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Domenicantonio ed Emilio Gallo

Ricordando suo padre e suo nonno, Marisa Gallo rivisita un periodo di vita, del dopoguerra 40-45, comune a molti abitanti dell’Altosannio. 

Scritto di Marisa Gallo

Emilio, papà di Marisa

Era quasi la fine dell’anno scolastico; dopo la prima elementare, stava per terminare la seconda; il ragazzino aveva ormai imparato un po’ a leggere e a scrivere, per cui suo padre gli disse: 
<Mbe’ sta pe’ cumenzà la staggione bbaona, si ijute a la scaule, lu nome tei te l’hi ‘mparate a ffa’, mo’ baste; pu’ menei nche mae a Sanpelice, ddo eije cumenzà a fa’ lu casuine a nu proprietarie. E’ nu laveore longhe tutte la staggione e me serve nu uaglione che m’aiute. Tu sie svelte e pure se sie cineinne, pu’ fa quelle che serve a mae: ‘mpastà’ nu ccone de calce, pertà cacche prete e chiù de tutte pu’ ije a rhegne lu ciuciunare d’acque a la faunte, che è meglie de chelle de lu pouzze!>
< Beh, sta per cominciare la stagione calda, sei andato a scuola, il tuo nome lo hai imparato a scrivere, ora basta; puoi venire con me a San Felice (del Molise), dove io devo cominciare a fare un casolare ad un proprietario. E’ un lavoro lungo tutta l’estate e mi serve un ragazzo che mi aiuti. Tu sei svelto e pur se sei piccolo, puoi fare quel che a me serve: impastare un po’ di malta, portare qualche pietra, ma soprattutto puoi andare a riempire il cecenaro d’acqua alla fonte, che è migliore di quella del pozzo.!>

San Felice del Molise

Certo il ragazzo non poteva rifiutarsi: l’autorità paterna era inderogabile e non ammetteva repliche.  Così ai primi di giugno del 1915, i due uomini, padre e figlio, partirono per il fronte della loro guerra di vita, non a combattere con il fucile, ma con callarelle/ cazzuole /martelli e martelline /scalpelli/ pale /picconi, metro /filo a piombo ecc tutto quanto serviva ad un muratore per costruire un bel “casino”, cioè una piccola casetta – due stanze e un fienile- nel mezzo di una proprietà terriera. 

Partivano al mattino presto, tornavano al tramonto; il ragazzo scalzo perché suo padre gli diceva:
<Tante mau la vouije è assutte, senza leote, e ze camuine “facile ” 
<Tanto ora la strada è asciutta, senza fango e si cammina bene>

Erano soli coi loro pensieri…Soli. Il ragazzino/scolaro pensava che di lì a qualche giorno il maestro gli avrebbe dato la pagella e “chisà se me fa “passà’! Cioè sarebbe stato promosso.!? Il padre pensava agli inizi di un bel lavoretto, che pur se un po’ lontano da casa, aveva tutte le premesse e le promesse buone e quindi non aveva potuto farselo sfuggire.

Non di lunghe disquisizioni il padre… e così sarà poi anche il figlio da grande …tranne quando era “di genio” – espressione che usava per dire che talvolta, in un momento particolare- si sentiva libero e ispirato di raccontare qualcosa, di dire ciò che non era poi neanche necessario, ma solo per intimo sollievo o spinta psicologica…

Sia all’andata che al ritorno, camminavano di buona lena i due uomini, e dico così perché tale il padre già considerava il figlio di sette anni compiuti in quei giorni… Per strada incontravano tanti contadini – uomini e donne – che pure si recavano nei campi a lavorare: zappare, preparare gli orti, rincalzare e “stannare” le vigne, mondare il grano, potare e tagliare la legna… E c’erano pure tanti ragazzini come lui, che andavano a lavorare, soprattutto a pascolare le greggi, pure scalzi, specie con il bel tempo… 

Per loro fortuna, spesso, in quei giorni dentro nei campi, ma anche lungo i cigli, “rosseggiava” carico e invitante qualche albero di cerasce…ciliegie, che il ragazzo, scalzo, ma agile e pronto abbracciava con lo sguardo da lontano e poi lo “visitava” riempiendosi la petterata – la camicia e le tasche -… e se c’era il padrone dentro…cioè qualche verme…che ffà non è cosa estranea …<Le cerasce sonne bbone e doulce lu staisse> 

Ciliegie di Ade

Anche e spesso era il vero padrone -proprietario, che offriva loro qualche manciata di ciliegie….era il tempo giusto di questi frutti e come gli uccelli anche i poveri “cristi” trovavano sempre anime caritatevoli che li condividevano, se l’abbondanza veniva dall’alto! Quando il cielo dona l’annata favorevole, la generosità si fa a larghe mani! Diceva un vecchio antico proverbio! 

All’inizio del lavoro fu tanta la fatica, per scavare le fondamenta, ma qualche altro operaio li aiutò; poi la costruzione si andò via via normalizzando. Il bel tempo favorevole permetteva l’avanzamento senza grandi anomalie; il padre muratore sapeva il fatto suo e procedeva spedito e contento, perché il committente si rivelava uomo dabbene e non “spigoloso”; mano mano pagava l’avanzamento del lavoro; non faceva mancare qualche fiasco di vino, quando andava sul cantiere e spesso la moglie / padrona, quando faceva il pane preparava anche una focaccia bianca con olio e sale grosso cosparso sopra, per i muratori- Bella antica e generosa consuetudine del paese San Felice del Molise. 

In esso, insieme ad altri due comuni, sempre in provincia di Campobasso, cioè Acquaviva Collecroce e Montemitro, affluirono popolazioni croate agli inizi del XVI secolo, che cercavano di sfuggire alla conquista ottomana dei Balcani. In questi paesini, da parte qualche anziano, si parla ancora, oltre che l’italiano, il croato molisano.

Il ragazzo manovale cominciò subito la sua parte, senza perdere tempo: portava le pietre, impastava la malta, spostava gli attrezzi, ma soprattutto due/ tre volte al giorno andava alla fonte distante all’incirca un km a riempire il cecenaro di acqua fresca, ristoratrice e dissetante, nelle giornate che si fecero sempre più calde, in quella piccola piana, fuori del paese San Felice. 

Quella prima esperienza lavorativa fu il rodaggio di un ragazzo, che divenne poi muratore “finito” cioè “rifinito” ; così si diceva di un mastro che sapeva fare tutto di una casetta, dalle fondazioni al pavimento, in un tempo in cui le maestranze, almeno nei piccoli paesi, non erano ancora certo specializzate nei vari settori, come presso le grandi imprese costruttrici nelle città.

Questa prima esperienza, pur dura, forse segnò positivamente il ragazzo, che continuò per la vita quel mestiere con grande volontà e indefesso interesse, specie amante della pietra, che carezzava( SIC) a volte, mentre costruiva una casa e che continuò a “capezzare /scolpire” da scalpellino per 25 anni, in Svizzera, dove emigrò come tanti altri paesani, intorno agli anni 50/60 e dove restò – contento e soddisfatto- abitando in una baracca, come lavoratore stagionale, in riva al magnifico lago di Interlaken, fino al pensionamento. 

Fu allora che nei paesi migliorarono le condizioni di tutte le famiglie degli emigrati, con le risorse che essi spedivano mensilmente. 

Ci fu allora in Italia il boom economico e non solo. Anche il tenore di vita divenne più “gentile” e raffinato e i figli cominciarono anche a studiare, oltre la scuola dell’obbligo -elementari e medie… 

La voglia di istruzione che essi avevano dovuto interrompere per necessità era il volano che li spingeva a desiderare figli istruiti, che potevano “lavorare in cravatta” , non sott’acqua e sotto vento nei campi o nei cantieri, come loro avevano fatto con enormi sacrifici, sia quelli rimasti nei paesi, ma anche e soprattutto gli emigrati.

Quel ragazzo, che aveva interrotto proprio a fine anno la seconda elementare, aveva imparato a scrivere anche le lettere da solo e le spediva con cadenza quindicinale, alla moglie e ai figli, raccomandando loro di essere bravi, di sentire la consapevolezza della propria posizione, cioè comportarsi da ” galantome“… 

Diceva talvolta quando era di genio:
< “Figlie mei, ‘mparateve bbune lu mestire”; avete sapè fa’ bbune quelle che v’attocche, pecchai quille che ve facioete Vou è lu meglie; lu lavore zeda fa’ “a reguola d’arte” e ve l’avete artruuò ‘nche la pacinze e la bona vuluntà; pe ije bone avete artruuà pure le segrete de quelle che nen vva, o va male…N’aiute va bbune, ma nen putete arcorre sempre all’eltre! 
<“Triste chella pecuere che nen arppò la lane sae !!!> 
soleva ripetere

Pecora mai tosata. Nessun lupo può mai azzannarla

<“Figli miei, imparate bene i mestiere; dovete saper fare bene quel che vi compete, perché quello che vi fate da soli è il meglio; il lavoro va fatto a “regola d’arte” e dovete svolgerlo con pazienza e buona volontà; perché vada bene dovete scoprire il segreto di ciò che non va,o va male…Un aiuto va bene, ma non potete ricorrere sempre agli altri! 
< Povero colui non può provvedere da solo alle sue necessità! >

Quel primo lavoro era rimasto indelebile nella sua memoria per tutta la vita… In verità suo padre gli insegnò il mestiere solo nei primi anni. Poi il ragazzo, più cresciuto, cominciò ad avere idee sue e “nuove” . Ahimè, pochi sfuggono al gap generazionale!.. Sicché il padre decise che era meglio per entrambi se il giovanotto fosse andato alle dipendenze di un altro maestro … e fu scelto il bravo mastro Silvio Rossi… Che in verità apprezzò il giovanottino, e dopo qualche tempo lo iniziò anche al mestiere dello scalpellino; gli regalò una pietra e proprio con quella il giovane apprendista muratore/scalpellino scolpì la pietra frontale della sua casa personale, che si stava costruendo, modificando e ampliando quella paterna: era il 1930 ed egli aveva solo 22 anni!

Così pure per me è sempre vivo il ricordo del mio primo anno di scuola-1958/59 da “maestrina elementare” di campagna, una pluriclasse di 7 alunni a Pantanicce/ Fonte del fico” nel mio paese, Montefalcone nel Sannio. 
Avevo venti anni.

Grazie a te, nonno Domenicantonio Gallo, pur se io non ti ho conosciuto… Mi ha fatto compagnia nell’infanzia solo una nonna e soltanto per quattro anni; morta purtroppo anche lei, due anni prima di mamma, che ammalatasi, ci lasciò ancora molto giovane, me e la sorellina più piccola orfane…
Ma grazie soprattutto a te –  papà Emilio – che ci hai permesso di studiare, sacrificandoti fino agli 85 anni! Ci hai insegnato ad avere autonomia nella vita, col nostro lavoro, senza cullarci troppo sulle forze altrui.” <“Triste chella pecuere che nen arppò la lana sae !!!> 
In questi giorni ricorre l’anniversario della tua nascita: 6 giugno 1908- E noi tre figli non possiamo fare altro che pensarti con affetto e dire <Pace a te, caro papà>

Il primo amore ed il primo lavoro, ma in genere gli amori dell’infanzia, restano stampati in cuore….come l’ultimo amore!! 

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

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