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Echi di miti in terre a noi note

di Beatrice Sabatini [1]

La Majella
La Majella

Plinio definisce la Majella “padre dei monti”. Eppure è da sempre considerata dagli abruzzesi come montagna madre, entità femminile, sacra e materna, luogo sul quale si narrano miti e leggende, avvolta di magiche atmosfere e permeata dalla mistica preghiera di eremiti quali Pietro dal Morrone, colui che per breve tempo fu Papa col nome di Celestino V. Pare che, anticamente, la montagna si chiamasse Monte Paleno, con nome di remota origine, e fosse consacrata a Zeus, qui conosciuto sotto il nome di Veiove. In realtà risulta da fonti archeologiche che in molti luoghi sui suoi crinali era venerato Eracle portatore di clava, in Italia spesso alter ego del culto di Hermes, portatore di caduceo, tanto è vero che i templi a loro riservati in era cristiana furono trasformati per entrambi in santuari in onore di San Michele Arcangelo, colui che con la spada sconfigge il drago.

Successivamente il massiccio montuoso assunse il nome di Majella e il cambiamento di toponomastico viene spiegato tramite la leggenda di cui stiamo per parlare.

Negli stessi tempi remoti e, per molti aspetti, misteriosi il Gran Sasso italico era sede di un bosco sacro e veniva considerato, col suo nome antico di Mons Fiscellus, il centro del mondo allora conosciuto.

Come già anticipato, un’antica ed affascinante leggenda unisce il nome delle due sacre montagne, facendo discendere l’appellativo Majella dal culto della dea Maja, figlia di Atlante e maggiore delle Pleiadi. Si narra che nella regione della Frigia vivessero bellissime guerriere possenti, le “Majellane”, tra cui Maja era la più incantevole. Zeus se ne innamorò e ne ebbe un figlio, Hermes, anch’egli bellissimo e valente.

Durante una battaglia, però, Hermes fu ferito in maniera estremamente grave e scivolò nel deliquio, con immenso dolore di sua madre.

Il Gran Sasso, sullo sfondo, in una foto di Ivano d'Ortensi
Il Gran Sasso, sullo sfondo, in una foto di Ivano d’Ortensi

Maja allora decise di intraprendere, con il figlio moribondo, un lungo viaggio, per portarlo presso il monte Paleno, famoso per la dovizia di erbe medicinali che crescevano lungo i suoi crinali e all’ombra delle sue faggete, tra le quali erbe ve ne era una di eccezionale virtù, tale da curare e sanare ogni malattia ed ogni ferita. Questa panacea, però, sbocciava esclusivamente a primavera, al liquefarsi delle nevi. Quando Maja ed Hermes vi giunsero, purtroppo, il Monte Paleno era ancora ammantato di spesse coltri di neve e dell’agognata erba non vi era nessuna traccia. Hermes, dunque, cessò di vivere e trovò sepoltura sul Gran Sasso, che per lui si trasformò in un immenso tumulo. Anche Maja, devastata dal dolore per la perdita del suo amato figlio, morì di crepacuore e fu a sua volta inumata sulla Majella.

Il canto del vento fra i rami dei faggi e i valloni scoscesi e pietrosi, l’ululato della tempesta, lo strepitio delle rocce che rotolano improvvisamente nei crepacci, altro non sarebbero che il lamento di Maja, che ancora piange la perdita dell’amato Hermes. Lo stesso Zeus, volendo ricordare il giovane figlio prematuramente perduto, fece nascere sul monte un singolare albero dai fiori gialli e dorati, scegliendogli il nome Majo, la pianta che oggidì è nota come Maggiociondolo. In tempi più recenti il fiore divenne pegno d’amore fra gli innamorati. Infatti, nella notte di calendimaggio, in cui si festeggiava l’arrivo della primavera, i giovani ne appendevano un ramo sulla porta della donna amata.

Majella Orientale
La Majella

Un’altra leggenda simile, che sarebbe da approfondire per il richiamo alla mitologia indiana e, di conseguenza, alle antiche comuni radici indoeuropee, narra che in un lontano passato, sulle coste allora selvagge della riviera abruzzese, approdò una giovane madre con il suo piccolo bambino. La giovane madre era in realtà Maja, figlia di Dei e regina d’India.

Entrambi, madre e figlio, erano sfiniti e ammalati per il lungo peregrinare, alla continua ricerca di una pace costantemente bramata e sempre loro negata. Non paghi della selvaggia bellezza del sabbioso e verde Adriatico, i due fuggiaschi iniziarono ad inoltrarsi verso l’entroterra, e il loro nuovo cammino li portò fino a monti maestosi. Una volta giunti alle pendici dei monti madre e figlio caddero in un sonno profondo. Un sonno anche funesto poiché, al risveglio, Maja trovò morto il giovane principe. Alla disperazione della regina si unì ogni animale della foresta e persino il sole si nascose prematuramente nelle stanze celate dove riposa ogni sera, per cedere il passo ai prodigi della Notte. La madre, intanto, aveva fasciato il figlio in un sudario di tela d’oro e si era coricata ai suoi piedi. Mentre la Notte passava lenta e serena, velando di arcani misteri i brumosi profili della montagna, ogni cosa nella foresta pareva invece desta e in attesa, come se un grande prodigio stesse per compiersi. Quando le prime luci dell’alba scacciarono via i lembi sfilacciati della Notte, il grande prodigio si svelò agli occhi stupefatti di ogni abitante della foresta sui monti. Il corpo senza vita del piccolo principe non era più, mentre al suo posto si elevava solenne una maestosa montagna dalle sembianze di un uomo addormentato. La triste e sfortunata regina Maja a sua volta continuava il suo sonno ai piedi del figlio, in forma anch’ella di un’imponente montagna, la Majella. La regina d’India e il suo piccolo principe trovarono finalmente la pace tra le terre d’Abruzzo, e dalla costa ogni forestiero viene ancor oggi invitato ad ammirare la Bella Addormentata, il profilo, cioè, della catena del Gran Sasso, che al tramonto svela la forma di un dormiente, contaminando, però, nel nome l’antica leggenda con fiabe di più recente fama.


Nota di Luciano Pellegrini [2]: C’è un’altra leggenda, forse quella più comoda per il comune di PENNAPIEDIMONTE CH. La leggenda narra che Mercurio, morto per le ferite, è sepolto insieme alla madre Maja, a Pennapiedimonte CH. Questo quadro è rappresentato da una roccia a forma di donna inginocchiata che guarda un’altra  roccia, un sepolcro, di fronte a lei (foto di Luciano Pellegrini)

3 dea maja e sarcofago del figlio ermes - Copia


[1]Beatrice Sabatini aquilana, laureata in Lingue e Letterature straniere e diplomata in Pianoforte. Per alcuni anni si è dedicata all’insegnamento delle lingue, Inglese e Francese, e del Solfeggio. Attualmente si occupa di Beni Culturali. Nutre dall’infanzia il “vizio segreto” della scrittura, componendo racconti brevi di genere fantastico e mitologico.
[2] Luciano Pellegrini Abruzzese di Chieti, oggi in pensionecontinua, con dedizione, a praticare le sue passioni: Alpinismo, Ambientalismo, Fotografia, Reportage, Viaggi, Gastronomia, scrivendone su web, carta stampata, su riviste anche on-line.

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Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Le leggende mi erano note, ma il piacere di rileggerle è stato ugualmente grande, per la scrittura curata, ricca di particolari suadenti e teneri, che destano ammirazione, uno scritto letterario quasi, che non stanca, anzi invoglia come ad una prosecuzione ulteriore… Quindi lode e complimenti all’autrice !
    Anch’io sono stata spronata a compilare una modesta poesia in DIALETTO – che in verità non uso molto spesso nello scrivere, pur parlandolo in casa… – accomunata dall’amore per le nostre montagne, per tutti fonte di vita, di risorse e di bellezza -composta a Roccamorice, in una casetta sulla collina, con uno stupendo panorama a 360°!

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