Home / Cronaca / Attualità / Fuoco Sacro e Propiziatorio: Le Farchie di Montefalcone nel Sannio, Roccavivara e Salcito

Fuoco Sacro e Propiziatorio: Le Farchie di Montefalcone nel Sannio, Roccavivara e Salcito

di Domenico Meo[1]tratto da Riti e Feste del Fuoco – Volturnia Edizioni

 

.

Montefalcone del Sannio - Portale

La sera della vigilia di Natale, Montefalcone nel Sannio è rischiarata dalle farchie, enormi torcioni ardenti formati da diversi legnami, tagliati a lunghe listelle, le cosiddette passateórə, inserite su un treppiede che ne permette la posizione verticale.  Esse vengono assortite, quattro o cinque giorni prima della festa, da adulti, giovani e ragazzi del paese che, dopo aver preparato un treppiedi di legno, adoperando liste di legna di quercia, frassino, cerro e acero, spacccate o tonde e, più o meno dello stesso spessore, cominciano a costruire la farchia. Il suo diametro, che alla base è di circa trenta centimetri, viene accresciuto leggermente all’aumentare dell’altezza. È legata con fili di ferro e ha forma rotonda. Completata la grande torcia, si preparano degli assi di legno di circa due metri che servono per trasportarla.

Recentemente la manifestazione, anche grazie all’Associazione culturale “Aria nuova”, ha assunto un carattere corale, così, nel pomeriggio della vigila, innanzi la chiesa di Santa Maria delle Grazie, iniziano i preparativi per l’accensione del fuoco di Natale e delle farchie. Mentre la piccola campana dell’antica chiesetta francescana batte a distesa l’ora del vespro, giungono i gruppi trasportando ognuno la propria torcia e a sera la accendono nel falò benedetto dal sacerdote. Le farchie, ordinate in una sorta di processione, dalle più piccole, portate dai bambini, alle più grandi, iniziano a sfilare. L’altezza dei torcioni, oscilla dai due ai dodici metri, mentre il peso si aggira dai trenta, quaranta chili, ai cinque, sei quintali. Le più grandi sono trasportate da una ventina di uomini che, con tutte e due le braccia all’altezza della cinta, reggono, in coppia, gli assi su cui è adagiata la farchia. Naturalmente la parte che brucia rimane alla fine, dietro il gruppo di portatori. Durante il percorso si effettuano alcune soste e le grandi torce vengono poggiate su appositi cavalletti di legno. Il corteo si incunea fra le vie del paese e al suono di organetti, fisarmoniche, chitarre, tamburelli e tamburi, tutti intonano il canto della farchia:

«La notte di Natale è nato il Bambino,
la notte di Natale è nato Gesù
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù,
sul fieno e sulla paglia e nulla di più.
Andarono i pastori a visitare il Bambino,
andarono i pastori ad adorare Gesù
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù,
sul fieno e sulla paglia e nulla di più.
Andarono i re magi a visitare il Bambino,
andarono i re magi ad adorare Gesù
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù,
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù.
Andiamoci anche noi a visitare il Bambino,
andiamoci anche noi ad adorare Gesù
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù,
sul fieno e sulla paglia è nato Gesù.»[2]

È un paese in festa, un tripudio generale. Ai piedi dell’ultimo tratto di percorso, quando si è ormai in prossimità di piazza del Popolo, il suono della campana grande della chiesa madre di San Silvestro 1° papa, accompagna l’arrivo delle farchie. Depositate le torce, ognuna sulla propria forca di legno, i gruppi eseguono ancora una volta il canto, che trattiene il tempo e si innalza come una preghiera di ringraziamento che unisce bambini, giovani ed anziani. Qui, si offrono a tutti, lə facènnə cioè lə scurpèllə e lə calcìunə: dolci gustosi con un ripieno di noci, pasta di ceci e uvetta.

Le farchie, sorvegliate affinché si consumino lentamente, ardono sui loro treppiedi, rivolte al cielo, in attesa della nascita di Gesù.

Nei tempi passati «i giovanotti […] andavano di notte nel bosco o nei campi a prendere dei rami diritti, o rubavano l passateòr dei covoni di paglia, per farne un fascio ben legato [con ginestra, tòrtəra e vétəca] e lungo diversi metri».[3] Il più delle volte le farchie venivano assortite nei fondaci del paese. La tradizione era spontanea e le venti, trenta farchie, o forse di più, si portavano in giro partendo dai rioni: Səbbèria, la Chiézza də sóuttə, lu Puàlazzə, lə Mòrgə, Quàrt’ammóundə, Quart’abbàllə, Sand’Appəllənarə e Cacciaràsə. Il giro itinerante includeva il canto rituale della farchia davanti le case di amici e conoscenti. I portatori, dopo aver posato temporaneamente la torcia sui cavalletti, eseguivano il canto al suono di fisarmoniche, organetti e zampogne, suonate dagli zampognari che portavano la novena fra le case del paese. Finita l’interpretazione gli offrivano dolci e vino. Verso mezzanotte si ritrovavano tutti vicino la chiesa e il sacerdote impartiva la benedizione a quello che era rimasto delle farchie.

Roccavivara

Il rituale della farchia, con modalità molto simili a quelle adottate per la festa di sant’Antonio abate, si ripete la notte della vigilia di Natale a Roccavivara. Il torcione viene acceso prima della mezzanotte vicino la chiesa di San Michele. Le fiamme, oltre ad essere osservate con ammirazione da coloro che si recano alla messa della nascita del Redentore, sono magnificate da un gruppo di cantori che esegue canti natalizi accompagnati da strumenti tradizionali.

Salcito

A Salcito, invece, si conserva il rituale della farchia. Qualche giorno prima della vigilia di Natale si assortiscono veri e propri fasci di canne, con all’interno qualche ginestra, legati con spago e ferrofilato. Esse hanno un’altezza che varia dai tre ai sei metri ed un diametro di trenta, quaranta centimetri. Al presente, il 24 dicembre, una ventina di ragazzi e giovani, si danno appuntamento in piazza Pietravalle e accendono le farchie al suono delle campane del vespro. Ogni ragazzo ne abbraccia una e inizia il giro itinerante fra le case. I visitati, gradendo l’omaggio della farchia e l’augurio natalizio, offrono in cambio regalie in denaro, salsiccia, dolci, fichi secchi, vino e bevande.

L’atmosfera che si respira è gioiosa e il rito ci riporta veramente ad altri tempi, quando Salcito era infiammato da almeno cento farchie e il giro di casa in casa si faceva con la vəsàzza (bisaccia) per riempirla di ceci, fagioli e patate. La ricorrenza, per i più poveri, costituiva il momento delle provviste.


[1] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[2] A. Primiano, La civiltà rurale di Montefalcone nel Sannio, Vasto 2003, p. 87.
[3] Ivi, p. 87.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.