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Feste e tradizioni dell’Altosannio – Quaresima Settimana Santa e Pasqua

di Domenico Meo[1],
tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001.

La Quaresima rappresenta per i cattolici un periodo di penitenza e di digiuno in preparazione della Pasqua. Questa fase di astinenza, nel rito romano, decorre dal mercoledì delle Ceneri fino al tramonto del Giovedì Santo.

Ad Agnone, come in tante altre località italiane, vi era l’uso di allestire la vecchia, un piccolo fantoccio nero, simile ad una pupattola che, nella immaginazione popolare, impersonava la Quaresima, una vecchietta magra e striminzita. Essa, abbigliata con  gonna lunga, fazzoletto nero sul capo, conocchia e  sarda in mano, veniva appesa vicino al focolare. Sotto i piedi aveva una cipolla, o una patata, infilzata con sette penne di gallina che fungevano da calendario rituale; ogni domenica se ne sfilava una, mentre l’ultima si toglieva a mezzogiorno del Sabato Santo.

Il tempo quaresimale era vissuto con devozione, all’insegna delle preghiere e delle astinenze. Un antico modo di dire recita:

Quarésema puverèlla
che na péscia e na sardèlla
nu scuocchiere de cepolle
e nu pejètte de fafe a molle.[2]

La domenica era l’unico giorno in cui si mangiava la carne. Una tradizione antichissima lega le stazioni quaresimali alle sette parrocchie, come testimonia una filastrocca popolare, che ci guida nelle chiese parrocchiali tutte le domeniche, a partire dall’inizio della quaresima fino alla Pasqua, secondo questo ordine:

Sande Marche fa la zita,
Sande Piétre la marita,
Sand’Amiche fa le nozze,
San Biase se rosca l’ossa,
Sande Necola copre le crìuce,
Sande Middie da la palma,
Sand’Andògne se magna la carne. [3]

Attualmente la successione, ridotta di una stazione, è la seguente: San Marco, Sant’Amico, San Biase, Sant’Emidio, Maria SS di Costantinopoli (Cappuccini) e Sant’Antonio. Il primo cambiamento al riguardo è avvenuto quando, nel 1949, il Beneficio Parrocchiale della chiesa di San Nicola, soppresso dopo 460 anni, fu trasferito alla chiesa di Santa Maria degli Angeli in C.da Fontesambuco. Una seconda modifica ci fu il primo novembre 1973 nel momento in cui i privilegi parrocchiali passarono dalla chiesa di San Pietro Apostolo a quella di Maria SS di Costantinopoli.

I parrocchiani interessati dalla celebrazione quaresimale, conservando un’antica usanza, al termine della messa, offrono le zeppole. Infatti, anni or sono venivano fatte assaggiare a parenti ed amici e costituivano la gioia dei tanti fidanzati, che sfilando la penna di gallina dalla pupattola conteggiavano e attendevano con ansia il loro turno, per festeggiare.

La Settimana Santa  inizia la domenica delle Palme e si conclude il Sabato Santo con la Veglia Pasquale. La domenica delle Palme, nelle chiese, vengono benedetti i ramoscelli di ulivo, che i fedeli porteranno nelle proprie abitazioni in segno di pace, forza e fecondità. Per tutta la cristianità, questa giornata ricorda l’entrata di Gesù in Gerusalemme. Ad Agnone, fino a circa trenta anni fa, i bambini si disponevano intorno all’altare con grossi fasci di palme e il sacerdote li benediva. Conclusa la messa, le donne tornavano a casa e deponevano la palma a cape a ru liétte (al capezzale del letto), in sostituzione di quella dell’anno precedente, secca e impolverata, che bruciavano recitando una preghiera.

I contadini solevano conficcare il ramoscello di olivo benedetto nei terreni seminati, per preservarli da ogni avversità.

I fidanzati avevano il privilegio di ritirare dei ramoscelli su cui, successivamente, sistemavano i regali per le loro belle; mentre i più facoltosi donavano alle loro fidanzate una palma d’argento.

I giovani che volevano pronosticare, scoprire, o escludere un amore, spargevano  nel fuoco alcune foglie di olivo e recitavano le formule:

Palma benedétta di all’amore
se me vo béne èsca fore;
palma còlda sotte a ru péde,
di all’amore se me vo béne.

Se le foglie scoppiettavano il fidanzamento andava in porto, accadeva il contrario se bruciavano.

Nelle chiese si adornavano i ramoscelli con fiori di carta o di stoffa e il sagrestano li portava nelle case ricevendo in dono uova e offerte in denaro. Le palme si scambiavano fra parenti e amici con l’augurio di stare sempre in pace, oppure si mandavano alle persone con cui si era venuti a diverbio, per ristabilire l’armonia e l’unione.

Il proverbio palma mbossa, manuocchie assutte (palma bagnata, covoni asciutti) pronosticava, in caso di pioggia nella domenica delle Palme, un luglio asciutto.

I primi giorni della Settimana Santa sono dedicati alla preparazione dei dolci tipici della Pasqua, fra cui il panettone, ru checheruozze e ru sciadaune. Il panettone si prepara con un impasto di farina, patate, uova, sugna, lievito, zucchero, buccia di limone grattugiata e uva passita; eliminando l’uva passita e aggiungendo i semi di anice, si può ottenere anche ru checheruozze (ciambella di pasta di pane, con sopra alcune uova crude disposte simmetricamente e delle striscette di pasta incrociate. Simile a ru checheruozze ma con gli ingredienti più diluiti,  si  assortisce un dolce denominato peccelleate.

Un’altra peculiarità è rappresentata da ru sciadaune (fiadone). Questo rustico si ottiene impastando la pasta frolla con un miscuglio di uova, formaggio fresco grattugiato e sale. Una volta pronto viene decorato con alcune fettucce di pasta e cotto al forno. Ru sciadaune si preparava generalmente il Sabato Santo. Il formaggio, perché il fiadone risulti eccellente, deve essere ngereate, cioè deve aver perduto tutto il siero ed aver formato alla superficie una patina giallastra appena percettibile. Fino a qualche decennio fa, per accontentare i bambini, con gli  avanzi di pasta suceta (priva di lievito), si preparavano dolci a forma di bambola, di cavalluccio o di cesta.

La bella usanza di portare a cuocere i dolci, le massaie che  affollavano i forni alimentati a legna, il profumo e il cicaleccio nei vicoli sono solo un piacevole ricordo; in realtà l’uso di preparare i dolci, eseguire i tradizionali scongiuri con simbolici segni di croce e deporli nella mesélla (contenitore di legno, simile ad un grande vassoio rettangolare) è quasi scomparso.

Altra consuetudine era quella di effettuare le pulizie di Pasqua, quando, oltre alla imbiancatura delle pareti si lucidavano (armunneaje) tutte le pentole di rame e le suppellettili. Le pulizie di Pasqua appartengono ai riti di purificazione: così come si rinnova la natura, si deve rendere nuova la casa. Questo lavoro si esegue poco prima della Pasqua, in modo che la benedizione trovi la casa pulita e rigenerata.

Il Mercoledì Santo, nelle chiese parrocchiali, cominciavano le funzioni della Settimana Santa, con l’ufficio detto: Mattutino delle tenebre o battiture, chiamato in dialetto ru vattetìure.[4] Alla celebrazione partecipavano schiere di giovani e ragazzi, perché in un momento particolare  del rito, potevano generare un intenso frastuono.  Nei pressi dell’altare veniva collocato un candelabro triangolare, con infisse 15 candele. L’officiante recitava 14 salmi (9 salmi al mattutino e 5 alle lodi) e a ognuno si spegneva una candela. La chiesa in quell’atmosfera contemplativa e trepidante si riempiva di mistero; le donne raccolte in sublime preghiera, gli uomini attoniti, disposti in fondo al tempio, i ragazzi che attendevano con ansia il momento cruciale creavano uno scenario mistico. Quando rimaneva accesa  l’ultima candela, il sacerdote, inginocchiato, con una bacchetta simulava le battiture e il candelabro si deponeva dietro l’altare. Cominciava l’attimo fatidico per la masnada di ragazzi, che colpivano fortemente lo scalino dell’altare con  dei bastoni nodosi, provocando rumori assordanti. I più discoli, presi dalla frenesia, non esitavano ad infliggere duri colpi  alle porte d’ingresso, ai confessionili, alle sedie e ai banchi.

Le famiglie, il mercoledì, usavano recitare una cantilena religiosa, struggente e monotona intitolata: Ru lamiénde de la Madonna (Il lamento della Madonna), che qui di seguito è trascritta:

Addemane e Giuveddì Sande
la Madonna se métte ru mande
e aveva da partì
sola sola se ne iva.
La ngundrètte San Giuanne:
“O Maria, pecchè tu piange?”
“Io piango dal dolore,
ho perduto il Salvatore”.
“Alla casa de Peleate,
loche re truove ngatenate”.
Tucche, tucche: “Chìa é”
“So’ Maria, so’ mamma téja”.
“Mamma, mamma, ndi pozz’aprì
ca re giudei me fanne murì”.
Che sètte fune štiénghe ngateneate,
che sètte chjìeave štiénghe arrenzerrate.
Vàttene pe chéssa via deritta,
ca truove ru masctre che fa re chiuove.
“O mastro ben galande e ben gendile,
allegramènde, che arte facéte?”
“Facce re chiuove a Gesù Nazzaréne”.
“Re chiuove farre curte e ben settile
chéna passà la carne del figlio mia gendile”.
Loche deréte štava Peleate:
“Re chiuove s’éna fa lunghe, late e gruosse
chéna passà polpa, cusctate e uosse”.
Maria quande sendètte quella novella
subbete se iettètte a faccia ndèrra:
De lacreme ne facètte na fundeana
re piéde a San Giuanne je laveava.[5]

Il Triduo Pasquale della Passione e Resurrezione del Signore inizia con i vespri del Giovedì Santo. Durante la messa della Cena del Signore, al momento del Gloria, le campane suonano a distesa; poi resteranno in silenzio fino alla veglia pasquale del Sabato Santo. Inizia così il tempo di passione, con il tradimento, la cattura e la crocifissione di Gesù Cristo.

Ad Agnone, soprattutto dopo cena, si svolge la tradizionale visita ai sepolcri. Le chiese adornate sono poche, con esigui ornamenti di fiori, grani germinati e fregi vari.

Anni or sono, subito dopo le funzioni del mattino, si cominciavano ad allestire i sepolcri. Gruppi di persone di tutte le età e di ogni ceto, provvedevano a guarnire gli artistici altari con fiori di carta, piantine di grano, fave o lenticchie fatte germogliare in cantina (i simboli floreali rappresentano la Resurrezione di Cristo), ceri, tappeti, drappi e lampade. In alcune chiese i valenti artigiani locali paravano il sepolcro, riproducendo scene della Passione.

Il Venerdì Santo, in serata, si tiene la tradizionale processione dell’Addolorata e del Cristo Morto. Gli incappucciati[6] della Confraternita della Morte, in una atmosfera mistica e contemplativa, percorrono tutte le vie del paese e caratterizzano il corteo, composto dalle donne vestite di nero che reggono i cordoni, dalle autorità civili, dal clero e dai tantissimi fedeli.

Nella chiesa di Santa Croce, dal XV secolo, si celebra la Passione e la Morte di Gesù Cristo, con imponente concorso di popolo. Fino agli anni trenta la processione era preceduta da uno stuolo di ragazzi muniti di assordanti strumenti di legno,[7] che sostituivano le campane nei tre giorni in cui erano legate, annunciando l’inizio delle funzioni religiose e lo scoccare del mezzodì. Il suono era seguito dalla formula gridata: Alla messa la prima volta, alla messa la seconda volta, alla messa la terza volta e a mezzogiorno:é mésiuorne.

Alla consueta processione, che iniziava nel primo pomeriggio, seguiva in serata, nella chiesa di Sant’Emidio la pia e commovente funzione delle ore, di Maria Desolata.

Dagli anni sessanta, pur senza una continuità, si inscena la Via Crucis vivente, imitando fatti e contenuti inerenti la sofferenza e il martirio di Gesù Cristo. (video girato da Francesco Giaccio)

La Veglia Pasquale del Sabato Santo è il preludio alla Resurrezione. I riti religiosi si aprono con la benedizione del fuoco,[8] simbolo del Cristo Risorto. A questo fuoco nuovo si accende il cero pasquale, che arderà fino alla Pentecoste. Il sacerdote, durante il cerimoniale, benedice l’acqua destinata alle acquasantiere e al fonte battesimale; poi celebra la Messa Pasquale in onore di Cristo Risorto.

Prima del Concilio Vaticano II, le celebrazioni religiose del Sabato Santo avvenivano durante la mattinata. Le campane, che avevano taciuto dalla messa di Coena Domini  del tardo mattino di giovedì, iniziavano a suonare festosamente al Gloria, nella messa di Resurrezione di sabato, preceduta dalle funzioni del Lumen Christi e dalla lettura delle profezie.

L’attimo in cui si scioglievano le campane era considerato dal popolo un momento fatidico, per cui si praticavano antiche usanze propiziatorie. Si seminavano i ceci, così nascevano più diradati, si diceva ai bambini: Artravuldateve ndèrra ca ccuscì ne ve vojje ru mal de trippa (rotolatevi per terra così non vi viene il mal di pancia), l’uso più comune era di spolverare i materassi recitando per tre volte la formula: cimece e peduocchie ndèrra (cimici e pidocchi per terra). Queste pratiche evidenziano chiari princìpi di magia simpatica.

Una descrizione della Pasqua negli anni venti resa nota su “La Fucina”, ci riporta a quelle armonie:

«Sabato Santo. Gli animi si apprestavano ad esultare: la Gloria, la Resurrezione. Nelle nostre botteghe il lavoro iniziava con due ore di anticipo perché con “l’entrare della festa” rimanevano chiuse per tre giorni,  come mai accadeva durante l’anno. D’improvviso sferrava il campanone e subito dopo tutte le cento campane, suonavano a Gloria. E’ Pasqua!

I martelli dei ramai cedevano la loro voce agli auguri di tutti e datosi che i lavori di quel giorno erano sempre di rifinitura, gli artigiani tutti avevano già indossato abiti più decenti del solito ed appunto perché senza perdere tempo si potessero recare in chiesa e trovarsi al Gloria.

Ed i bimbi, che per tre giorni avevano creduto che le campane rimanessero legate, non si persuadevano e quasi si domandavano chi le avesse attaccate e chi le avesse sciolte. Incominciava così la sfida fra le parrocchie o meglio fra i parrocchiani, a chi avrebbe suonato di più le campane a festa. Iniziava a suonare la chiesa Matrice di San Marco e via via tutte le altre.

Si racconta che quando i carretti erano i sovrani della strada, un carrettiere napoletano, partito a mezzogiorno da Agnone, girando per sette ore fino a Tre Termini (a circa 20 chilometri dal paese) aveva sentito sempre suonare le campane. A sera, intrattenendosi con altri colleghi nella più comoda taverna di tappa gli fu domandato da dove venisse. La stanchezza o  l’amnesia non gli faceva venire in mente il luogo di provenienza. E diceva: viengo da?…da?…viengo da chillu paese addò sona sèmpe miézze juorne…. Ignorava che quel suono era il Gloria!».[9]

Una tradizione particolare era quella di regalare l’agnello[10] vivo alla fidanzata. L’agnellino recava, al collo e sulle cornette, l’oro e i gioielli che il fidanzato usualmente donava alla futura sposa. «La parure comprendeva la cannacca, collana che girava più volte intorno al collo o la serra collo, collana a girocollo, il  pendandif,  un gioiello appeso ad una collana e cascante sul petto, o ru lòcce, il laccio d’oro, gli orecchini che si chiamavano ceccaglie, le fioccaglie o  le palumbèlle, perché i rombetti o le stelline che vi erano applicate tremolavano come ali di farfalle, la šchètta e crepa, una manina col pugno chiuso e il pollice infilato tra l’indice e il medio. L’insieme degli ori veniva completato con la presendosa, gioiello circolare di filigrana, che per la costante presenza di un giro marginale di piccoli triangoli in oro lucido, accostati l’uno all’altro in ritmica sequenza con i vertici verso l’esterno, sembrava una stella».[11]

 Il Sabato Santo, nelle prime ore pomeridiane, si abbigliava un agnellino tutto bianco, ben pulito, adornato con fazzoletti di seta, fiocchi rossi e gioielli d’oro, e ad una signora ben vestita si affidava il compito di portarlo in bella mostra alla futura sposa, dentro un canestro di vimini.

La fidanzata ricambiava l’omaggio amoroso, donando all’innamorato un dolce rotondo o a forma di cuore, chiamato pigna. Un detto locale recita: La pigna che nze à Mbasqua nze à cchjù (La pigna che non si riceve a Pasqua non si ha più).

Subito dopo il pranzo, nelle case le donne mandavano fuori i bambini perché dovevano rassettare. I ragazzi di bottega riordinavano come non mai tutti gli arnesi, nell’attesa che il prete uscisse. Il suono del campanone annunciava l’inizio delle benedizioni. Le parrocchie grandi avevano a disposizione due o tre sacerdoti per benedire le case e le botteghe. Nelle abitazioni, oltre al fuoco acceso e le tine[12] piene di acqua, trovavano allestito un tavolo con una mantiglia bianchissima su cui troneggiavano i dolci di Pasqua (i contadini tornavano appositamente dalle campagne, per farsi benedire la casa in paese e i dolci). A fianco alcune uova e qualche lira che venivano offerte al sacerdote.[13] Nelle botteghe benediva il lavoro consacrato a Dio, ed immancabilmente il fuoco acceso con i carboni e senza cenere.

Dopo la benedizione, le massaie, sedute intorno al focolare, pulivano la cicoria campestre, che le contadine delle contrade e dei paesi limitrofi, la mattina del venerdì portavano a vendere richiamando la folla al grido acuto: cechéura, cechéura (cicorie, cicorie). La cena rituale del sabato è oggi, come un tempo, a base di frittata, con salsiccia o  fegatino di agnello.

La Pasqua è la più grande solennità della Liturgia Cristiana. Originariamente era una festa ebraica collegata al culto biblico della liberazione degli Ebrei dall’Egitto. Come narra l’Esodo, Yaweh, in Egitto, passò oltre le case degli ebrei, le cui porte erano state intrise col sangue dell’agnello sacrificato. Da allora, l’agnello si trovò al centro di riti sacrificali, che oggi continuano a svolgersi in atmosfera assai più edonistica, fornendo l’ingrediente più pregiato al pranzo di Pasqua.

Un tempo, ad Agnone, la messa solenne era arricchita da un uso, riservato alle coppie di sposi che si erano unite in matrimonio durante l’anno. Subito dopo il Vangelo, si avvicinava a loro il sagrestano e porgeva la Pace da baciare. Da ogni coppia riceveva, con un’offerta in denaro, la chiave del tabernacolo che era stata portata nella loro casa il Giovedì Santo.

Il giorno di Pasqua, dopo la santa messa, le famiglie si ritrovano a tavola. Il pranzo degli agnonesi è a base di zuppa alla santé o pasta fatta in casa, mentre a cena è a base di agnello arrosto con insalata. Oltre ai dolci tipici, si consuma la colomba, mentre i bambini  aprono con  felicità le uova di cioccolato (Il significato dell’uovo è collegato all’idea della creazione di una nuova vita. La Pasqua simboleggia la vittoria sulla morte mediante la Resurrezione).

Anni fa, nel pranzo rituale di Pasqua, il pane benedetto il giorno prima veniva posto al centro della tavola. Quando tutti erano in ginocchio, il capo famiglia faceva recitare il Padre Nostro e lo divideva tra i familiari. Accompagnava la Pasqua una tradizionale vivanda di cicorie in brodo, condita con formaggio e uova frullate oppure l’attuale zuppa alla santé e arrosto di agnello. A cena si consumavano le testine di agnello mollicate.

Attualmente il lunedì in Albis, verso le otto del mattino, nella chiesa Matrice di San Marco, si celebra ilprecetto degli uomini, una messa a cui possono partecipare e ricevere l’Eucarestia solo i maschi. Questa usanza fu istituita dall’Arciprete di San Marco don Giovanni Busico nel 1935. In quell’epoca, gli uomini non partecipavano alla vita religiosa, esaltando, per contro, personaggi considerati eretici dai dogmi ufficiali della Chiesa. Quella dell’Arciprete di San Marco fu un’idea per far tornare in chiesa il laicato maschile.

Durante la giornata, gruppi di amici si distendono in divertenti scampagnate o in piacevoli gite.

Il pomeriggio di Pasqua e il Lunedì in Albis, fino a non molti anni fa, veniva trascorso diversamente, come si può arguire da questa bella narrazione:

«Le vere scorpacciate, spesso accompagnate da solenni ubriacature, sono rimandate al lunedì ru pasquone, quando a centinaia le persone abbandonano la casa per recarsi sul Monte Calvario, località sita a poca distanza dal paese e che costituisce la meta delle scampagnate di tutta la classe contadina e artigiana. Alcuni partono sin dal mattino, portando persino i caldai in cui cuocere la pasta; i più, però, preferiscono mangiare prima a casa i maccheroni alla chitarra per poi ricominciare sul Monte, ove portano panieri ricolmi di ogni ben di Dio. L’aria frizzante della montagna stuzzica l’appetito e invita a bere. L’allegria generale, resa più espansiva dalla gran quantità di vino bevuto, fa si che i conoscenti si lancino richiami di invito a distanza, che i vari gruppi si uniscano, che i giovanotti occhieggino con le ragazze, a cui rivolgono qualche parola più audace del consueto. A sera, le numerose comitive tornano cantando e ridendo. Le famiglie signorili, per evitare la confusione, scelgono altre località come meta della gita o la differiscono al martedi».[14]

 


[1] Domenico Meo (Castelguidone 1961) risiede ad Agnone dal 1963. Da oltre venti anni si occupa di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Ideatore e conduttore di programmi radiofonici sul folklore musicale, ha partecipato più volte a trasmissioni televisive della RAI.  Nel 1987 ha fondato il Gruppo Folklorico “Rintocco Molisano”. Si è aggiudicato premi di poesia dialettale in Molise, Calabria, Sicilia e Toscana e alcune sue composizioni poetiche fanno parte del II volume di Letteratura Dialettale Molisana e delle antologie poetiche (vol. II e III) curate dall’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali.

[2]Quaresima poveretta/con un pesce e una sarda/una buccia di cipolle/e un piatto di fave a mollo.
[3]San Marco fa la sposa, San Pietro la marita, Sant’Amico fa le nozze, San Biagio rosicchia le ossa, San Nicola copre le croci, Sant’Emidio dà la palma e Sant’Antonio si mangia la carne). Quando si sfilava la penna dalla pupattola si diceva: “Auojje spénna Sande Marche” (oggi si sfila la penna nella parrocchia di San Marco) e così via per le altre domeniche.
[4]
Ru vattetìure (le battiture), volevano simulare le percosse dei Giudei a Gesù.
Nel Dizionario Abruzzese e Molisano di E. Giammarco, Ed. Dell’Ateneo, Roma 1968,  il termine si trova sotto la voce vatteture con un duplice significato: battitura, percossa, oppure tabella, strumento che si suona la Settimana Santa. Un altro termine molto comune nel Molise è scurdìa: oscurità, lo scuro, riferito proprio al momento delle battiture.
[5]
Domani è Giovedì Santo/la Madonna indossa il manto/e doveva partire/sola sola se ne andava./La incontro San Giovanni/“O Maria perché piangi?” / “Io piango dal dolore, / ho perduto il Salvatore”./“Alla casa di Pilato,/là lo trovi incatenato”./ Toc, toc “Chi è?”/“Sono Maria, sono mamma tua”./“Mamma, mamma non posso aprirti,/che i giudei mi fanno morire:/Con sette funi sto incatenato,/con sette chiavi sto rinchiuso./Vai per questa strada diritta,/che trovi il mastro che fa i chiodi./“O mastro ben galante e ben gentile,/allegramente, che arte fate?”/ “Faccio i chiodi a Gesù Nazareno”./“I chiodi falli corti e ben sottili/che debbono passare la carne del figlio mio gentile”./ Là dietro stava Pilato:/“I chiodi debbono trapassare polpa, costato ed ossa”./Maria nel sentire questa nuova,/subito si gettò di faccia in terra./Di lacrime ne fece una fontana,/i piedi a San Giovanni lavava.
[6]
Prerogativa degli incappucciati penitenti era la partecipazione alle cerimonie della Settimana Santa. L’usanza di coprirsi il volto risale al XIV secolo, quando, nella corte papale di Avignone, il Pontefice Clemente VI ordinò, per motivi di umiltà, che quanti avessero voluto far penitenza non avrebbero dovuto ostentarla in pubblico.
[7]
Nel lavoro di ricerca sul campo, si sono rinvenuti i seguenti strumenti: la raganella, ru valcatìure, la scutena e la ngruspataura.
[8]
Ad Agnone, il sacerdote benedice un semplice braciere, mentre in molti altri paesi molisani e non, si usa accendere un grande fuoco davanti il sagrato della chiesa.
[9]
La Fucina, 2 aprile 1967.
[10]
L’antico uso, chiamato in altri paesi del Molise la crianza è praticato attualmente solo da qualche famiglia di C.da Fontesambuco.
[11]
A. Trombetta, Mondo contadino d’altri tempi. I Costumi del Molise, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1989, pp. 142-149.
[12]
Conche di rame, create dai valenti artigiani agnonesi, che contenevano l’acqua per uso domestico.
[13]
A Villacanale, dopo la benedizione, era antica credenza invitare il sacerdote a sedersi, altrimenti la gallina non diventava chioccia. Forse il sedersi del sacerdote, per la magia omeopatica, corrispondeva all’accovacciarsi della gallina. 
[14]
L. Amicarelli, Tradizioni popolari di Agnone, Tesi di laurea, Università di Roma, anno acc. 1952-53, pp. 106-107.

Musica: adagio per oboe in Re m di B. Marcello
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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