Excusa, es Italiano?

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1831

di Enrico Zarlenga [1]

24 maggio:  100 anni fa, i giovani italiani partivano per la grande guerra, per fare grande l’Italia.

Piave

Nel 1978 l’azienda per cui lavoravo mi mandò per tre mesi a Buenos Aires per la revisione di un aereo incidentato. Il sabato e la domenica era mio solito recarmi da un mio zio, ivi residente,  e visitare la città. Un sabato mattina, trovandomi in una libreria in centro, fui avvicinato da un distinto signore, anziano, snello, capelli bianchi, occhi cerulei che, educatamente, mi chiese in spagnolo:
-Excusa, es Italiano?
Io risposi di si e lui replicò:
-Il mio cuore batte molto forte quando incontro un italiano e ne sono felice; anch’io sono emigrato italiano!

Mi raccontò la sua storia. Era di un paesino vicino Rovereto (non ricordo il nome), aveva 83 anni essendo nato nel 1895 e aveva partecipato alla guerra del 1915/18 come alpino. Un suo fratello, classe 1893, era morto nel conflitto e il suo papà aveva perso una gamba. Nel 1921 era emigrato in Argentina. Qui aveva lavorato dapprima come muratore e successivamente come piastrellista. Poi aveva messo su un’impresa ed aveva fatto fortuna. Mi chiese tante notizie sull’Italia e ad ogni mia risposta gli brillavano gli occhi. Ci sedemmo al bar dove ero stato altre volte, gli spiegai perché ero a Buenos Aires e mi diede il suo numero di telefono dicendomi che, se mi faceva piacere, potevo chiamarlo, lui abitava in quella zona.

E così fu. Quando ero al bar, l’unico in centro dove si poteva gustare il caffè espresso all’italiana, lo chiamai spesso. Era piacevole parlare con lui: era una persona molto erudita, discuteva di politica, letteratura, storia. E pensare che aveva fatto appena le scuole che, allora, equivalevano alla terza elementare di oggi!

Mi condusse a casa sua e conobbi la moglie di origine indios, allettata a causa di un ictus. Mi mostrò le vecchie foto del periodo bellico. Sulla parete del soggiorno aveva attaccata una camera d’aria: apparteneva alla bicicletta del fratello bersagliere morto in  guerra, unico ricordo portato dall’Italia.

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Avenida 9 de julio – Buenos Aires

Mi fece da cicerone nella cattedrale di Buenos Aires e mi fece anche conoscere tutti i suoi amici Gesuiti italiani e italo-argentini (non ricordo i loro nomi, ma può darsi che tra loro ci fosse anche Papa Francesco…).
Il giorno prima di ripartire per l’Italia andai a casa sua. Gli regalai dei gadget aziendali e un giacca a vento con dietro la scritta della società Aeritalia. Mentre mi faceva notare la parola “Italia” i suoi occhi brillavano. Commossi, ci abbracciammo; lui mi sussurrò qualcosa e mi chiese di fargli un piacere.
Andai via, ero stordito. Troppo commosso, mi fermai al solito bar e il padrone di origine salernitana mi disse:
-Sei passato da Elio a salutarlo? Un grande uomo, generoso; poverino, ha sulle spalle quel problema del figlio.
A me non aveva detto di avere un figlio. Il barista aggiunse:
Ha avuto un figlio in tarda età. Non ne parla per il dolore, aveva 24 anni, laureando in ingegneria, ma è scomparso, è desaparecido!
Rimasi di stucco, avrei voluto tornare da lui, ma non avrei saputo cosa dirgli…, avevo l’aereo di lì a tre ore…

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L’aereo atterrò a Roma. Quando scesi dalla scaletta e misi piede a terra, poggiai la mia mano destra a terra e la portai alla bocca, poi mi chinai e baciai la pista. I colleghi si misero a ridere, pensando che avessi avuto paura del volo o altro. Sul bus di collegamento all’aerostazione dissi ai colleghi, gioiosi di tornare a casa:
-Vi ho parlato di Elio, oggi sono andato a salutarlo, ci siamo abbracciati e mi ha sussurrato: vorrei tornare in Italia, calpestare il suolo italiano e morire.
Poi mi ha chiesto un piacere:
-“Appena sbarchi sul suolo italiano, bacialo per me”! Dal barista ho saputo che ha un figlio desaparecido!
Era la sera del 23 dicembre, la voglia di fare festa per il ritorno a casa passò a tutti.
Nei mesi successivi mi sentii spesso telefonicamente con Elio. A settembre lo chiamai l’ultima volta: mi rispose la nipote, che conoscevo, e mi comunicò che la moglie era morta a luglio e lui un mese dopo. Chiesi del figlio. Mi rispose che non avevano avuto più notizie, era di sicuro un desaparecido.
Quanti uomini come Elio e quanti nostri concittadini, connazionali, partirono per la grande guerra per fare grande l’Italia e poi emigrare alla ricerca del lavoro e fortuna e perdere tutto ciò che amavano?
Spero che oggi il Piave mormori calmo e placido tutti i nomi degli UOMINI che lo attraversarono il 24 maggio 1915, quelli che ebbero la fortuna di tornare e di quelli che non videro più le loro case!

 

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[1]Enrico Zarlenga: nato ad Agnone, ha vissuto nel suo paese fino a 20 anni, studiando e apprendendo l’arte di lavorare il ferro nell’officina paterna.  Arruolatosi nell’’aviazione, ha poi utilizzato le conoscenze acquisite in campo aeronautico lavorando, nel ramo della progettazione, in un’industria aeronautica di Pomigliano d’Arco (NA), dove vive dal 1970. Attualmente è pensionato e si dedica ai suoi hobby : restauro di oggetti  vari e arte presepiale .

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

4 Commenti

  1. E’ una storia struggente. quante altre ce ne sono e ne conosco anch’io! Se vogliamo rivivere un po’ la storia trascorsa dell’Italia, il contatto con gli italiani emigrati in argentina è una miniera inesauribile.

  2. Quante componenti importanti e di spessore civile, morale ed etico si ritrovano in questo racconto vero e recente che però rimanda indietro …: emigrazione, guerra, lavoro, famiglia, amor di patria e…. DESAPARISIDO.
    Tutte sono affrontate con la massima NATURALEZZA e perciò fanno vibrare le corde del nostro cuore, pur se una sola componente ci vede direttamente o indirettamente coinvolti. E credo non ci sia chi non abbia un motivo di sentirsene parte. Per questo è toccante, per questo un plauso a chi l’ha proposto SUSCITANDO LA NOSTRA AMMIRAZIONE, compartecipazione e riflessione.

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