescelta non soltanto contribuisca in maniera oggettiva alle sostanze della famiglia di acquisizione attraverso la “dodda”, ma la sua fisicità  possa assicurare discendenza, possibilmente di sesso maschile sana e forte, e possa contribuire in maniera determinante al lavoro nei campi e alla gestione di casa e stalla.

Buona lettura a tutti. Come sempre, tutto ciò che è descritto nel racconto è frutto solo della mia fantasia e dei miei ricordi per ciò che ho visto o mi è stato raccontato. I personaggi sono identificati con i loro nomi di battesimo ma anche con i loro soprannomi, maniera in cui si identificavano le famiglie. La scelta di un  mix di italiano e dialetto descrive meglio, secondo me, le situazioni.

BALLO NELL’AIA 
 Carlo Domenici

Gesummoina! va lochə là a zezì Mengucciə, e addumannajə sə ca ce puonə menoje a ajetuò a trescheà ! Dije ca la machena arróiva addemeànə, dommesiúrnə. 
Gelsomina, si asciugò le mani con uno straccio, aveva appena finito di rigovernare le stoviglie utilizzate per il pranzo,  s’arzelettə ru maccatiurə a la coccia e sə levettə ru mandasójnə.La mamma, Fəlumena də Pappachéula (questo il soprannome derivante dalla sua famiglia di origine) la guardò e si chiese come mai tanta cura da parte di Gelsomina nel prepararsi per andare a casa dello zio e j decetttə: “ Gesummoina chədé? Jia joje a ‘ngundrà ru Peàpa?
Gelsomina arrossì violentemente e scappò via; uscendo, urlò a sua madre, Omà! ca m’ajə soltandə, leveàt ru zeneàle, ca mə s’eva mbossa tutta la trepparéula .
In effetti Gelsomina, per arrivare a casa dello zio Mengucciə, sarebbe passata davanti  alla masseria dove abitava Raffailuccie il figlio de Nəchéula Currə Currə e də Marietta Frusctellà, ed ogni volta che passava ne spiava la presenza; non le era indifferente e le era sembrato che la guardasse quando passava. Raffaele, che bel nome pensava Gelsomina e che bel giovane che era: uócchjiə noirə e capillə noirə e ricəe, tenàiva ciértə marreàma che la incantavano particolarmente; avrebbe voluto essere abbracciata da Raffaele per sentirne la forza e la passione!…siwu Madonna perdonamə pensava Gelsomina, intanto velocemente  proseguiva e già in lontananza intravedeva la zia Iduccia  arretəall’uórtə  a sciorinare i panni. Raffailuccə, da parte sua, sorvegliava  il passaggio di  Gelsomina ogni volta che era a zappare nei pressi della casa o era andato a appagliè lə besctiə. La guardava con interesse.  Le piaceva e tanto anche! Ma non aveva il coraggio di dirle nulla. D’altra parte, ella, quando passava, tirava dritto senza mai voltarsi. Era necessario farsi avanti, pensava il ragazzo, prima che lo faccia qualche altro.Ormai, pensava Raffailuccə, se putàiva fedanzeà;  sarebbe partito a settembre per andare a fare il militare; al suo ritorno avastava ca facievanə la parendezza e si sarebbe potuto accaseà. Aveva fretta di parlare con Gelsomina e sognava di farsi una famiglia. Pensava come fare per parlare con la ragazza  e capire se era corrisposto; subito dopo avrebbe parlato con i suoi genitori per chieder loro di andare da quelli di Gelsomina a farle la proposta. 
La vide arrivare in lontananza, decise di affrontarla e di parlarle ma non sapeva come;  allora entrò nel pollaio, prese una gallina e la  lanciò oltre la siepe della casa. Si appostò per controllare la gallina e l’arrivo di Gelsomina.  Quando la ragazza fu vicina, si precipitò sulla strada sterrata sottostante urlando titì, titì per recuperare la gallina “sfuggita”. Questa si parò davanti a Gelsomina che prontamente la prese .Era fatta, pensò Raffaele, così poteva parlarle.Gelsomina arrossì mentre Raffaele le prendeva la gallina dalle mani e la ringraziava per averla recuperata;  intanto, rispondeva a tutte le domande che gli venivano fatte: che sì che lo canosceva e che stava jennə da zezì Mingucciə, ca dovevano trescarə e ci stava bisogno di aiuto. Subito dopo, velocemente si allontanò, ca ‘nzia mia la vedàiva Zizì Iduccia o caccuvelleldrə a parlà che nu ggiovenə, avarrìa perdìuta la sortə. Arrivò a casa degli zii trafelata e accaldata, non per il percorso ma per l’emozione dell’incontro.
Gnà eva bbiell
ə Raffailuccə!
Raffaele da parte sua, ringalluzzito dall’incontro, aveva capito, dal rossore delle guance di Gelsomina, di piacergli e dunque avrebbe cercato di avvicinarla di nuovo prima di parlarne con i suoi genitori. Uè! Gelsomina eva pruópria na bella ggióvena e chə uocchiə e che capillə ca tenaiva,  e chə bella faccia e purə tuttə ru riesctə…..re faciàiva mbazzóje.
La sera suo padre, durante la cena, lo avvisò che il giorno dopo, avrebbero dovuto portare il grano all’ara də ‘NgiulóinəTirabballə, padre di Gelsomina, perché la Trebbia sarebbe arrivata lì, ru dommesiurnə, e dunque s’eva trescheà.
Raffaele, dopo cena usci e si sedette davanti alla casa, ngioima a ru puosctə də proita ca ce tenevanə, e uardava ngielə e uardava ndérra, tuttə cundiendə; andò a dormire trasognato perché non pensava di poter avere così presto l’occasione di poter parlare di nuovo a Gelsomina, per capire se era interessata a lui.Finalmente venne mattina e Raffaele insieme a suo padre trasportò il grano alla massarìa di Gesummóina. Dovettero fare più viaggi e comporlo per bene nel posto riservato, per non dare fastidio alla trebbia e anche agli altri delle masserie vicine, che avrebbero portato il grano da trebbiare. La ragazza, non si affacciò mai sulla porta e Raffaele ritornò a casa per il pranzo un po’ deluso, deluso di non averla almeno potuta vedere. Nel pomeriggio, durante il lavoro, avrebbe fatto di tutto per vederla, doveva assolutamente parlarle ancora una volta.Il lavoro aspro iniziò, faceva molto caldo e i presenti si aiutavano a vicenda nel passarsi i covoni e ritirare le balle di paglia. Sull’aia c’erano molte persone di masserie vicine e, tra questi, anche molti amici coetanei di Raffaele. Gli scherzi si inframmezzavano al lavoro ed anche all’esibizione di forza da parte di ognuno dei giovani presenti, perché le ragazze, compreso Gelsomina, che insieme alle mamme le zie  e le comari giravano distribuendo vino e acqua,  potessero ammirare la forza e l’ardimento dei giovani presenti.Raffaele faceva di tutto per mettersi in evidenza, perché temeva che qualcuno dei presenti potesse attirare l’attenzione di Gelsomina. Come un fulmine passava da davanti a dietro la trebbiatrice e sollevava covoni pesantissimi e ritirava le balle pronte accatastandole per il futuro trasporto. Ignorando il calore e la polvere che riempiva l’aria, accecava gli occhi e impediva la respirazione, lavorava per due e urlava agli altri di sbrigarsi. Il padre orgoglioso del figlio così laborioso, lo incitava e se ne vantava con gli altri padri presenti.Finalmente, toccò a Gelsomina, accompagnata dalla commara, Pappenella də Spatorcə, offrire da bere anche a Raffaele che, con la scusa di ringraziarla, cercò di parlarle. Purtroppo, la commara, di guardia alla ragazza, con la scusa di dover porgere da bere anche agli altri, se la portò via. Raffaele, che sentiva ribollire il sangue, proseguì a lavorare con maggiore lena, per mostrare a tutti di che pasta fosse fatto.Finalmente si fece sera, l’aia era stata liberata dai covoni, il grano messo nei sacchi e la paglia, ben ordinata, riportata nelle proprie masserie. Ma la giornata non era finita: ora veniva il bello. Seppure stanchi e accaldati, tutti attendevano che si desse inizio alle danze che, concludendo la giornata, permettevano di riposarsi ascoltando Frangiscə ru figliə dəMeccoilə Vavà che suonava un organetto. La famiglia di Gelsomina, aveva preparato dei dolci semplici da gustare col vino: in queste occasioni scorreva a fiumi. Così al tramonto, con la trebbiatrice spenta e l’aia di nuovo libera, tutti si misero in cerchio a riposare e ad ascoltare la musica; ma si sa: la musica è traditrice, spingeva la gioventù presente a desiderare di ballare. Purtroppo nessuno dei giovani osava invitare le ragazze per timore di offendere loro o la loro stessa famiglia. 
Allora, il conduttore della trebbiatrice che veniva da Castelguidone e non aveva di queste remore, essendo di passaggio, si avvicinò a chi suonava chiedendogli di suonare una “spallata”, danza molto diffusa nei territori del Sannio. La danza, fatta in coppia, prevedeva movimenti ritmici, cadenzati, con tocco delle spalle tra i due ballerini e passi fortemente battuti a terra, tali da segnare il tempo della musica e della danza. All’inizio, furono solo i maschi presenti a ballare tra di loro ma, piano piano, subentrarono le coppie maritate ed infine sotto l’occhio vigile dei genitori anche re cacchienuottə e ləggióvenə presenti.Figurarsi Raffailuccə se si lasciava sfuggire una occasione del genere. Facendosi immediatamente avanti, chiese a Ngiulóinə, padre di Gelsomina, se poteva ballare con sua figlia. Ottenuto il permesso, la giovane coppia si lanciò nel ballo e non impiegò molto tempo per affiatarsi. Mentre ballavano, Raffailuccə  si fece coraggio e dichiarò il suo amore a Gelsomina. Un ballo dopo l’altro fu evidente a tutti, genitori compresi, che qualcosa di serio stava nascendo è finì che i quattro genitori brindarono convinti che cacchə carta sə putaiva cumenzà a scriverə.Cominciavano così i riti propedeutici al matrimonio.
Nechéula e Marietta,
 il giorno successivo acchiappiernə Raffailuccə e, dopo essersi consultati tra loro e aver interpellato Tateunə Raffaelə, si sincerarono sulle intenzioni del ragazzo. La dəmenəca, subbetə appriessə, jernə alla casa dəGelsomina a fa ru próimə parlamendə chə Ngiuloin e Flumena, senza la partecipazione dei diretti interessati. Sembréttəca la vulundà ci steàva ma c’erano molte cose di cui parlare, cosi decisero che ognuno avrebbe fatto la propria proposta  e deciso per i ragazzi, ai quali però era vietato parlarsi ca sennò rə crəstjiénə chə rə vedàivanə chissà c’avessərə dittə. Raffailuccə eva joje pe suldéatə a settiémbrə  e sə putévanə feà tutti i preparativi, ca Gelsomina tenàiva soltandə quindəcəennə e s’eva fenojə de fa la dodda. Intanto una più stretta sorveglianza scattò per Gelsomina; a Raffailuccie fu raccomandato de fa ru bonefigliə  ca Gelsomina stava prumessa.
A distanza di due domeniche Raffailuccə, con i suoi genitori, fu invitato a casa di Gelsomina per la canuscenza. Accolti con sorrisi, taréllə e cellucciə e becchierə de vóinə,  le coppie di genitori sedettero uno di fronte all’altra, con i figli accanto. Raffaele guardava Gelsomina che, arcagnieta chə na vescta blù,  stava seduta, con gli occhi bassi, accanto alla madre .Dopo i convenevoli, il padre di Raffaele chiese a quello di Gelsomina come intendesse regolarsi per la dodda də la figlia. Iniziò, così, una trattativa che aveva al centro della discussione lenzuola, asciugamani, soldi e materassi nonché cumò e casciə e forsə piurə  nu liettə də fierrə arəcamatə per Gelsomina: Per Raffailuccə, invece, oltre alla casa o meglio alla cambra da liettə, essendo scontato che gli sposi avrebbero abitato con i suoceri, si parlò della vigna, də ru buschettə e forse piurə de la casa ca steàva ad Agnéunə .
Tutto iniziava nei migliori auspici. Dopo un brindisi a la salìutə, Gelsomina e i suoi genitori furono invitati, per il sabato successivo, a casa di Raffaele pə canoscierə Tateunə, Mammella e le future cognate. Dopodiché, avrebbero potuto, tutti insieme, andare a messa la domenica in Agnone, accuscì tuttə quendə avesserə sapìutə ca Gesummóina sə maretiéva.
Cominciarono giorni frenetici: Fəlumena jéttə ajaprójə la cascia e sə mettettə lə miénə a rə capillə ca la rrobba eva picca e s’eva jojə pe fforrza ad Agnéunə accattà pezzə e ref e a parlà piurə chə la sartàura, ca Gelsomina eva jojə a la casa de Raffailuccə gnà se doivə, ca sennò avesserə dittə ca la figlia purteàva la rrobba che puteàva steà sottə a ru detillə …siwu quanda soldə e quanda causə tenevanə che ffèa!
A Raffaele, intanto, era stato concesso di andare a far visita alla spéusa, la sàirae issə, alla sàira, dopo che tutto era stato sistemato, nei campi e per gli animali, sə lavava la faccia, sə mettàiva rə calziunə e la camóiscia cchiù megliə e joiva alla cheàsa di Gelsomina. Lei, seduta sempre accanto alla mamma oppure alla nonna, considerato che era difficile che le ragazze potessero parlare liberamente, in particolare con i promessi, lo guardava in silenzio. La domenica si andava in chiesa con tutta la famiglia, promessi avanti e tutti gli altri dietro. 
Arrivò il giorno della partenza per assolvere alla chiamata militare. Raffaele si struggeva all’idea di doversi allontanare da Gelsomina e non poterla rivedere se non dopo molti mesi. Sperava in una licenza a Natale! Intanto, le promise che le avrebbe scritto tuttə rə jurnə, così come sapeva fare. La sera prima della partenza, Raffailuccə anticipò l’orario della visita a Gelsomina, e invece che entrare in casa, passò dalla parte dell’orto dove di solito stava Gelsomina. La trovò che raccoglieva pomodori  pe ffeà la ‘nzalata. Intorno non c’era nessuno, nessuno lo aspettava, Gelsomina non era sorvegliata. In un balzo le fu vicino e l’abbracciò. Era più alto di lei, la sovrastava di parecchi centimetri. Gelsomina, presa alla sprovvista,  si divincolò per paura che qualcuno della casa potesse vederli, ma Raffailuccə jé decéttə: “ Zittə e vè ecchə” e la baciòGelsomina pensò che, se Raffailuccə non l’avesse sostenuta, sarebbe caduta a terra per il piacere ma anche per la vergogna. Raffailuccə aveva potuto finalmente abbracciare e baciare la sua promessa sposa; in pochi secondi le disse tutto quello che da settimane voleva dirle, le accarezzò il viso e la baciò ancora, stringendola forte; infine, tornò indietro per entrare in casa dalla porta principale. Gelsomina, col volto in fiamme, era rimasta in mezzo all’orto e non sapeva come fare per tornare in casa. Pensò, allora, di andare alla spezzatàura ca sctava vecióinə all’uórtə, sə lavéttə la faccia e sə l’assucchéttə che ru zeneàlə; lavettə pìurə lə pəmmadéurə per giustificare il bagnato. Quando Gelsomina entrò in casa era ancora sottosopra; Raffailuccə, invece, parlava tranquillamente con suo padre; sua madre le diede una gomitata e le disse də irzə a arzəlà nanzè, ca cə sctava ru spéusə. Alla fine della serata a Raffaele fu concesso di baciare Gelsomina sulle guance. Lei arrossì al ricordo di altri baci. Dopo la partenza di Raffaele, Gelsomina aveva l’obbligo di andare a salutare tutti i giorni sua suocera nonché la famiglia di Raffailuccə, e a chieder loro se avessero necessità di aiuto. Considerato che era solo promessa e che la parendezza non era stata ancora fatta, l’aiuto veniva regolarmente rifiutato. 
Intanto Fəlumena capàva la stoffa per le lenzuola di primo, secondo e terzo letto nonché  il ricamo e il merletto che le avrebbero ornate. Molta parte della dote era costituita da capi tessuti  e arraccuóldə pe tutt re jurne ma, una volta che la dodda sarebbe stata oggetto di apprezzamento da parte della suocera e di parenti e amici, Fəlumena voleva che sua figlia avesse anche lenzuola e capi più fini da mostrare. Aveva, quindi, convenuto col marito che si sarebbe rivolta ad una ricamatrice amica di famiglia che avrebbe provveduto alla bisogna nei mesi che mancavano, il tutto a un buon prezzo che avrebbe compreso anche pagamento in natura: vino, olio, ecc… Da parte sua anche Gelsomina doveva contribuire: la sera, dopo aver sbrigato tutto il resto, si sedeva vicino a sua madre e lavorava alla dodda arraccugliennə, che ru pundə a iuórnə, tuaglie e federə .Ben presto la cascia fu riempita di tutto,  finanche di asciugamani  di spugna, una vera novità, p’arraccogliə lə criatiurəquandə c’avesserə  neàte, e cacciamaniellə. Non restava che il corredo personale di Gelsomina.
Raffailuccə
, ogni tanto, tornava in licenza sempre più ardito e appassionato. La coglieva all’improvviso, l’abbracciava con vigore e la baciava con foga . Era quasi giunto alla fine del servizio militare e non vedeva l’ora di sposarsi . Gelsomina da parte sua, tutte le sere prima di addormentarsi,  pensava alla passione di Raffailuccie, arrossiva di piacere e  di vergogna e si raccomandava  alla Madonna e a tutti i Santi di perdonarla.Quando fu il momento di pensare alla biancheria, complice la cummara e la sartàura, sə facettə feà tuttə cause che re spezzillə (merletti) e rə farpalà  ca sennò, deciàiva la cummara Pappənella chə l’eva vattiéta, dapuò Raffailuccə n’arracuglieva la passìéuna sə, da sottə a la onna, n’ascjóivanə rə spezzillə də la sottvéscta, o le camiscə da nottə nəevanə arrecameàtə . La sartàura sctava cucennə pìurə ru palettò, ru soprabbetə e lə vesctə. Fəlumena j’éva accatteàtənon solo le scarpe chə ru tacchettə, siuwə gnà evanə bbellə, ma pìurə lə pandòfələ scendiletto … adddaulaè ca la sócera se l’aspettava tutta chella dodda? Meuə, penzava, ca vulàiva vedeàje che purtavanə a Gelsomina a la parendezza, ca la figlia saja scióiva dalla chéasa chə rə bbaugliə e naunə schitta che nu fazzulettə. Eva fattə lə stravedàje, ru maróitəNgiulóinə tuttə causə nen lə sapàiva,  e a dicərə  la verətà l’eva ajetuata pìurə Mammella Gesummóina, evanəsparagnietə nziembra, p’accatteà la dodda a Gesummóina cənénna. Fəlumena, cə tenaiva ca la figlia sctava assopra pìurə alle caineàte, chemmuò eva purtatə rrobba, soldə e saliutə e dapuò, Raffailuccie eva ru primə figliə e  Gesummóina eva la prima néura e dunguə sctava sottə soltandə alla sócera . 
Tutte le sere Fəlumena faciaiva la schéula a Gesummóina su come doveva comportarsi in casa della suocera e del rispetto che avrebbe dovuto portargli e di come doveva agire col marito, il suocero e  Tatiunə e le cainatə; e ca quandə avessəaddəvendeàta na fémmena spuseata, cchiù de proima eva feliè dəritta, ca parafellə nen zə n’evana fa. Inoltre, le diceva tutti i giorni ca n’eva féa gnè chellə ggióvene che, prima də spusarsə tenàivanə lə vraccia longhə pə fatijè e la vocca cənénna pə magniè e dapuò na volda ca s’evanə maretiétə tenaivanə lə vraccia cortə pe fatjiè e la vocca grossa pe magnié….m’arraccumannə mamma!, deciàiva Fəlumena.
Finalmente, Raffailuccə tornò dalla leva militare e si intensificarono i preparativi .Si stabilì ca la Parendezza, che avrebbe siglato e ufficializzato il fidanzamento con conseguente matrimonio, si sarebbe fatta il 20 di dicembre, accuscì rə spùosə putàivanə sciojə, pə jojə alla messa də Nateàlə, ma soprattutto putàivanə joje a la cheàsa də tuttə rə pariend a féa r’augurjiə e a farsə avvedajə. Siwwu quanda causə s’evana angaura prepareà: s’evanəarraprojə le cheàse chə sctavan ad Agnéunə, s’evana ammettiè rə zienə a menirsə a togliə nu cumblemiendə pə la Parendezza e pə Nateàlee. Fəlumena e Gesummóina nen sapaivanə cchiù addo evana jojə pə coccia e pə fatója. Ostia, pezzellə, celluccə, mustacciuolə e tarellə cuottə all’acqua chə ru nasprə, ca sennò l’uommenə dapuò nen se putàivanə feà nu becchierə də vóinə, móina mamma, móina! deciàiva continuamente Fəlumena alla figlia.
Finalmente arrivò il giorno stabilito. Raffailuccə sperava di poter rimanere solo qualche istante con Gesummóina. Era andato ad Agnone, con i genitori, per comprare la fornitura in oro che avrebbe adornato la sposa, e non vedeva l’ora di regalargliela. La sua Gesummóina sarebbe stata bellissima e tuttə quendə je c’avisserə fattə la mmidia quandə r’avesserəvisctə.
Anche Gelsomina, così come voleva la tradizione, avrebbe ricambiato i regali ricevuti: eva juta pìurə essa all’orefecənziembra a tuttə quendə a capeà.
Il giorno stabilito, tutto era pronto. Fəlumena eva chiameàtə ciertə femmənə pə farzə ajetuò: la taula sctava messa, ru siuchə chə lə cussettə d’agniellə  e ru breudə chə l’allessə stava prondə, re maccariunə r’evan ammasseàtə la sàira próima e sətavanə dendrə a ru funechə allə frischə, nzalata colda, arrusctə prondə, vóinə travetuótə, le peànə l’evan fattətre juornə proima, bescottə nquandətà, ca dapuò menoivanə tuttə rə ziénə a feà r’auguriə a rə spìusə e dunguə tuttə eva essere prondə.
La matóina Gesummóina s’arrezzettə priesctə e jettə allə allóinə e a ru puorchə,  armunnettə n’aldra volta chə ru granaràunə daféurə e nziembra  alla mamma uardva sə caccausa n’eva statə fattə o s’eva angaura feà. Alla fóinəFəlumena decéttə a Gesummóina ca eva l’eura e s’eva joje a prepareà, ca menóivanə rə suocerə e ru speusə.
Gelsomina si preparò con particolare cura, pettinò con altrettanta cura i lunghi capelli e indossò finalmente l’abito di velluto rosso che la sarta le aveva cucito per l’occasione. Sə mettéttə lə scarpə néuvə chə ru tacchettə; siuwə, pensava, poressə ca ngə caschə chə sctə scarpə! De soletə purteàva  certə purzianellə!
Ecchə mesiurnə e ecchə tuttə quendə, Ngiulóinə jéttə a ajaprójə la porta e facéttə ndreà tutta la famiglia de Raffailuccə. Podoppə, subbetə caccettə a bbevə, ca chemmùò eva fescta grossa alla cheàsa saja.
Raffailuccə, che nu vestóitə sfolgorandə e  nu cappottə nuovə nuovə, 
era ormai un uomo. Ru suldeàtə r’eva fattəaddevendeà cchiuù aldə e cchù gruossə. Gnà eva bbiellə ru spéusə soja, penzava Gesummóina e penzava pìurə a tuttə ləmmaləlenghə che deciàivanə ca Raffailuccə s’avarria truvata n’aldra spéusa, addò faciaiva ru suldeàtə.  Pə sctu mutóivə,Gesummóina purteàva sembrə attaccatə, che nà spindra mbaccia a ru reggepiettə, nà manuccia de curallə, nu scatta e croipa che jeva arjalàta la commara Pappənella.
Marietta, la suocera, regalò a Gelsomina la cannacca, Nəchéula,  il suocero  nu relluggittə, Mammella nu laccə, Tatéunənu vracciàlə, le cainàtə, recchióinə e spilla e Raffailuccə, r’aniellə də fedanzamendə.
Quanda causə bellə
 e Gelsomina le indossò subito per il piacere di tutti; a sua volta regalò a Raffailuccə nu bell arloggə e n’aniellə che nà próita roscia ngióima e facettə truvà nu presendə a tuttə quendə.
Il pranzo naturalmente fu lungo e annaffiato da molto vino. In serata arrivarono tutti gli altri parenti, gli amici, i vicini di casa e tuttə rə cumbiérə a felicitarsi con i due fidanzati e con le loro famiglie, ed  arrivò anche Frangisc de Vavà con l’organetto: scansati i tavoli, si misero a ballare.
Raffailucc
ə, finalmente, potette abbracciare Gelsomina, con lei ballò tutta la notte ed ebbe la possibilità di parlarle. Con la scusa di aiutarla, durante la festa l’accarezzava furtivamente. Riuscì persino a darle un bacio prima di andare via.Ormai tutto era fatto, a Natale tutti in chiesa per mostrare abiti, oro, scarpe e tutto ciò che serviva a dimostrare e certificare l’avvenuto fidanzamento.Passato il Natale si fissarono le nozze e tutti furono d’accordo nello scegliere ru mesə d’aproilə ca doppə cumenzava troppə lə callə e ngambàgna sə tenàiva troppə che ffeà.
Il rito della visita alla fidanzata fu rispettato tutte le sere, ma Raffailuccə e Gesummóina, ogni tanto, sfuggivano alle maglie della sorveglianza per qualche minuto. Finalmente potevano abbracciarsi e baciarsi e promettersi amore eterno.Non restava che fissare i termini delle nozze e dove si sarebbe tenuto il pranzo e chi s’eva ammettiè.Si decise che le nozze sarebbero state celebrate nella chiesa di Sand’Andognə ad Agnone e che il pranzo si sarebbe tenuto alla casa dello sposo, sempre in Agnone. Furono fatti arrivare il letto e i materassi e ru cumò alla casa di Raffailuccə, in campagna, dove gli sposi avrebbero vissuto insieme a tutto il resto della famiglia; mancava solo la dodda di Gelsomina. Prima di essere portata a casa dello sposo, fu lavata, stirata, inamidata e  apparecchiata per essere messa in mostra pə l’apprezzamèndə. Ai primi giorni di aprile e in concomitanza con la Santa Pasqua, furono approntate più stanze della casa di Gelsomina . La sartàura venettə da Agneunə e nziembra alla commara Pappənella sə mettiérnə, sopra a taulə e seggə e pìurə mbaccia a ru mìurə e alləstépera che l’andə apertə, lenzuola ricamate e per la quotidianità, coperte di lana, coperte di raso, lavorate ad uncinetto e di piquet, tovagliato da tavola, asciugamani di lino, di tela tessuta e di spugna e camicie da notte e vestaglie e abiti e cappotti e fazzolettoni e biancheria intima e  calze, scarpe, fazzolettini ed anche tutto l’oro ricevuto per la Parendezza e guantiere piene di confetti e dolci e vassoi con bicchierini e dequor, un angolo fu riservato a ciò che sarebbe stato necessario ad accogliere un bambino e che sarebbe rimasto a casa di Gelsomina fino al momento del bisogno.
La socera e ru suocer
ə, e tuttə re pariend jernə a vedaje che cosa era stato dato pe dodda, e jettə pìurə dun Pangraziə, ca eva vattejietə Raffailuccə e sapeva de letterə, a scroiverə ru duddariə.
Tutto, poi, fu trasportato a casa di Raffailuccə e stipato nel comò e dendra alla cascia e alla ciufeniéra. Non restava che comporre il letto a cura di tutte le donne più vicine alla sposa, senza che questa lo toccasse, perché sfortuna sarebbe ricaduta su di essa se solamente avesse sfiorato il talamo con un dito.
F
əlumena purtèttə,  personalmendə e chə nu caniesctrə, ru próimə liéttə de la figlia e, nziembra alla socera e alla commara, accungiettə ru liettə de la figlia.
Ru lenzuolə óiva də tela fóina, che tuttə nu recheàmə də angiolettə e nodera d’ammeurə e la cuperta óiva də seta celestəchə tuttə nu riccə attornə; a ru porta vaccioilə Fəlumena
 appese due asciugamani che portavano ricamato Lui e Lei; jé menóiva da chiegnerə. La figlia saja, se spuseàva e se ne jóiva dalla cheàsa.
Marietta, la mamma de Raffailuccə, l’abbracciettə e je decétt: Vóidə Fəlumè ca figlieta, ecc, tréuva n’aldra mamma e n’oldrə pótrə .
Le due donne si abbracciarono e siglarono un patto di famiglia e di mutua solidarietà fintanto che avessero vissuto, per il bene dei propri figli. Il sangue si sarebbe stretto ancora di più, di lì a pochi giorni, e insieme avrebbero atteso l’arrivo dei nipoti che si sarebbero chiamati rigorosamente come i suoceri: Angelo e Maria. Gelsomina viveva gli ultimi giorni da ggióvena come in un sogno; la vescta da spéusa óiva pronda, lə scarpə accattatə e óiva truveàt pìurə chi j’accungieàva rəcapillə.
Il giorno del matrimonio si preannunciò sereno e tiepido e Gelsomina ne fu contenta. Fino a qualche giorno prima, la pioggia l’aveva fatta da padrona. Vennero le cugine e la commara Pappenella. Fu aiutata ad indossare l’abito da sposa: Nel frattempo, i suoi parenti riuniti ingannavano l’attesa della sposa, sorbendo cioccolata calda o caffè e mangiando raffaiuólə.

Eccola Gesummóina: esce dalle mani di chi con amore l’ha aiutata a vestirsi. Raffailuccə le ha mandato un mazzolino di fiori. Lei è un po’ nervosa. Suo padre l’attende per porgerle il braccio e accompagnarla in chiesa.  Ngiulóinə ha gli occhi lucidi ma si fa forza e prende sottobraccio per l’ultima volta quella figlia che gli è costata un patrimonio pe marəterla. La affiderà a Raffailuccə nella speranza che possa essere un buon marito per Gelsomina. Insieme a Fəlumena escono di casa alcune cugine, buttano per strada, da vassoi e cestini, confetti e monete a segnare il passo della sposa, in maniera beneaugurante.

Eccolo Raffailuccie che attende all’altare la luce dei suoi occhi. Gesummóina è emozionata. Si inginocchia insieme a lui stando ben attenta a che un lembo del suo abito, che aveva tre spille appuntate, restasse sotto il ginocchio dello sposo, così come le aveva raccomandato la commara Pappənella: lo avrebbero legato per sempre a lei!

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Copyright: Altosannio Magazine 
EditingEnzo C. Delli Quadri  

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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