Home / Cultura Popolare / Dissetarsi ai ruscelli, assaporare la pioggia, bere alla fonte di saggezza di vita tramandata

Dissetarsi ai ruscelli, assaporare la pioggia, bere alla fonte di saggezza di vita tramandata

Mario Vaccarella

“L’acqua che corre la beve il serpente,la beve il buon dio,la posso bere pure io”. E’ una filastrocca che ho imparato qualche tempo fa’,mi fa ricordare quanta acqua abbiamo bevuto dai ruscelli (l vallngiell) dei nostri campi, fresca a primavera, gelida d’inverno, in estate si prosciugava ed a volte si andava al pozzo di un podere vicino.

Era la fonte presso la quale si riempivano i nostri contenitori “l fiasq” (anfora in creta cotta, tonda, smaltata per un quarto superiore di verde smeraldo, al lato due manici al centro dei quali un boccaglio stretto per bere, in quanto ad igiene, “era sulla bocca di tutti “, un turacciolo di sughero lo tappava). Il fiasco, lo si riempiva al pozzo legandolo tra i due manici e il colletto, con una fune di canapa, annodata in piu’ parti, un filo di ferro intorno al boccaglio legava un piccolo pezzo di ferro (una vecchia chiave, una cerniera di porta rotta ) usato come contrappeso che a filo d’acqua, permetteva al fiasco, gorgogliando, di riempirsi velocemente. Spesso sull’acqua si depositava un velo leggermente bianco, forse dovuto ad eccessive piogge, o ad un cattivo filtraggio.

Costruire un pozzo era una inpresa ingegneristica, tutto il lavoro si svolgeva manualmente senza mezzi meccanici  dalle buche scavate con vanga e bidente, alla costruzione di questo, con attenzione alla forma e alla struttura, si impiegava qualche mese, aiutati da parenti e amici  donne e bambini. Si trasportavano pietre, sassi di ogni forme e dimensione, pazientemente messi da parte ammucchiati (mbric’n) con parsimoniosa fatica durante anni di lavoro ,recuperati nei campi durante le varie fasi di lavorazione. D’altro canto bisognava sapere dove scavare il pozzo  una ricerca non facile. Oggi si userebbero delle sonde radar, allora gli ingegnosi padri oltre a notare una predisposizione di un avvallamento del suolo si affidavano ai poteri speciali che madre natura aveva dato a misteriosi personaggi: un indovino, un rabdomante.

Di questi personaggi ogni paese ne aveva uno; da noi c’e stato un monaco di cui non ricordo il nome, che si muniva di un ramo secco di una pianta specifica (salice, ulivo o nocciolo) consistente in una bacchetta biforcuta o un ferro ricurvo a forma di Ypsilon, che ondeggiava appena avvertiva l’attrazione e la vibrazione dell’acqua; questo movimento permetteva al monaco con qualche preghiera e con l’aiuto di un buon santo di stabilire con scientifica certezza il luogo sicuro, la profondita’ della falda e dava il via ai lavori. A lavoro ultimato all’interno del pozzo vi si depositava circa un paio di quintali di calce viva,(quella che veniva usata nelle costruzioni mista con sabbia e cemento) perche’ e un antibatterico e disinfettante naturale, veniva usato anche dagli antichi romani, quindi sicura, filtrava tutta l’acqua della stagione piovana che drenata dalle pietre confluiva nel suolo riempiendo il pozzo magico.

Magico perché l’acqua e’ la vita,  “si cerca su Marte quando manca anche qui” quindi avere un pozzo e’ un privilegio, una ricchezza, significava salvare piante, ortaggi, raccolti in periodi difficili, per gli animali, per bere e non da poco, come conservazione e refrigerazione, in modo naturale, di alimenti e bottiglie di vino, che appese nel pozzo in un paniere a filo d’acqua si raffreddano a dovere. Vino che serviva per “asciugare il sudore” in estate, (occasione per bere) almeno cosi’ dicevano i nostri nonni.

Il piccolo ruscello serviva solo per una stagione, un pozzo era per tutte le stagioni o per tutta la vita. Pensare che un indovino e la sua bacchetta magica riescano in questo intento mi riesce difficile ancora oggi; io per primo ho deriso la sua ingenuità come effetto di raggiro, o semplice ignoranza; ma che questi possa sostituire il nostro mondo “reale” e’ fuori discussione; deve essere reintegrato, riconosciuto, rivalutato, e’ il mistero che madre natura conserva lì in quel pozzo, da cui si attinge sapienza pronta all’uso, per chi sa prestarle attenzione, senza verita’ assolute, senza pregiudizi di sorta.

Oggi ho deciso di guardare oltre, di assaporare la pioggia, di ascoltare il passato, di bere alla fonte di saggezza di vita tramandata: essa racchiude segreti che occhi umani non possono vedere ne orecchie udire, purtroppo siamo abituati a pensare alla vita, anziche’ sentirla e spesso ci passa accanto, senza riconoscerla.


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

About Mario Vaccarella

Mario Vaccarella di San Lupo (BN) paese infestato da leggende di Janare, lavora nel settore estetico, vive a Napoli da più di vent'anni, porta con sé i suoi ricordi che, con l’aggiunta di un po' di fantasia, prova a raccontare. La vita, se è vissuta con intensità, la si può raccontare a testa alta e dire sempre con orgoglio: sono nato lì e io c'ero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.