Furto di immagini ed emozioni

 Racconto di Domenicangelo Litterio

 

Quando entro in chiesa il 7 agosto alle 8,00 so già che è un giorno di grandi occasioni; molti gruppi di pellegrini sono già arrivati con i pulman parcheggiati in piazza. La prima sosta avviene davanti al bambino di cera, collocato dentro una piccola urna, all’ingresso secondario della chiesa.

Davanti al Santo c’è già grande ressa; le mani sono protese al bacio che s’interrompe sul vetro dell’urna. Fra poco un uomo del “comitato”, approfittando di qualche attimo di relativa calma, cercherà di ripulire rapidamente i vetri, con un panno bianco.

Celenza sul Trigno Statua di San Donato

Molte donne reggono i bimbi in braccio, li ostentano davanti al Santo, sollecitano i piccoli a “mandare un bacino”. Il flusso delle offerte è continuo; si fa ressa anche davanti al tavolo del “comitato” ed a quello dietro al quale un giovane segna le messe. Un ragazzo poliomielitico strascina i piedi, accompagnato da una ragazzina di non più di otto anni, sicura e disinvolta nel suo ufficio di guida. Li ritroverò, tra poco, all’uscita della chiesa; il ragazzo ripone in tasca un piccolo portafogli che ha riordinato con grande difficoltà e molto puntiglio per tutta la traversata di ritorno. Una donna fa benedire un bel bambino di qualche anno di età; egli guarda con grandi occhi don Nicola che asperge; strizza gli occhi alle gocce di acqua santa che lo investono.

Celenza Reliquia di San Donato nelle mani di Don Nicola

Due persone trasportano fino alla mia postazione due sacchi di grano; serviranno a bilanciare il peso del ragazzo sulla grande bilancia di legno: da una parte il ragazzo, dall’altro tanto grano quanto è sufficiente per creare l’equilibrio. Nico e Manuela: Nico ha gli occhiali, è un bimbo di tre anni, ha il sorriso sempre stampato sul volto; la ragazzina è più attenta e seria, si lasciano benedire ed infine accarezzare. I loro genitori sono commossi ed anche un poco impacciati. E’ ora la volta di Massimo, otto anni circa; don Nicola legge le preghiere di rito. Gli è accanto la mamma Massimo è di Furci, dice.

Molti dialetti si intrecciano e si confondono: quelli di San Buono, Carunchio, Torrebruna, San Salvo, Castiglione, Schiavi, corposi e un po’ chiusi; e quelli molisani con tante “i” e vocali più aperte: Poggio Sannita, Trivento, Roccavivara

Per le donne l’identificazione di provenienza è più agevole. Due parole in romanesco annunciano il devoto di Schiavi d’Abruzzo al quale la donna che gli cammina al fianco ricorda qualcosa nella più radicale assonanza locale. Anche il vestire ricorda che la donna è rimasta a casa durante il periodo in cui il suo uomo è stato emigrante; entramnbi, però, bene in carne e coloriti, viso rotondo e capelli color della restoppia. I devoti di Castiglione, vivaci nel gesticolare, a stento capaci di modulare la voce in sintonia con l’ambiente, si richiamano in continuazione e tendono a raggrupparsi; gutturali le voci dei maschi, più gentili e penetranti quelle femminili. Il devoto di San Salvo, composto e prudente, visitatore fedelissimo, è qui per compiere una promessa e si vede; dopo aver dato brevi occhiate in giro, sosta a lungo davanti a S. Donato. Le donne anziane portano quasi tutte il fazzoletto a coprire la testa con i capelli bianchi; nero il fazzoletto di quelle che sono in lutto ( tantissime); di seta colorata quello delle altre; spesso dalla testa lo calano sulle spalle: è un segno di libertà.

Fanciulle  dall’atteggiamento di sufficienza e di distacco  seguono i parenti più anziani; alcune hanno ottenuto un indumento più adatto all’ambiente, come rimedio provvisorio; appena fuori dalla chiesa riguadagneranno la libertà della loro moda. Ecco una donna con le stampelle. Ricordo soltanto ora di aver lottato contro storpi e disgraziati di ogni genere, stanotte in sogno: esito della ricognizione fatta ieri nella stessa chiesa. Non so più bene cosa volessero da me; cercavano di travolgermi, imbestialiti e sbavanti. La chiesa si ricompone per una nuova celebrazione, mentre don Nicola con la stola rossa continua a benedire i bambini che gli vengono presentati. Questo bambino che riceve una carezza speciale si chiama Alessio; la madre dice di essere di Roccaspinalveti. Un signore di mezza età, di corporatura robusta, con le punte dei piedi completamente rivolte verso l’interno, avanza barcamenandosi. Ha la giacca sulle spalle e un grosso rosario tra le mani. Garofani e gladioli rossi, in bella confezione, vengono depositati a fianco della statua; le portatrici si fermano a osservare l’effetto d’insieme.

Va bene, va bene.

Ancora e sempre bambini al braccio dei genitori; carrozzine qua e là in parcheggio insicuro, ostacolano il passaggio. Costretto ad un angolo dalla folla che preme non riesco più a sentire i dialetti e identificare i gruppi; ma questa nuova condizione di osservatore disimpegnato mi piace non poco: non sono più dipendente dalla mia biro né dalla mia macchina fotografica. Questi due giovani che mi passano ora accanto devono essere fidanzati, e innamorati; li ho notato in precedenza mentre osservavano il bambinello di cera all’ingresso della chiesa; s’infilano nel gruppo più folto che assedia la statua, guardano un momento; lei cerca la mano di lui, invano, per un momento perché il ragazzo è strattonato e non riesce a rimanere a contatto. La ragazza  volge lo sguardo tutto intorno, con apprensione.

Non c’è tempo per le soste davanti alla statua di S. Donato; bisogna “sfilare” in fretta, mandare al volo un bacio al santo, non dimenticare l’offerta e prendere una immaginetta. Questa gente flemmatica sembra gradire poco l’urgenza; c’è qualche spintone di troppo; qualche parola volgare vola non tanto sommessa; un bambino chiede, piangendo, di uscire ma nessuno lo ascolta. Viene a sedersi vicino a me una donna con il viso bruciacchiato e ritratto, il naso molto tirato in su per la scottatura; intuisco la proposta che viene ad offrire ed ancora oggi, mentre scrivo, mi pento dello scetticismo con cui ho guardato S. Donato. Si continuano a portare sacchi di grano per la pesatura; gli ultimi due sono per Daniele e Carmine Cinelli, bimbi di Schiavi d’Abruzzo, razza montanara, tutto a buon peso, perfino la bontà. Impettito e affaccendato, con un cono di gelato in bocca, non riesco a domandare il nome di questo bambino grassottello, di sei anni; “Gabriele Rocco di Dogliola”  mi informa subito don Nicola. Il sacchetto di grano che lo ha preceduto è pure di buona misura; auguri, ragazzo. La madre di Cinzia Piccirilli di Roccaspinalveti, trova, tra gli ex voto, la foto di sua figlia; “ manco da quattro anni, sono stata in Svizzera,…” Depongono l’offerta gruppi di Torrebruna, di Castiglione, Schiavi, Dogliola, Palmoli, Fresagrandinaria.

Nel gruppo di Dogliola c’è Gabriele Armando, cinque anni; ha portato maglietta, calzoncini canottiera a benedire; quando mai li avrà indossati, sono così minuti! La mamma dice che è un diavolo “me fa passà li guai!…”. Don Nicola continua la sua breve liturgia ed asperge il piccolo Armando,”… e per intercessione di S. Donato liberalo da ogni tentazione diabolica…”. Una donna, in evidente difficoltà, si appoggia alla testa di ciascun banco mentre avanza. Arriverà. In fondo alla chiesa noto che molti si fanno fotografare a fianco del bambino di cera ( desiderio di maternità e paternità putativa?). Una donna mi chiede se il bambino è vero corpo imbalsamato; io, colto di sorpresa, la guardo con un sorriso; la donna crede di capire e si allontana con un cenno  d’intesa. All’improvviso un tonfo mi scuote: un uomo è caduto di schianto tra me e la statua di S. Donato. Il robusto maresciallo dei carabinieri, di guardia alla statua, se lo vede disteso davanti, con la testa quasi tra i suoi piedi. Rimane, per un attimo sorpreso ed interdetto poi lo solleva tra le braccia, con grande fatica e lo porta fuori come un fratello ferito. Sorge un brusìo appena contenuto. L’atmosfera è molto tesa. La chiesa è gremita dalle otto di stamane e sono quasi le 13,00; non c’è più aria da respirare. All’aria aperta il signore rinviene, assistito dal dott. Quinzii; si pone a sedere, asciugandosi il sudore freddo dalla fronte e dalle tempia. Si chiama Paolo de Santis, è di San Salvo ed ha percorso per devozione, tutta la strada a piedi, da San Salvo a Celenza, seguendo la fondovalle Trigno.

E’ giunto a Celenza in tempo per la messa di mezzogiorno, si è infilato in mezzo alla calca ed è riuscito ad approssimarsi al Santo cadendo, infine, esausto, ai suoi piedi. Al termine della messa si snoda, infine, la solenne processione. Il Santo viene portato dalle donne, ma nelle zone più disagiate del percorso, i giovani intervengono a sostenere lo sforzo maggiore, restituendo, però, la pesante statua nelle strade pianeggianti e negli spazi più agevoli. Questa usanza ha indotto alcuni antropologi a sostenere che la donna si sente o è ritenuta responsabile dei mali dei figli e dunque tocca a lei espiare. Quasi per intesa tacita i devoti di Celenza consentono che siano i “forestieri” a partecipare a questa processione; ed infatti i cittadini locali fanno ala al passaggio della processione quasi come ad uno spettacolo, commentando, non senza compiacimento, la grande partecipazione di gente. Diversi dialetti si evidenziano nei momenti di sosta della preghiera e del canto. Il gruppo di Castiglione intona ed esegue più volte un canto popolare; vedo il collo di un cantore diventare taurino con le vene in evidenza; rosso in volto dispiega la sua voce fino alla raucedine che immancabilmente arriverà prima della conclusione del canto. Ho registrato canzoni e preghiere; a risentirle si prova una nuova emozione, si rivedono i volti partecipativi, si risente l’asma dei più anziani lungo la salita di Porta da Piedi.

…..

Celenza sul Trigno Processione di San Donato


La processione compie il suo tragitto e finalmente rientra in chiesa trascinandosi dietro una marea di gente. Subito, a squarciagola, si leva il canto del commiato: “cerchiamo la licenza – che dovemo riturnà…”. L’ambiente è pieno della voce di padre Eusebio, tornato gesticolante, rivolto alla folla per il saluto. “Pace e bene” ripete migliaia di volte ai presenti “ perché nel mondo intiero regnino la pace e la fratellanza mentre celebriamo la festa del nostro glorioso patrono Santo Donato; gli uomini cessino di costruire armi e dilapidare i sudori degli uomini e le risorse dell’umanità per costruire armi”. Pace e bene a te, padre Eusebio; forse ti penso come non sei; pace e bene, con tutto il cuore. Padre Eusebio, incurante della mia curiosità, continua di slancio: “ si pensa solo a mangiare e bere, e non si pensa all’anima, alla morte; questa società è senza Cristo, ha bisogno di S. Donato” Pace e bene a te, padre Eusebio. Sono distratto da un uomo che porta vicino alla postazione del “comitato” un sacco di grano: Anna Maria d’Alò, di Mafalda, una bella bambina di due anni portata in braccio dalla mamma, si presenta davanti al parroco per essere benedetta. Sono attento al colloquio che si svolge tra don Nicola e la madre di Anna Maria.

La madre ringrazia don Nicola, “non lo fa più” dice sommessamente “ dall’anno scorso, non lo fa più”. C’è un momento di pausa e la mia curiosità aumenta. “Si faceva nera nera, da quando è nata, ma adesso non lo fa più, l’affido a San Donato”. “Occorre molta fede” dice don Nicola “pregate e abbiate fede, e Dio conservi sana e buona questa bella bambina”. La madre accenna ripetutamente di si, con la testa, assicura che l’anno prossimo porterà una fotografia e una catenina d’oro. Mi interesso ancora alla piccola Anna Maria mentre i fedeli escono lentamente dalla chiesa. La madre racconta di aver avuto la bimba dopo dodici anni di matrimonio; ha atteso tanto tempo, l’ha avuta, ma la bambina, appena nata, ha spento il sorriso sulle labbra della madre; si è subito ammalata, “ si faceva nera nera…”. Il senso sinistro di quelle parole mi accompagna mentre a mia volta esco dalla chiesa; sulla soglia mi volto a guardare la piccola che gioca coi capelli della madre. Il sole la inonda, sulla soglia, la vedo in trasparenza, più piccola, diafana.

Mi sorride.

Ritorno alla mia casa, anch’essa rumorosa e in festa e mi sorprendo a pensare a quella mano di donna che cercava la mano del compagno; all’indefinibile smarrimento sul volto di quella donna.

Tratto da: Domenicangelo Litterio, Celenza sul Trigno e il culto di San Donato, Editrice Itinerari, 1993, Lanciano (CH).

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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