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Fuoco Sacro e Propiziatorio: Le ‘ndocce di Agnone

di Domenico Meotratto da Riti e Feste del Fuoco – Volturnia Edizioni
e di Vittorio Labanca
(sue, le splendide foto)

N’docciata di Agnone – Foto di Vittorio Labanca

La ndòccia è cosa antica . . . dicono i contadini di Agnone, intenti alla costruzione.

Al di là della sua spettacolarità, la Ndocciata (sfilata di torce) di Agnone è una festa tradizionale, permeata di religiosità popolare, che è rimasta sostanzialmente invariata malgrado il disfacimento della società agro-pastorale che l’aveva prodotta.

É la veìrja (la vigilia di Natale). All’imbrunire, quando “sferra”  il campanone di Sant’Antonio i protagonisti, radunati dal pomeriggio nella periferia nord di Agnone, accendono le 1000  ndòcce e s’incamminano lungo il corso principale che diventa simile ad un gigantesco fiume di fuoco.

I portatori (contadini, tutti uomini) provenienti dalle maggiori contrade (Sant’Onofrio, Guastra, Colle Sente, San Quirico) e rioni agnonesi (Gruppo Capammonde e Capabballe), recano sulle spalle singole fiaccole, o costruzioni a ventaglio, che raggiungono anche ventiquattro elementi di fuoco per un peso di circa 150 Kg e un’altezza che sfiora i quattro metri.

Per la preparazione delle ndòcce (torce) si utilizza il legno di abete bianco. Il tronco, tagliato in pezzi di circa un metro e mezzo e privato della corteccia, viene ridotto in sottili listelli (scaróichž), successivamente assemblati e legati fra loro in maniera circolare. A mano a mano che si procede in altezza, si aggiungono rami secchi di ginestra, per aumentarne lo spessore e l’infiammabilità.

Scene di vita agreste a cui partecipano anche le donne, completano la sfilata. A conclusione le ndòcce vengono ammonticchiate in un unico grande rogo denominato “falò della fratellanza.

La sera della Vigilia di Natale, le ndòcce di Agnone rievocano l’antica festa della luce, oggi nascita del Redentore. I veri attori sono i laboriosi contadini che ripropongono l’antico rituale agreste-propiziatorio.

Mol­teplici sono i significati del rito delle ndòcce: purifica­re, propiziare, annientare o allontanare entità malefiche, proteggere, rinnovare, aiutare il debole sole in questo passaggio critico del solstizio. I riti del fuoco manifestano una cerimonialità intesa a rifondare ciclicamente il tempo, la natura e la società, la vita stessa dei singoli individui.

Il fuoco ha biso­gno anche di essere rinnovato, rigenerato: la fiamma esprime una purezza e una tensione creativa che necessitano di periodiche conferme, di rituali re-inizi, di una re-installazione fra gli uomini, che sia continua eppure sempre nuova, sempre giovane. La fiamma non deve mai avere il sapore del vec­chio, del passato e deve sempre essere associata a una nascita, all’idea dell’origine, all’attesa del futuro.

Vigilia di Natale

I pagani dell’antica Europa festeggiavano il solstizio invernale con l’accensione di grandi fuochi propiziatori. È chiaro che le giornate iniziano ad essere più lunghe e questo momento è stato sempre accolto favorevolmente perché fortemente positivo e inteso ad esaltare le virtù della luce, simbolo imprescindibile del divino, sull’ oscurità, foriera di disgrazie, sorti avverse e guai. Le Sacre Scritture non citano la data esatta della nascita di Cristo, ma l’accenno al solstizio è evidente nel calendario Giuliano che il 25 dicembre celebrava la nascita del sole.

L’espressione più evidente di tale culto è rappresentata dal dio iraniano Mithra, emanazione solare di Ahura-Mazda. Egli è il sole invitto, segno di aurea conoscenza, purezza e immortalità.

Il Frazer riferisce che religioni come la siriaca e l’egizia, festeggiavano la nuova luce nella stessa data, rendendo omaggio alla Vergine Celeste, ed esponendo un Bambino al culto dei fedeli, quale rappresentazione del sole neonato.[2]

Il culto solare affermatosi in Siria in seguito si espanderà in tutto il mondo romano. Il trionfo avverrà con Aureliano che si era imposto in battaglia perché, secondo la leggenda,  aveva sognato il dio Sole.

Successivamente fu l’imperatore Costantino a trasformare il Natalis Solis Invicti nel compleanno del Redentore, istituendo in pratica il Natale.

Con la caduta dell’impero romano e le successive invasioni di popoli autenticamente pagani si mescolano ulteriormente le carte. La Chiesa fu abile a far perdere le tracce nella memoria popolare, trasformando gli antichi riti in usanze cristiane.

La sera della vigilia di Natale, fuochi, torce e torcioni ardenti, continuano ad illuminare borghi e “rue” del Molise.

Molto particolare è il rituale che si svolge ad Acquaviva Collecroce, denominato in lingua slava smrčka, che vuol dire ginepro. Tale significato si conserva solo a Montemitro, altro paese molisano-croato, mentre è andato perduto ad Acquaviva dove, con la parola smrčka, si indica la torcia di Natale.[3]

In Natale Molisano è riferito che «Quasi un secolo fa, l’usanza fu descritta da Milan Resetar (il quale riportò anche notizie riprese dagli studi di Antonio Baldacci): Appena si fa buio, i giovanetti, facendo molto rumore, vanno di casa in casa con le smrcke ossia le fiaccole realizzate con ramoscelli di ginepro. “Il fidanzato porta il bastone (vale a dire la smrcka) nell’abitazione della sposa, dove, infine, lo fa bruciare nel focolare di casa. A San Felice la smrcka si chiama prejo” [Baldacci, p. 54]. Nel camino di casa viene posto, dal capofamiglia, il badnak – il ceppo di Natale tipico dei serbocroati – sul quale deve ardere il fuoco per tutta la notte, così come resta apparecchiato per l’intera notte il tavolo con le candele accese. Purtroppo queste usanze natalizie sono in forte declino, e ho incontrato anziani che non conoscevano neppure il nome badnak; altri, invece, che non lo chiamavano più con tale antichissimo vocabolo slavo, bensì alla maniera italiana: coup dobozie (ceppo di Natale) [Resetar, c. 124]».[4]

La tradizione della smrčka, nella sua espressione originale, si è conservata fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso. Essa è durata fino a quando l’emigrazione degli anni ’50 ha dissipato il tessuto sociale della comunità, riducendo la popolazione dai 2500 abitanti del 1947-48 ai 1100 del 1970. Per allestire la smrčka si sceglieva una quercia o un olmo di dimensioni opportune e con almeno tre rami adatti a fare da treppiede. Solitamente si adoperava l’olmo che facilitava l’immissione della legna, essendo più flessibile. Spaccato a croce il tronco, vi si inseriva un cerchio di ferro che proteggeva la sua apertura a mano a mano che si immettevano i cunei di legna. Una volta pronto, assumeva la forma di un grande calice. Il peso poteva raggiungere gli ottanta chili e un diametro massimo di settanta centimetri. Pur sapendo che era faticoso spostarla, si sfidavano a chi la faceva più grande.

I veri protagonisti erano i giovani che, in gruppi di quattro o cinque, costruivano la propria smrčka. Ne erano molte e, allestite in paese o preparate in campagna, la sera della vigilia di Natale, una volta accese, si portavano a spalla, sotto le finestre delle ragazze e iniziava così una sorta di serenata e ogni giovanotto ci teneva a mostrarla innanzi la casa dell’innamorata. Se poi il giovane era fidanzato, po zarkom si diceva, aveva il dovere di portare la smrčka alla sua “bella”. Le comitive, più o meno numerose, accompagnavano il gruppo fra canti e scherzi. Con dei robusti bastoni simili a clave chiodate, si colpivano le braci che cadevano dalla torcia, ottenendo effetti simili a quelli dei petardi. Spesso, però, i bastoni chiodati si adoperavano negli scontri che accadevano quando due gruppi antagonisti si contendevano il posto sotto qualche finestra particolarmente ambita. Allora erano davvero fiamme e fuoco! In proposito gli anziani ricordano zuffe memorabili.

Naturalmente, dopo il giro, la  smrčka «si portava accesa davanti alla Chiesa e si adagiava ai lati dell’ingresso principale in occasione della messa notturna, per illuminare il sagrato e la piazza antistante».[5]

Attualmente, dell’antico rito, è rimasto ben poco e la sera del 24, verso le nove, si accende una sola smrčka in piazza Nicola Neri. Purtroppo il torcione non è più autentico ed è composto da una struttura di ferro, alta più di due metri, a forma di cono rovesciato, poggiante su tre piedi. La smrčka, in attesa della nascita del Bambino, viene benedetta dal sacerdote e ammirata da quanti si recano in chiesa.

Il rito del fuoco più imponente e dinamico del Molise è la sfilata delle ndòcce di Agnone. La sua storia, certamente di antica data, stando al lavoro di ricerca svolto, offre testimonianze scritte a partire dalla seconda metà dell’800. Pagine intrise di sentimenti, che descrivono con chiarezza il cerimoniale igneo, sono impresse nei periodici locali Aquilonia (1884-1889), L’Eco del Sannio (1894-1938), Il Cittadino Agnonese (1900-1904), Il Rinnovamento (1911-1913), La Fucina (1950-1979) e L’Eco dell’Alto Molise, dal 1981.

Per riportare la notizia più remota fino ad oggi ritrovata, «riesce acconcio un ricordo storico. Nel 1870, l’allora sindaco Giuseppe Tamburri, per festeggiare La Presa di Roma, voleva che la fiaccolata di Natale, invece di svolgersi per salita Castelfidardo, [l’attuale via XI Febbraio che immette in via Castelfidardo Soprəcòllə] come sempre è stato fatto, proseguisse per il Corso. Infatti all’imbocco di salita Castelfidardo, i contadini – che non erano stati avvertiti – trovarono un cordone di guardie e di cittadini. Ma essi, indignati per quello che credevano un’offesa alla loro tradizione, voltarono le fiammeggianti fiaccole contro il cordone, che cedette al tremendo linguaggio del fuoco e seguirono la via che sempre avevano fatto».[6]

Nel 1884 «malgrado il cattivo ricolto e la triste memoria del colera, il Natale in Agnone si è passato allegramente. Il 24, Vigilia, a dispetto delle strade piene di loto, molti e molti cittadini convenivano nel largo dell’ex Fontana Rosa, [era situata al posto dell’attuale monumento a Libero Serafini] per vedere lo sfilare delle fiaccole portate dai contadinotti, che dalle masserie entravano in città, ordinati e in fila. Il piffero e la cornamusa coincidevano a rintronare nel vasto largo fra lo scoppiettìo delle innumerevoli fiaccole. Fu un colpo d’occhio ammirevole e stupendo, degno veramente della tradizione».[7]

Così nel 1895: «la sera della vigilia avemmo la tradizionale féerie delle torce. Essa a parere dei vecchi, va perdendo d’intensità; ma pei giovani ha ancora un’attrattiva. Quei pastori che dalla Aquilonia e dalla Istonia invadono la città, con grandi ondate di fiamme crepitanti, sull’imbrunire, danno un effetto fantastico. E quest’uso inveterato lo troviamo anche a Pietrabbondante, a Bagnoli del Trigno, a Capracotta e in altre terre vicine. […] Il giorno di Santo Stefano abbiamo avuto il solito giro vertiginoso dei cavalli, muli e asini, più o meno bardati, intorno alla chiesa di San Nicola ed alla piccola chiesa di Sant’Antonillo, con discreta elemosina a quelle chiese, dopo la relativa unzione ai quadrupedi per preservarli dai dolori».[8]

La tradizione continua con entusiasmo anche agli inizi del Novecento: «Su l’imbrunire, al suono del campanone di Sant’Antonio, dalle Civitelle scendono tutti in ordine, centinaia di nostri contadini, portanti le loro fiaccole ardenti. Tutti si dirigono verso casa loro, (la maggior parte trovansi in parrocchia di Sant’Antonio) altri vanno a fare omaggio alle loro fidanzate con spari di bombe carta. Lungo la via della circonvallazione altro spettacolo commovente, tutti i fabbricati rurali sono illuminati con fiaccole da chi è rimasto a guardia delle campagne e del gregge».[9]

Prima, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, non si hanno notizie inerenti il rito perché L’Eco del Sannio non fu pubblicato.

Nel 1929: «Non è mancata la fiaccolata che i nostri bravi contadini […] fanno […] tornando in paese dalle loro case coloniche. È questa una antica e forse la più bella tradizione agnonese, […] purtroppo tende a diminuire con la minaccia di poter cessare. […] A tale scopo noi ci facciamo promotori di una iniziativa, che certamente incontrerà il favore della cittadina. Bisogna istituire tre premi: uno individuale, da assegnare a colui che porta la ndòccia più bella e più ben fatta; il secondo al gruppo più numeroso; il terzo alla casa colonica più riccamente illuminata dalle torce».[10]

Per assistere alla prima gara delle ndòcce si dovette attendere la vigilia di Natale del 1932. Il merito fu soprattutto dell’agnonese Paolo Borsella che da New York inviò cento lire al direttore de L’Eco scrivendogli: «Accludo lire cento e formulo l’augurio che la pittoresca usanza che ci rammenta le dolci ore della nostra infanzia, possa di nuovo rivivere e dimostrare che il vecchio spirito agnonese è assopito, ma non completamente spento».[11] Merito, quindi, de L’Eco del Sannio se le “ndocce” sono tornate all’antico splendore. Realizzazione che è stata possibile perché sorretta dal Commissario Prefettizio, dal sindacato dell’Agricoltura e dall’efficace oblazione inviata da New York da Paolo Borsella.[12] «L’organizzazione della fiaccolata è stata curata nei più minuti particolari. Il Commissario Prefettizio Seniore Eugenio Iannone ha all’uopo nominata una commissione. […] Il comitato […] dopo aver stabilito le modalità della fiaccolata e il criterio con cui i premi sarebbero stati assegnati, rese tutto di pubblica ragione con il seguente manifesto:

1) La fiaccolata avrà inizio alle ore 17,30 annunciata dallo sparo di tre bombe carta e dal suono del campanone di Sant’Antonio.

2) La fiaccolata sfilerà per il Corso Vittorio Emanuele fino al largo dell’Annunziata.

3) La commissione, con giudizio insindacabile, assegnerà i seguenti premi: lire duecento (lire 100 ciascuno ai gruppi più numerosi); un primo premio di lire 30, un secondo premio di lire 25, un terzo premio di lire 20, un quarto premio di lire 15, un quinto premio di lire 10 alle più belle ed artistiche torce».[13] «Il manifesto ebbe il consenso unanime di tutti i cittadini, consenso che si manifestò la sera della vigilia di Natale. […] Alle 17,30 lo sparo di quattro bombe carta annuncia l’avvicinarsi delle ndòcce; suona, subito dopo, a distesa il campanone di Sant’Antonio, parte dalla folla un urlo di entusiasmo che si propaga lungo tutto il corso. Vi è da entusiasmarsi davvero! Dalla via Istonia e dalla via Aquilonia avanzano due torrenti di fuoco che si congiungono e si fondono in piazza XX settembre. È spettacolo fantastico ed indimenticabile. È come una colata di lava vulcanica che avanza lentamente lungo il Corso Vittorio Emanuele, mentre l’algida serata dicembrina si riscalda alla luce di tante e numerose fiaccole».[14] «Quasi duecento nostri rurali, divisi in due gruppi, avanzano disciplinatamente e, miracolo del fascismo, per la prima volta, dopo tanti secoli, essi, col fiammeggiante fulgore delle ndòcce sorpassano salita Castelfidardo e sfilano per il corso fra un delirio di popolo plaudente. […] Precede il gruppo Colle Tocce, segue il gruppo Sant’Onofrio, entrambi stupendi. I rurali si sono sbizzarriti nell’accomodare le enormi fiaccole e se ne ammirano di artistiche costruite a corona di sette fiamme, raffigurante il Fascio Littorio, o con il ritratto del Duce, o intramezzate da bengala multicolori».[15]

«Con il massimo ordine la fiaccolata ha termine, mentre ogni contadino seguendo l’antica tradizione, porta la ndòccia sotto la casa della fidanzata per poi, con i residui di essa cuocere i tradizionali fedelini. La commissione […] pur trovandosi imbarazzata per l’assegnazione dei premi, essendo le fiaccole numerose e bellissime, li ha così ripartiti: ai due gruppi lire cento cadauno; premio straordinario di lire trenta a Sabatino Mastronardi [detto Munachiéllə], premio straordinario di lire venti a Marcovecchio Domenico [detto ru Sinəchə] ambedue per carro con ndòcce».[16]

Il premio, il più delle volte, può diventare un’arma a doppio taglio!

«Quest’anno [1933] è mancata una preparazione tempestiva, non vi è stata organizzazione. E pertanto non è mancato qualche malinteso, per cui il gruppo di “Colle Toccia” ha defezionato ed è entrato in città a torce spente! […] Gli altri gruppi, però, hanno ben fatto e ben meritato».[17]

Nel 1934, la vigilia a sera «una vera folla di popolo si riversò al largo Vittoria e al Corso 28 ottobre; ma rimase delusa, perchè i non numerosi portatori di ndòcce non sfilarono compatti per Corso Vittorio Emanuele, ma giunti in piazza Vittoria si divisero in due gruppi, dei quali il maggiore, si recò al proprio rione di S. Antonio».[18]

L’anno successivo, con forte delusione per il pubblico accorso «le ndòcce mancarono o meglio i rurali, salvo qualche eccezione, entrarono in paese a lumi spenti per poi accendere le ndòcce vicino alle proprie case. Tutto questo perchè sono mancati i premi».[19]

Siamo nel 1936: «Molti contadini hanno preferito accendere e far consumare le torce innanzi le proprie case rurali. Così hanno fatto quelli delle masserie Marcovecchio in contrada Vallone del Cerro, i quali disposero le torce in modo che accese formassero la scritta “Viva L’impero”, visibile anche dalla circonvallazione».[20]

Nel 1937 «grazie all’attività di un comitato […] che riuscì a raccogliere i fondi per la costituzione dei premi, la sfilata delle ndòcce fu molto bella. Il primato spettò al gruppo di Colle Tocce ma interessante fu anche quello di Sant’Onofrio».[21]

L’anno seguente «è mancata la sfilata delle torce, esse – come d’uso – ardevano presso tutti i portoni dei nostri rurali a salita Castelfidardo, a Sopracolle, a via Fanti e S. Antonio, preventivamente portate spente. Il pubblico ha constatato la solidale intesa che c’era fra i nostri rurali, e da alcuni si è detto che la colpa era di chi aveva istituiti i premi».[22]

Nel 1938 L‘Eco del Sannio cessa la sua attività.

Del 24 dicembre 1945, la prima vigilia del dopoguerra, abbiamo una bella testimonianza di Salvatore Galasso: «Com’è noto, durante i cinque anni del conflitto, la ndocciata era sospesa a causa dell’oscuramento antiaereo. Ebbene, rientrando da Napoli […], l’autocorriera su cui viaggiavo oltrepassò Col Mingone da cui si offre la visione della valle del Verrino e di Agnone lontana. Ai viaggiatori, stupiti ed ammirati, si presentò uno spettacolo indimenticabile che, penso, abbia commosso tutti. L’ampia conca della valle era punteggiata dalle luci di centinaia di fiaccole che i contadini, dopo cinque lunghi anni di divieto, avevano potuto accendere davanti alle loro masserie. […] Scendendo verso il torrente, incrociammo alcune ndocce ai bordi della strada. Il vento e la corsa dell’autocorriera deviarono nugoli di faville verso di noi tanto che il conducente, tra divertito e preoccupato, esclamò: questa sera mi bruceranno il pullman!».[23] 

Trascorsi i terribili anni della Seconda Guerra Mondiale, nel 1950, nasce il periodico mensile indipendente, “La Fucina”.

In questi anni la fiaccolata della vigilia rischiava di scomparire. Nel 1955, così come avevano fatto nella seconda metà degli anni ’30, i contadini, «alla sfilata con le torce, hanno egoisticamente preferito i falò davanti le proprie abitazioni».[24]

Nel frattempo, su alcuni giornali, si lanciava la proposta di costituzione di un’associazione Pro Agnone. Ci furono subito risposte di lode all’iniziativa, ma anche riserve e scetticismo.[25] Finalmente, per lo sviluppo turistico di Agnone, nel 1956 nasce l’Associazione Turistica Pro Agnone (l’attuale pro loco). Il suo primo presidente fu il teologo Mons. Nicolino Marinelli a cui subentrò in maniera operativa il maestro Costantino Mastronardi. Questo evento segnò un momento di forte ripresa e continuità per il rito delle ndòcce, che da allora, non si è mai interrotto.

Agli inizi di dicembre dello stesso anno, il segretario della pro loco Michele Di Ciero, così esordiva su La Fucina: «Quest’anno vogliamo che le strade di Agnone si illuminino ancora alla vampa delle torce. Quando ci è sorta l’idea, abbiamo avuto immediata certezza di riuscita. […] Il ripristino della fiaccolata, sarà indicativo per la vitalità di un organismo nascente, la Pro Loco».[26]  Nel mese di gennaio comparve a caratteri evidenti l’articolo, sempre del Di Ciero, “Sono tornate le ndòcce”: «Il numero delle “ndòcce” non è stato assai elevato, ma  […] rotto il ghiaccio si potrà senza dubbio fare meglio, […] il che sarà compito della Pro Agnone».[27]

Nel 1964, alla tradizionale sfilata di torce, fu abbinato per la prima volta, il Presepe Vivente recitato e sceneggiato. Gli anni Sessanta del secolo trascorso furono contrassegnati da una bella ripresa del cerimoniale, cosa che non avvenne per buona parte degli anni Settanta.

Chi qui scrive, ricorda che intorno al 1975, le poche ndòcce erano portate a spalle dai giovani “cittadini”, mentre, nella vasta campagna agnonese, le torce accese la sera della vigilia di Natale si contavano a centinaia e in città ardevano davanti le case. Al corteo di torce fiammeggianti si aggiunsero: scene di vita agreste su carri agricoli a trazione meccanica e, per la prima volta, parteciparono le donne in costume tradizionale contadino. Queste innovazioni, utili per la continuità, intaccarono non poco il patrimonio  simbolico-tradizionale, rimasto intatto fino a quel momento.

Da circa un quarto di secolo, l’ancestrale cerimonia ignea, vive emozioni in crescendo. Nel 1983 viene riconosciuta manifestazione turistica a carattere regionale, essendo fra quelle di maggior rilievo turistico-culturale della Regione Molise. Negli anni successivi, il numero delle ndòcce che partecipano alla sfilata, aumentano da 50 a 200 e i gruppi partecipanti, da due, diventano quattro.

Nel 1990, grazie all’ottima organizzazione della pro loco, le torce raggiungono il numero di 400, aumentano i portatori di ndòcce e i figuranti, viene istituito un regolamento ai fini della gara e presentato al pubblico il trofeo di bronzo realizzato dall’artista agnonese Ruggiero Di Lollo, rappresentante un contadino con dodici ndòcce sulle spalle, che ogni anno veniva consegnato al gruppo primo classificato.

Dal 1991 al 1995 le ndòcce accese aumentano da 500 a 800 e i gruppi delle contrade diventano cinque, con relativa garanzia di spettacolo scenico e coreografico.

Due pagine di storia indelebili segnano l’approssimarsi del terzo millennio. Il 19 marzo 1995 la città ospita S.S. Giovanni Paolo II. L’8 dicembre 1996, in occasione del 50° anniversario di sacerdozio del papa, le ndòcce infiammano piazza San Pietro.

Ad Agnone, il pontefice, al suono delle squillanti campane, esprime riconoscenza e offre conforto: «Grazie per questa accoglienza […]. Valeva la pena di venire qui […], valeva la pena perchè ha trovato accoglienza nella cittadina piccola di Betlemme […]. Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento. Non rinunciate a progettare il futuro».

L’otto dicembre 1996 piazza San Pietro diviene teatro di usi e tradizioni molisane, i trenta gruppi folkloristici con i loro stupendi costumi inscenano uno spettacolo fra una miriade di colori, danze e suoni.[28] Al termine dell’Angelus, il papa esprime il suo caloroso saluto: «Vedo presenti nella piazza alcuni gruppi molisani con i loro costumi tradizionali. Dò il mio cordiale benvenuto in attesa dell’incontro di questa sera».

Radio Vaticana trasmette in diretta la lunga ed indimenticabile giornata. L’evento, offerto in diretta nazionale da Rai 3 Molise, diffuso via satellite in Europa, il giorno dopo viene diramato in Australia, Canada e Stati Uniti.

Il sogno diventa realtà, il campanone di San Pietro, suonando a distesa, annuncia l’inizio del rituale. Nel contempo le cento campane di Agnone suonano a festa: in testa la campana maggiore di Sant’Antonio. Si spengono le luci, i cuori palpitano, inizia lo “spettacolo”.

Cominciano a sfilare i gruppi folkloristici, seguono i cavalieri del tratturo e quindi gli zampognari. La banda della Polizia esegue la Pastorale agnonese del Gamberale. Il grande corteo dedicato esclusivamente alle ndòcce si apre con i figuranti: donne, uomini e bambini in costume contadino, che recano lo stendardo delle varie contrade. Segue il grande fiume di fuoco, «le ndòcce procedono festosamente in una fantasmagorica scenografia, fra la destrezza e l’abilità dei portatori che intrepidi e gioiosi innalzano miriadi di lunghe torce fiammeggianti al cielo, che ride in un bagliore rosseggiante».[29] Da via della Conciliazione, il corteo percorre piazza San Pietro in senso orario, fino a raggiungere il lato della piazza che guarda alla finestra del Pontefice, dove le 1200 ndòcce bruciano in un unico grande falò detto “della fratellanza”.

Il papa entusiasta dei bagliori di luce offerti umilmente dagli agnonesi, al termine dell’evento, esprime parole di gratitudine: «Grazie per questo magnifico spettacolo; grazie per questo “Falò della fratellanza”! […] Saluto anche voi, pastori e contadini, protagonisti di così stupenda manifestazione di fede e di cultura, che anticipa l’annuncio gioioso del Natale del Signore. I vostri padri, convertendosi alla fede cristiana, hanno trasformato l’antico rituale pagano del fuoco solstiziale, in accoglienza festosa di Gesù, Luce del mondo. Il fuoco, benefico elemento di purificazione e di vita per gli esseri viventi, è diventato così segno di Cristo che, liberandoci dal peccato, ci dona la risurrezione e la vita. Le crepitanti fiaccole, splendendo nella notte, ricordano che è Cristo la vera luce che rischiara le tenebre del mondo. Recando sulle spalle le gigantesche torce di abete e formando quasi un fiume di fuoco per costruire il “Falò della fratellanza”, voi proclamate l’amore di Colui che è venuto a portare sulla terra il fuoco del Vangelo (cfr Lc 12,49). […] Oggi, solennità dell’Immacolata Concezione, vi affido tutti alla protezione della celeste Madre del Signore, e di cuore imparto a ciascuno, alle vostre famiglie, alla diletta Città di Agnone ed a tutti i molisani una speciale Benedizione Apostolica».

Il ricordo di questa giornata indimenticabile è ben impresso sulle pagine dei giornali e nelle stupende immagini delle televisioni.[30]

La sfilata delle ndòcce a Roma proietta la tradizione agnonese verso nuovi orizzonti. Continuano le attività e l’interesse per il rituale. Nel 1997 la  pro loco di Agnone ha allestito nei locali di fronte al convento dei Padri Filippini una mostra permanente della Ndocciata.

In occasione del Giubileo del 2000 e del quarto anniversario della “Ndocciata” in piazza San Pietro, ad Agnone, il cerimoniale delle ndòcce, per la prima volta, viene offerto sia l’8 che il 24 dicembre, con grande successo di pubblico. La doppia edizione, con chiari scopi turistici, sarà riproposta anche nel 2001, 2002 e 2004. A partire dal 1996, i gruppi delle contrade, rinunciando alla gara, sfilano tutti insieme per creare un interminabile nastro di fuoco che affascina gli astanti.

Accendere le ndòcce è cosa antica … dicono gli anziani contadini delle borgate agnonesi. Molti sono gli usi e le tradizioni legate a questa fatidica data e alle peculiarità dei fuochi magici.

Mentre la torcia ardeva, si traevano auspici: se soffiava la borea si prevedeva una buona annata.

Se la torcia schioppettava era di buon augurio, altrettanto se la fiamma era consistente, perchè spari e fuochi sono contro le streghe. Infatti, l’abete con funzioni apotropaiche, si fissava fino a non molti anni fa, dietro le porte delle case, sia in campagna che in paese.

Nei secoli scorsi, forse, la ndòccia serviva ai contadini per illuminare le malagevoli stradine che conducevano al paese, per recarsi alla messa di mezzanotte. Però, allo stato attuale della ricerca, nessun informatore, anche fra i più anziani, ricorda di essere venuto in paese con la ndòccia. Pertanto, possiamo solo supporre che anticamente, per la totale assenza di energia elettrica (solo nel 1886 le strade di Agnone furono illuminate a petrolio e nel 1904 entrò in funzione la centrale idroelettrica del Verrino) i contadini hanno usato la ndòccia. Questa nostra congettura è in un certo senso confermata da Giuseppe Cremonese nel Vocabolario del Dialetto Agnonese, alla voce ntorcia “torcia”: «Qui s’intendono le torce per lo più che si fanno con fastelli di rami o di liste di abete dai nostri giovani contadini, i quali sogliono accenderle la sera della vigilia del Santo Natale, e procedendo dalla campagna tutti riuniti in città, vanno a fermarsi, chi avanti le proprie case e chi in quelle dei padroni o parzionali, facendo scoppiare pure delle botte mentre suonano le campane delle chiese. E senti dire verso sera di quel giorno: ijeme, ijeme a vedeje les ntorce, meu arviéne da ‘n campagne; uh! quanta sò, vedaite,, cchiù de duciente! (andiamo, andiamo a vedere le torce, ora tornano dalla campagna; uh! quante ne sono, vedete, ne sono più di duecento!)».[31]

Una delle usanze meglio ricordate era quella di fare la cumbàrsa, fare la comparsa, cioè cumbarójjə, far bella figura, pavoneggiandosi agli occhi delle ragazze. Si gareggiava a fare la torcia più bella e compatta o quella che bruciasse di più; oppure, a sfilata conclusa, si recava la ndòccia sotto la finestra della ragazza che il giovane aveva prescelto per sposa. Se le finestre e il portone si aprivano, il pretendente veniva accolto con piacere e la ndòccia finiva di consumarsi, altrimenti, una “tina” di acqua spegneva la torcia e l’ardore dell’innamorato.

Altro uso praticato dai contadini che avevano l’abitazione in paese, era quello di recuperare i tizzoni della ndòccia che ardeva davanti l’uscio, per cucinare i tradizionali fedelini col baccalà (fədəlójnə chə la baccaleàna). Essi, oltre a farne un uso pratico, portando i fumacchi accesi in casa, per i principi magici innanzi citati, propiziavano la buona annata e purificavano la casa dalle streghe e dai malefici.

In c.da Villacanale, fino agli anni Sessanta del passato secolo, la sera della vigilia di Natale si praticava il rito də la chənócchia (della conocchia), una tradizione di buon auspicio per gli innamorati. I giovani, muniti di una conocchia a testa, si recavano nelle case delle ragazze adocchiate per lasciarle questo arnese tipicamente femminile. Se la prescelta e i suoi familiari gradivano l’omaggio, aprivano il portone in segno di promessa di matrimonio, accoglievano festosamente il gruppo di amici e gli offrivano: noci, castagne, ostie e pizzelle.

La ricerca sul campo, curiosa ed appassionante, ha evidenziato particolari non trascurabili per la codifica e la comparazione.

La ndòccia veniva preparata con legno di abete nelle borgate a sud e nord-est di Agnone (Vallone del Cerro, Maravecchia, Mucciafera, Marzovecchio, Colle Tocce, Tedeschi, Ciccotondo, Rizia, Zarlenga, Sbracia, La Macchia e la grande contrada Sant’Onofrio con al centro Porfilio). Per facilitare l’accensione al suo interno si ponevano rametti di ginestra e residui e schegge di abete (scaróichə e scappətèllə). Gli abitanti di queste contrade e, in particolar modo quelli di Sant’Onofrio, erano favoriti dalla vicinanza al bosco di Montecastelbarone dove l’abete bianco regna con la sua folta chioma.

A sud e nord-ovest dell’agro (San Quirico, La Taverna, Acquevive, Verrino, Montagna, Colle Lapponi, Cassillo, Santa Lucia e Fontesambuco), preparavano la ndòccia che re trispə e rə canaviéllə, si tratta di piante appartenenti al genere melilotus della famiglia delle leguminose che fino a qualche decennio fa si adoperavano per l’operazione di scottatura del maiale appena ammazzato. Qui, qualche volta, la ndòccia poteva essere costruita con altri tipi di legno come il salice (la vétəca), l’acacia (la càggia), il pioppo (ru chiuóppə) e il nocciolo (la velleàna), presenti nei boschi o nelle campagne adiacenti la zona o recuperati dopo essere stati usati come pali di vigna (lə mənuzzə).

La ndòccia veniva legata chə rə vətècchjə (sarmenti di vitalba), era alta tre o quattro metri e pesava dai 15 ai 20 Kg. In campagna, non tutte le torce si accendevano allo sferrare del campanone di Sant’Antonio. Erano fedeli al tradizionale rintocco soprattutto gli appartenenti alla parrocchia, mentre in altre zone, il rituale magico-religioso iniziava in serata e senza orari precisi, purchè erano calate le tenebre. Le ndòcce, singole o accoppiate, si facevano ardere legate ad un palo conficcato a terra, nei pressi della masseria.

Attualmente, in campagna, la sera della vigilia, l’uso di accendere le ndòcce è praticamente scomparso e solo in rarissimi casi si intravede qualche misero fuoco alimentato con spini, sterpaglie, ginestre e paglia. Gradualmente, negli ultimi trent’anni, il rituale di propiziazione agreste è stato trasferito in paese. Il cerimoniale ha ceduto il suo valore altamente simbolico al rito-spettacolo.

I contadini, nella loro spontaneità, hanno attribuito al rituale un chiaro significato religioso. Essi sostengono che le ndòcce bruciano la sera della vigilia: «perchè nasce Gesù, é nu fatte andóichə” (è cosa antica), chəmmuò s’ara scalleà ru Bbambəniéllə (perchè deve riscaldarsi Gesù Bambino), per devozione, é la tradəziéunə də ru Bbambəniéllə (è la tradizione del Bambin Gesù)”, chə Nateàlə è, sénza la ndòccia (che Natale è, senza la torcia!!!)».

È inevitabile che con il passare degli anni molti caratteri distintivi del rituale siano cambiati. Il perimetro cerimoniale della sfilata è stato modificato varie volte. Fino agli anni ’30 del passato secolo, i contadini entravano da via Aquilonia e via Marconi, per incontrarsi in piazza XX Settembre e da lì proseguivano per via Matteotti. Giunti all’altezza del monumento a Libero Serafini, giravano per salita XI febbraio e raggiungevano le loro case in via Fanti, via Castelfidardo, piazza Cremonese, via Cavour e via Campanella. Nel 1932, per la prima volta, anziché deviare per viale XI Febbraio, la sfilata proseguì lungo il corso e, una volta raggiunta la chiesa dell’Annunziata, continuò per salita Tamburri, Via Cavour, fino a percorrere tutta la parrocchia di Sant’Antonio (via Fanti e via Castelfidardo).

Negli anni ’70 del secolo scorso, arrivati all’Annunziata, si procedeva per via Verdi (davanti al Municipio), quindi piazza Plebiscito, corso Garibaldi, fino al piazzale della Ripa (ex piazza Marsala), dove si consumava il grande falò.

Verso la fine degli anni ’80 e sino al 1995, i protagonisti, arrivati al mercato (largo Sabelli), salivano per la stupenda gradinata del campanile di Sant’Antonio (salita Buonarroti), mentre i carri con le scene si snodavano per via De Gasperi. I portatori di ndòcce facevano ardere il grande falò nei pressi di porta San Nicola.

Nelle ultime edizioni, le torce, dopo aver attraversato il corso, una volta giunte in largo Sabelli, si adagiano nell’enorme falò della fratellanza di via De Gasperi.

Le ragioni per cui il percorso ha subito tante variazioni è scaturito dalla crescente dimensione della sfilata.

Da qualche decennio, le ndòcce vengono accoppiate fino ad un numero di venti elementi di fuoco, naturalmente, negli ultimi anni, il peso della ndòccia non è più quello di un tempo, essa può raggiungere al massimo i 6-8 Kg. Non meno importante, ai fini del percorso, è la veloce combustione, vincolata sicuramente da fattori climatici. Una scelta positiva degli ultimi anni è stata quella di non far partecipare più alla sfilata i carri a trazione meccanica, recanti scene di vita agreste. Difatti, al presente, ai portatori si aggiungono bambini, donne e uomini in costume tradizionale contadino.

Altra usanza quasi scomparsa è quella della ndòccia accesa davanti le case, questo perchè i contadini della parrocchia di Sant’Antonio, a sfilata conclusa, non restano in paese come un tempo, ma tornano a cenare nelle loro modernissime case di campagna.

Un passaggio molto significativo riguarda la costruzione, in realtà le ndòcce venivano confezionate dagli stessi portatori, ma con i mutamenti socio-economici degli ultimi tre decenni non è stato più possibile. Di conseguenza, la pro loco, dietro compenso, ha affidato il compito di allestire le singole torce, a poche famiglie legate tradizionalmente alla ndocciata, ai Masciotra e Iarusso prima e ai Porfilio e Ionata dopo. Esse, come già detto in precedenza, si legavano con sarmenti di vitalba, mentre da circa trenta anni si usa lo spago.

Da tempi immemorabili, gli alberi per costruire le ndòcce si prelevano nel bosco di Montecastelbarone (ru guódə r’abbójtə). Si scelgono abeti sradicati, colpiti da fulmini, in via di deperimento, fatiscenti ed in pessimo stato vegetativo. Si preferisce l’abete perchè si lascia spaccare facilmente ed è leggerissimo e comodo da portare.  Il suo legname, secco-asciutto e ricco di resina, brucia facilmente. È proprio la resina a creare il classico scoppiettio della ndòccia. Il taglio avviene abitualmente a fine settembre e i tronchi, caricati sui trattori dagli stessi costruttori, vengono portati davanti le loro case di campagna.

La ndòccia nasce da un tronco senza rami, segato e ridotto a pezzi di circa un metro e mezzo. Una volta scortecciato, il tronchetto viene spaccato con l’accetta e ridotto in tanti listelli sottili, detti scaróichə, che nelle giornate più calde si lasciano seccare al sole. Legati fra loro in maniera circolare: i primi quattro, la base della torcia, stretti con un fil di ferro, gli altri con spago naturale. Crescendo in altezza, tra i listelli si infilano dei rametti di ginestra secca, così da far aumentare lo spessore della ndòccia e la sua infiammabilità. Cinque sono le legature che la tradizione richiede. La ndòccia si giudica dall’altezza, dalla bellezza, dalla consistenza (deve essere ben fatta, robusta e compatta) e, soprattutto, una volta accesa, da come arde. Se la ndòccia è buona ara spareà, deve scoppiettare. Una volta pronta, sarà premura dei gruppi partecipanti unirle a forma di ventaglio, sempre in numero pari, affinché il carico risulti equilibrato sulle spalle. Questa fase di preparazione viene vissuta all’insegna della vivacità fra coloro che prendono parte alla sfilata. Nelle serate che precedono la vigilia, fra una ndòccia e l’altra, si consumano allegre bicchierate di moscatello e assaggi di ostie e pizzelle. Una volta pronte le ndòcce, si aspetta l’imbrunire della vigilia per trasformare il corso gné na vreàscia də fuóchə, come la brace del fuoco.

La mattina della festa, il paese è in fermento, brulica, pullula e tutti attendono il momento fatidico. Nel pomeriggio, i figuranti, indossano i tradizionali costumi[32] contadini e raggiungono i portatori nella periferia nord di Agnone (via De Sire, via G. Ionata, viale V. Veneto, via Marconi e via De Horatiis). Alle prime ombre della sera, quando sferra il campanone di Sant’Antonio, centinaia di uomini, donne e bambini che recano doni, arnesi e piccoli animali, preceduti dagli stendardi, aprono l’enorme corteo. Seguono le 1000 ndòcce che sciamano come una moltitudine di lucciole, il corso è solcato da una scia di lava vulcanica: mille bagliori, scintillìo, crepitare, fumo … un paese in fiamme!

Bambini e ragazzi, con le loro torce singole e a volte più piccole, aprono il fiume di fuoco. I portatori, esclusivamente uomini, avvolti dalle cappe di lana pesante, recano sulle spalle ventagli che vanno da due a venti ndòcce, portati da soli o in coppia con altri.

I gruppi e le contrade che partecipano alla sfilata sono cinque: c.da Sant’Onofrio, il gruppo storico, fondato nel 1932, anno in cui si diede luogo alla prima gara delle ndòcce; c.da Guastra, situata in agro di Capracotta e abitata da persone che hanno la residenza in campagna e in paese; gruppo Capammóndə e Capabbàllə, formato quasi interamente da giovani del paese; c.da Colle Sente, si trova in alta montagna, tra monte San Nicola e Montecastelbarone; c.da San Quirico, zona di vallata, ricca di uliveti e vigneti, sono un po’ la versione moderna dell’antico gruppo Colle Tocce.

A sfilata conclusa, le ndòcce vengono ammonticchiate in un unico grande rogo, denominato “falò della fratellanza”.  Finita la “ndocciata”, a cura della G.I.F.R.A. prima, e dal 1980 dalla compagnia le 4C (Cenacolo Culturale Camillo Carlomagno), si inscena la rappresentazione della Natività. Completano e arricchiscono il Natale i tanti presepi artistici negli androni degli storici portoni agnonesi.


[1] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto. Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

[2] J. G. Frazer, Il ramo …, cit., p. 430.
[3] A. Piccoli, A. Sammartino, Dizionario dell’idioma croatomolisano di Montemitro, Zabagria 2000, p. 137; W. Breu, G. Piccoli, Dizionario croato molisano di Acquaviva Collecroce, Campobasso 2000, p. 194.
[4]M. Gioielli, Natale Molisano. Le magiche tredici notti, Campobasso 2004, p. 15.
[5] P. Neri, op. cit., p. 37.
[6] L’Eco del Sannio XXXIX, n. 12, 17-1-1933.
[7] Aquilonia II, n. 1, 1-1-1885.
[8] L’Eco del Sannio II, n. 1, 10-1-1895.
[9] L’Eco del Sannio XII, n. 1, 13-1-1905.
[10] L’Eco del Sannio XXXVII, n. 1, 16-1-1930.
[11] L’Eco del Sannio XXXIX, n. 11, 8-12-1932.
[12] L’Eco del Sannio XXXIX, n. 12, 17-1-1933.
[13] Ivi.
[14] Ivi.
[15] Ivi.
[16] Ivi.
[17] L’Eco del Sannio XL, nn. 11-12, 4-1-1934.
[18] L’Eco del Sannio XLI, n. 12, 11-1-1935.
[19] L’Eco del Sannio XLII, nn. 11-12, 16-1-1936.
[20] L’Eco del Sannio XLIII, n. 12, 20-1-1937.
[21] L’Eco del Sannio XLIV, nn. 11-12, 6-1-1938.
[22] L’Eco del Sannio XLV, n. 11, 31-12-1938.
[23] S. Galasso,  La ripa dei campanili. C’era una volta Agnone, Agnone 2005, pp. 51-52.
[24] La Fucina VII, n. 1, 10-1-1956.
[25] La Fucina VI, n. 10, 3-12-1955.
[26] La Fucina VII, n. 10, 2-12-1956.
[27] La Fucina VII, nn. 11-12, 17-1-1957.
[28] L’Eco dell’Alto Molise XVI, n. 10, 24-12-1996.
[29] Ivi.
[30] D. Meo, Le feste …, cit., p. 191.
[31] G. Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Agnone 1893, p. 85.
[32] D. Meo, Le ’ndòcce …, cit., p. 53.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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