Home / Cultura / Cultura Popolare / Fernanda la signora che faceva le punture

Fernanda la signora che faceva le punture

Scritto di Antonia Anna Pinna[1]

Fernanda la signora che faceva le punture

La signora Fernanda era una delle poche persone abilitate a svolgere questa piccola ma importante attività. Non avendo un presidio sanitario fisso, il paese delegava a queste figure le incombenze di piccola entità, ma che, specie in inverno, diventavano di vitale importanza. Bastava una chiamata e lei prendeva il suo scatolino di alluminio con dentro l’occorrente già sterilizzato e partiva per la sua missione.

Fernanda era la madre di Ferdinando Costantini, pittore Villalaghese che spesso appare nel nostro magazine, e di altri due figli; molto indaffarata, girava per tutto il paese con ogni tempo. Incontrarla era facile e la curiosità di sapere chi doveva sottoporsi alla sua puntura veniva spontanea e lei con la sua pacatezza rispondeva “ eh, mene chiamate i mo vaje a farce la saringa”; non diceva mai a chi!

Con il cambio di stagione, però, quando arrivava al colle, noi bambini prendevamo subito un gran fugone perché sapevamo, senza essere stati informati, che la faccenda ci riguardava da molto vicino, e riguardava soprattutto la sottoscritta: quasi anoressica, avevo bisogno di un sostegno; non me lo facevano mai mancare.

La caccia cominciava con gli strilli di mia madre che mi minacciava in ogni modo; io mi nascondevo in una casa diroccata, dove nessuno osava mettere piede, tranne me. Poi, però, le minacce mi convincevano che sarebbe stato meglio uscire; lo facevo e, piangendo senza freni, mi preparavo …all’esecuzione.

Mia madre mi teneva stretta a sé, Fernanda, nel mentre mi prometteva di non farmi male, preparava la siringa per l’iniezione e iniziava a strofinarmi la chiappa. Io che avevo seguìto tutto con il cuore in tumulto, all’odore dell’alcool, diventavo dura come il legno e, ovviamente, sentivo maggiormente l’effetto della puntura. Quando tutto finiva e andava via, benedicevo tutti i santi, pregando e sperando di non vederla mai più; ma sapevo di illudermi.

Peraltro, nel caso non fossi la sua prima paziente e lei fosse di ritorno da altro servizio, la siringa da lei utilizzata (ai tempi la siringa non era monouso) andava sterilizzata di nuovo; in quel caso, la tortura era più lunga. C’era da mettere il suo pentolino di alluminio sul fuoco e attendere che fosse tutto pronto. Nel mezzo, mia madre preparava un caffè e chiacchierava con lei delle solite cose: dove fossero i mariti (erano quasi tutti emigrati in Europa), se scrivevano, se inviavano i soldi.

Era una donna seria, Fernanda, come tutte d’altronde; però, di lei, si intuiva la capacità di essere riservata e paziente, con le trecce legate dietro la nuca, gli abiti dimessi e le mani a stringere il suo prezioso arnese da lavoro. Ne ho un caro ricordo e credo che le sue punture mi abbiano aiutato non poco nella mia crescita: ero una sorta di cavallino selvatico: non avevo quasi bisogno di mangiare, saziandomi con i giochi e con le scorribande.

All’epoca della mia infanzia, era molto difficile ricevere le cure di un dottore o andare in un ospedale; i bambini nascevano in casa per opera di levatrici che erano considerate più preparate dei medici e ci si arrangiava con le antiche terapie tramandate di generazione in generazione. Molto spesso quando moriva qualche anziano e si chiedeva, di cosa? La risposta era << eh, che ne mucceche alle stommache >>. In questo contesto, lavoratrici come Fernanda erano una manna per la gente di montagna.

Questa estate ho fatto una escursione in montagna, e con noi c’era anche la figlia di Fernanda; nonostante i suoi quasi settant’anni ha ancora una grande nostalgia della sua mamma e ….. anch’io.


[1] Antonia Anna PinnaAbruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Antonia Anna Pinna

Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

3 commenti

  1. Bellissimo racconto: con tanta nostalgia, ma anche con sagace ironia ricordi la tua infanzia di “cavallino selvatico” …che s’imbizzarriva …come tutti i bambini- anche la sottoscritta -all’odore e alla vista “de la nnezzione”!
    Cerca altri ricordi…comuni…divenuti ora, così spigliati e allegri!

  2. Antonia Anna Pinna

    Grazie Enzo.

  3. Condividero il post con i miei followers di Instagram

Rispondi a marcello artista Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.