Ero radici e rami e foglie ….

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1813

Racconto di Gustavo Tempesta Petresine [1]

albero1

Un giorno…

…Pensavo da albero, percorrendo a ritroso la vita passata. Non la rimpiangevo. Ero: radici e rami e foglie stormite dal vento.

Fu un giorno ormai da me lontano – fu, perché quella realtà è morta e non mi appartiene, ormai – quello in cui uscii dal supermercato, soddisfatto dell’avere acquistato a prezzo di offerta, due bisteccone di manzo.

Chiène chiène m’abbeive verse la casa mea. Telefunènne e decènne a mogliema ca appeccièsse la carvunèlla. “So accattate duje tacchenellòne de carna, ca se accumenzémme a magniè a miesejuòrne, fenémme la cena verse le sei de sera, pe cnigna so gigande le vrasciòle!” – decive – Decenne decenne, je decive pure de sctarze attienda, siccome l’uldema vota z’era cotta la miena tramènde sprezzuava re spirete pe fa appecciè ri carvune. [2]

Una volta aperta la porta non vidi l’ora di stappare un buon Montepulciano. Mentre mia moglie addobbava la tavola per la grande abbuffata, mi adoperai per stendere delicatamente sulla graticola l’abbondanza che strabordava dal vassoio di polistirolo.

‘ne sfreguliamiénde accumenzètte a arrevièrme alle recchie ma arremanive ‘na ‘negna perplesse… Da chella carna, bella, roscia e  all’uocchie appetetosa, nen asceva manghe n’addore. Re nuase arraccugliva sulamende la puzza de grasse abbresciuàte delle occe ca ze jevene sperlessènne davendre alla vrascia; tand è le vere ca la conzorte ca scteva preparènne me deciètte – viscte ca nen sendeva nesciune addore- “ te vuò move, acquanda ze l’emma magniè ssa carna, ‘n sanda cazz?” [3]

Allora, quasi mi risentii dell’incauto acquisto fatto, e che avevo lodato, inorgogliendomi oltremodo. Una volta a tavola fui redarguito pesantemente. Lo sguardo di mia moglie stillava rabbia, e un’ insopportabile pietà nei suoi occhi annullò la volontà di risponderle.

Nei giorni che seguirono il fattaccio, caddi in una profonda costernazione, e una crisi mistica mi spinse a non mangiare più carne. Non era l’approccio a una religione quello che mi spingeva su quella Via, era piuttosto la vista di carne macellata a fare prendere l’ascensore a tutto quello che riuscivo a mangiare.

Furene juorne de vuomeche e podoppe ‘na settemana m’era fatte sicche sicche, ca pure re puale della lucia ca sctava dafore teneva ammidia de chella “siluette” ca me faceva arretrattate l’ossa de la schina. Nen scteva vuone, pe niende! E me cumenzierne a scì dalle ambe cierte pedecune ca z’arrasemeglievene alle radic. Ne juorne me cavutive le detera ‘m bacce a ‘ne file speniète. Nen ascette sanghe ma ne liquide verdasctre ca prufumuava de jerva. [4]

I miei intenti prescindevano la ragione e come un automa mi diressi verso l’orto. Presi una vanga, guidato da un richiamo ancestrale, scavai una buca nel terreno e ci saltai dentro. La terra mi copriva fino alle ginocchia.

Alzai le braccia, le mani, le dita al cielo, con gli occhi bassi implorai la terra chiedendole il permesso di trasformarmi in albero.

 albero 3

 

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[1] Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

[2] Piano, piano, mi avviai verso la mia casa. Telefonando e dicendo a mia moglie di accendere la carbonella. “ho comprato due enormi bistecche di manzo, che, se cominciamo a mangiare a mezzogiorno, finiamo alle sei di sera, per come sono grandi.” – dicevo – Dicendo, dicendo, le dissi pure di stare attenta, visto che l’ultima volta si era scottata le mani, mentre spruzzava l’alcool per accendere la carbonella.
[3] Uno strano rumore iniziò a giungermi alle orecchie lasciandomi un po’ perplesso … … Da quella carne bella, rossa e, all’occhio, appetitosa, non usciva alcun odore. Il naso raccoglieva solo la puzza di grasso bruciacchiato proveniente dalle gocce che si sparpagliavano nella brace, tanto è vero che mia moglie che stava preparando – visto che non sentiva alcun odore – mi disse: “Vuoi muoverti, quando dovremo mangiare questa carne …nu sand cazz”
[4] Furono giorni di voltastomaco; dopo una settimana ero diventato magro, magro e anche il palo della luce che stava là fuori provava invidia per quella siluette che metteva in evidenza le ossa della schiena. Non stavo bene per niente! E cominciarono ad uscire dalle mie gambe certe pertiche rassomiglianti a radici. Non uscì sangue, ma un liquido verdastro che profumava di erba.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

3 Commenti

  1. Anche in questo bel racconto breve ed originale l’autore riesce a dire con fantasia più o meno estrema, e garbata ed attuale, la condizione del cibo che si mangia oggi da tutti: non più genuino, non certo profumato come quello di una volta che si spandeva nell’aria e invitava al convito pure il vicinato. Forse anche per questo anticamente l’OSPITALITA’ era ( o doveva essere) più diffusa!?

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