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Dal mare del Silenzio

A lei di colpo si sciolsero le ginocchia e il cuore”
Odissea Libro XIII 
Ulisse e Penelope: Il riconoscimento

Manuela Pelle

Questa è una storia semplice, la cui protagonista è frutto della mia fantasia, fatta di sentimenti e di memorie. Non appartiene a nessuno e può essere di tutti. E’ stata scritta per quelli che hanno lasciato il proprio Paese e non vi hanno fatto più ritorno, ma anche per quelli che sono rimasti, ma hanno vissuto come estranei e, anche in mezzo alla folla, si sono sentiti soli. E’ stata scritta per chi, nel tempo, ha ripensato alle scelte fatte, e ha cercato di riannodare i fili che si era strappati dal cuore. Dovunque ci si nasconda, il passato prima o poi ritorna.

Un stupenda foto di Francesco Giaccio: La Chiesa di San Pietro in Agnone illuminata da uno spicchio di luce al tramonto mentre la valle sottostante viene lentamente inghiottita dal buio

Basta, era ora di decidersi, inutile continuare a nascondersi, la cosa andava affrontata di petto e  subito, troppe volte Victoria aveva esitato. Quel nome che portava non c’entrava niente con il suo carattere. Chissà cosa era passato per la testa di suo padre quando, con la meraviglia di tutti, gliel’aveva affibbiato. Forse aveva pensato che così sarebbe stata una vincente … Victoria, invece, non aveva vinta neanche una di battaglia.
Stava andando ad Agnone, dopo tanti anni, troppi, a cercare di trovare finalmente, nel passato, qualcosa che potesse dare un senso a tutta la sua vita, al presente, e magari anche al futuro.
Se si guardava indietro, vedeva una ragazza sdegnosa che aveva guardato sprezzante tutto e tutti  ed era corsa via, lasciandosi alle spalle affetti, amici, cure, oggetti e paesaggi, atmosfere, tradizioni, ma una voce, soffocata dentro, le aveva sempre detto: “ti sei  portata tutto  dietro, ammettilo una buona volta”. Infatti, ovunque fosse stata, Victoria aveva sempre pensato che il cielo che guardava, non era altrettanto azzurro come quello del suo Paese,  che il sole non era altrettanto brillante e che l’aria non altrettanto pura ed odorosa di cose buone e semplici e che le montagne, soprattutto, non avevano lo stesso profilo dolce e severo nello stesso tempo.
Ora, era giunto il tempo di andarle a rivedere quelle montagne, nel rincontrarla, forse, l’avrebbero rimproverata, ma Victoria le avrebbe affrontate a viso aperto e le avrebbe sfidate come aveva fatto in passato. Loro erano rimaste sicuramente immutate nei loro profili, lei invece era cambiata, era invecchiata.
Ormai non si sarebbe più tirata indietro; il calice andava bevuto ma non con un sorso, andava centellinato, perché  sarebbe stato così amaro il contenuto, che berlo di un fiato l’avrebbe uccisa. Ci voleva coraggio. 
Nella sua mente aveva provato tante volte la scena del ritorno ma il copione non la soddisfaceva: gli attori principali, ormai, non c’erano più e avrebbe dovuto recitare la sua parte con i fantasmi di un passato che avrebbe, via via, incontrato. Sarebbe stata una strada, oppure un odore, oppure un sapore che avrebbero fatto riaffiorare la memoria in tutta la sua crudezza.
Cosa avrebbe fatto, si chiedeva Victoria, sarebbe di nuovo fuggita via? 
Intanto la macchina correva veloce.
Aveva scelto la fine di maggio per andare, non era ancora estate, non era più inverno e, per raggiungere Agnone, aveva scelto la statale; voleva che il paesaggio cambiasse un poco alla volta, per abituarsi  lentamente; già sapeva che le montagne sarebbero balzate fuori dal nulla all’improvviso  e i boschi le sarebbero venuti incontro come folletti.
La primavera, in montagna, è come una donna capricciosa che scioglie i suoi lunghi capelli perché il vento se ne appropri, che muove le mani come farfalle incantate dall’azzurro del cielo, agita i fianchi per farsi ammirare e mostra gli occhi ridenti al sole e la bocca imbronciata per l’imminente pioggia; la sua voce è calda e appassionata, ma il suo respiro  è ansante e spesso gelido; sulla testa  ha una corona di rose canine e di ginestre, intrecciate a rovi spinosi pieni di bacche.
Se la ricordava bene com’era la primavera ad Agnone, Victoria, molte volte l’aveva cercata altrove, senza trovarla, ora l’avrebbe respirata di nuovo, finalmente!
Guardò l’orologio, era ancora presto, avrebbe avuto molte ore per poter girare un po’; forse, più tardi nella mattinata, avrebbe bevuto un caffè entrando in un bar, si sarebbe tolta gli occhiali scuri e magari, parlando il suo dialetto,  per far intendere che era una del posto, avrebbe chiesto con voce ferma: “bongiorn, m’ fiè nu cafè? Aveva deciso così perché, per come era cambiata, nessuno l’avrebbe riconosciuta.  Victoria desiderava sentirsi chiedere, con familiarità e nel suo dialetto: “gnà stiè? siuwe quanda tiemb è, che nen de faciójve avvedaje”

Piano, però, doveva andare piano. Sentiva la  necessità di farsi riconoscere, ma gradatamente e non  sapendo chi, il caso, gli  avrebbe fatto incontrare per primo, forse sarebbe stato meglio dare appuntamento a qualcuno, che non aveva fatto parte della sua vita e con cui aveva allacciato rapporti virtuali,  perché gli parlasse un po’ del suo paese e di come era cambiato, se era cambiato, prima di affrontarlo.
Il tempo era passato inesorabile e sapeva di essere diversa; non doveva, quindi, rimanere delusa se nessuno l’avesse riconosciuta. La colpa era  soltanto sua se la familiarità di un tempo, anche con le pietre e i ciottoli del suo Paese, si era dissolta come neve al sole.
Forza, ancora pochi chilometri, pensava Victoria, e la strada a scorrimento veloce terminerà, e la città sul mare sarà alle spalle e non sarà mai esistita. Cominciava la salita.
La strada,  tortuosa e sconnessa, portava i segni del gelo e della neve. Qualche rara macchina le veniva incontro, i bordi della carreggiata erano coperti da un’erba tenera e un po’ magra, il freddo si faceva ancora sentire, macchie di primule e viole la distraevano dalla guida, incantandola; voleva fermarsi e scendere dalla macchina, per tuffare la faccia e le mani in quel bordo fiorito, ma non doveva cercare scuse che avrebbero ritardato il momento: era ora di tornare a casa senza indugio, di tempo ne era passato sin troppo…. Quasi cinquant’anni!
Passaggi in ombra, e luce che filtrava da una cortina di alberi, caratterizzavano l’ascesa al punto più alto del percorso. Ecco, qui la strada si raddrizza e, d’improvviso, l’orizzonte, finora sacrificato dal bosco, si allarga.
Victoria guardò il cartello: Guado Liscia! Qui si incontrano le province di Chieti e Isernia. Non resistette e accostò…doveva fermarsi; aveva il fiato corto come se avesse percorso la salita a piedi. Sentiva la necessità di respirare e di guardare l’orizzonte; era inquieta, soprattutto con se stessa, non era possibile che la malia del suo Paese le stesse già procurando quell’ angoscia. Era tentata di tornare indietro e  fuggire, non era pronta, non era ancora pronta.
Dal finestrino le arrivava, un soffio d’aria profumato di resina, muschio e legno in disfacimento, mischiato ad un profumo di fiori che risaliva dalla valle, odori primordiali di terra appena nata. Victoria scendendo dalla macchina quasi barcollò, quei profumi la penetravano e la rendevano instabile, era sconvolta per l’effetto che quell’aria, la sua aria, le faceva. Allora alzando i pugni in segno di sfida a quel cielo di cobalto, e al profilo delle  montagne che si vedevano in lontananza, si lasciò scuotere dal vento. Le montagne, le sue montagne le chiedevano di piegarsi ed arrendersi, finalmente. Un folata di vento più forte e più fredda la obbligò a chinarsi: una sottomissione ed una resa completa ed assoluta erano il prezzo che le sue montagne le stavano chiedendo. Tutto intorno un paesaggio brullo, e ancora riarso dal gelo recente e dal vento,  nascondeva sotterranei dolori e una grande miseria, sofferta con dignità; lacrime miste a rabbia, impotenza e amarezza le scorrevano sulle guance. Victoria stava pagando il prezzo della sua ribellione. Il vento delle passioni sopite e della memoria stavano cercando di domarla.

Un improvviso bagliore catturò l’attenzione di Victoria: una macchina stava per sopraggiungere. Immediatamente si riassettò, anni di esercizio dell’autocontrollo l’avevano abituata a cambiare volto in pochi secondi. Alzando la testa, si rimise gli occhiali neri sul naso e ancora una volta guardò l’orizzonte in segno di sfida; un sorriso, appena accennato, le aleggiava sulle labbra. Le sue montagne l’avevano sfidata ancora, ma lei non si sarebbe arresa, perlomeno non così facilmente. Un sorta di rabbia repressa e contenuta sotto un apparente tranquillità si stava impossessando di lei. Era tornata, stava tornando, ma non per essere sottomessa; avrebbe mostrato ancora un volto sprezzante. 
Intanto, dalla valle non giungeva nessun rumore. Era come se la valle stessa, avesse trattenuto il fiato, e il silenzio, un mare di silenzio, era la sola accoglienza di cui Victoria poteva beneficiare; bene, pensava, ora gliel’avrebbe fatto vedere chi era Victoria e di che cosa era capace: avrebbe percorso a piedi tutto il Corso e sarebbe andata in giro per tutto il Paese; sarebbe entrata nei negozi, non si sarebbe fatta riconoscere, non avrebbe parlato in dialetto e avrebbe guardato tutti da dietro i suoi occhiali neri, sfidando chiunque a riconoscerla.

La macchina, ora, correva veloce: ecco Monte Castel Barone con la sua abetaia (quanti picnic con la sua famiglia e i cugini e gli amici, e che buon sapore quelle cose cucinate dalla mamma e stipate dentro capienti ceste); ecco Sant’Onofrio, la chiesetta che ospita il piccolo Santo Anacoreta (Victoria si segnò in memoria di un culto che lo vedeva patrono in caso di febbre, ma soprattutto perché, anche lì, le gite programmate facevano parte dei ricordi felici); ecco il bivio di Secolare con ancora il caseggiato che ospitava la scuola di montagna (chissà se era ancora in funzione) e le masserie con gli animali al pascolo.
Velocemente stava arrivando alle porte di Agnone.

Eccolo Agnone, i primi caseggiati, la casa cantoniera, limite periferico di tanti anni fa e l’Ospedale dove era nata.
Victoria aveva deciso che la prima tappa sarebbe stata il Cimitero. Aveva necessità di immergersi in quell’atmosfera e sentiva il bisogno di dire qualcosa a qualcuno, eh sì, perchè Victoria, non aveva mai pensato che chi se ne era andato, lo avesse fatto in via definitiva. Doveva, voleva capire e parlare a quattr’occhi con un po’ di “gente” e chi avrebbe dovuto intendere, avrebbe inteso, anche se le risposte non le sarebbero mai arrivate e il solito mare di silenzio l’avrebbe circondata.
Erano soltanto le nove del mattino, al cimitero non c’era nessuno, un vento gentile la sospingeva mentre varcava il cancello. Aveva le braccia cariche di fiori che, pensava Victoria,  non sarebbero serviti a nulla, solo, forse, a farsi perdonare per tutto quello che avrebbe detto.
È qui che tutto finisce? si chiedeva. Qui dove la memoria è più opprimente? Tutti quei volti silenziosi che la guardavano, sembravano accusarla, ancora una volta, di essere fuggita. E allora? Era una codarda? No! aveva solo strappato via dal suo corpo il cuore, lo aveva sostituito con un motore che le permetteva di vivere e null’altro.
Non erano necessari, per sopravvivere, il cuore e la memoria, si viveva benissimo anche senza. Era diventata una senza terra, una senza famiglia, non aveva ricordi, non aveva fotografie, aveva sepolto tutto, insieme ai morti; ora tutto quello che aveva cancellato e strappato da se stessa le veniva scaraventato addosso da quei volti, da quei nomi e se ne sentiva schiacciata. Era un peso insopportabile. Victoria sentiva che stava per svenire, non riusciva a respirare, aveva un nodo in gola, era troppo anche per lei, desiderava liberarsi ma non le riusciva di piangere.

Un raggio di sole tiepido e dolce, tipico della  primavera agnonese, d’improvviso, le sfiorò il viso e i capelli e fu allora che tutta la rabbia, con cui era partita, iniziò a sciogliersi come ghiaccio a quel sole, e il blocco di metallo che aveva al posto del cuore iniziò a rallentare. Victoria pensò che qualcosa, di grave, le stava succedendo, sentiva un rumore strano dentro, un rumore che non ascoltava da tanto tempo, che non riusciva a spiegare, forse era quel cuore che lei aveva sostituito con un motore che, a fatica, riprendeva a battere  e il nodo che aveva alla gola iniziò a sciogliersi con  respiri lunghi e  profondi.
Quanto  le era mancato essere umana! E il concedersi di  ascoltare il cuore che batteva e l’aria che le gonfiava i polmoni, una sorta di singulti, precedettero le lacrime che, insieme al vento dei sospiri, iniziarono a smorzare il fuoco con cui era arrivata. Tutto quello che si era tenuta dentro, ora, era traboccato; la piena era inarrestabile; era sola, per fortuna, così si sedette su un gradino di pietra, con le braccia strette intorno al corpo.
Victoria ebbe l’impressione che mani pietose le accarezzassero la testa e le spalle; urlò tutta la disperazione, che si era tenuta dentro per tutti quegli anni, e pianse lacrime che non pensava di avere, fino a che il vento le asciugò il viso. 
Così, lavata e purificata, decise di lasciare il silenzio del cimitero per andare ad ascoltare rumori umani che bucassero il mare di silenzio in cui viveva da quasi cinquantenni. Era ora di affrontare i vivi! In macchina, Victoria, ritoccò il trucco anche se, stranamente, sembrava non averne bisogno. Nello specchietto vide un volto rilassato, occhi lucenti per le recenti lacrime e bocca atteggiata ad un sorriso.

Uscita dal parco della Rimembranza, risalì la strada per affrontare il Corso, in macchina. La tappa era capammonde. Da lì avrebbe ripercorso, a piedi, i sentieri della sua infanzia e rivisto le pietre miliari della sua vita: San Marco, chiesa Matrice e punto più alto del Paese con la sua Croce preda di tutti i venti, San Pietro, Sant’Amico, con le loro tradizioni e tutti gli altri luoghi amati e odiati allo stesso tempo. Lasciò la macchina a San Nicola e da lì, tutte le stradine convergenti e precipitose, la trascinarono da un luogo all’altro di quello spazio che ora le appariva limitato: Lì aveva vissuto tutta la sua vita fino a quando non era andata via. Si chiese, come uno spazio così ristretto potesse contenere tutta una vita e, insieme alla sua, tante altre vite. Camminando,  rivide i bambini che avevano giocato e vissuto con lei la meraviglia dell’infanzia, e ne riascoltava le grida gioiose o il pianto irrefrenabile per le ginocchia ferite o per aver perso ad un gioco, e le corse per nascondersi o per raggiungere.
Le vennero incontro, come vecchi amici persi di vista,  gli edifici dell’Asilo e della Scuola che l’avevano vista bimba e adolescente e il belvedere della Ripa, luogo di giochi e di fughe dalla scuola,  e tutta la circonvallazione, che si affaccia su un grande orizzonte, fatto di vallate strette e montagne improvvise che tentano di proteggere il Paese dal vigore delle intemperie, ma Agnone, appollaiato sul suo costone, è un paese sfrontato, che offre i suoi fianchi all’urlo dell’inverno e alla passione dell’estate. Proseguendo come in un sogno lungo il cammino dei ricordi, arrivò fino a sotte a Truone e fino alla Porta di san Nicola, antico baluardo del Borgo.

Victoria continuò il suo cammino, incalzata da un vento di ginestra che le ricordò le serate estive, piene di lucciole da rincorrere, e le passeggiate, dopo il temporale, in cerca di lumache respirando il fiato bagnato della terra umida; lo sentiva anche, in quel momento, quell’odore potente e sensuale proveniente dagli anfratti della vegetazione e dagli orti delle case che si affacciavano sulla strada, nascosti da una fitta vegetazione.
Il silenzio era assoluto, i rumori erano solo immaginati, neanche una macchina ad interrompere il suo peregrinare, era sola con le sue volute dimenticanze, mentre tutto l’insieme stava cercando di scacciare anni di oblio, spogliandola nuda di tutto quello che era stata finora e rivestendola, pietosamente, solo col velo dei ricordi.
C’era ancora tempo. D’altra parte era venuta per ripercorrere il Paese da cima a fondo per cui rientrò nel borgo ed ecco San Biase, la sua parrocchia, dove si erano consumati tutti gli eventi confessionali più importanti della sua vita, vi entrò, l’accolse il solito silenzio. Si rivide bimba emozionata, mentre percorreva la navata per raggiungere l’altare, per la Prima Comunione. Che bell’abito che indossava! E come era compunta, tutta presa dall’importanza del giorno e addolorata dal fatto che, suo padre, di lì a pochi giorni, sarebbe partito per una terra straniera, lasciandola ad aspettare il suo ritorno.
La marea stava risalendo, doveva uscire da quella chiesa e proseguire il suo cammino; ecco Piazza Plebiscito in tutta la sua magnificenza e importanza storica. Quanti giochi e quante confidenze, dei primi batticuori alla sua amica e confidente, le ritornavano in mente; avrebbe voluto che si affacciasse alla finestra, l’avrebbe aspettata ed insieme avrebbero percorso il resto dell’itinerario che, forse, sarebbe stato più lieve. Ma la sua casa, come tante altre, era chiusa. Il silenzio era assordante o per lo meno così le sembrava,  e le case avevano le persiane accostate e i portoni serrati: anche il Paese, in qualche modo, si vendicava.

Era il momento di scendere capabballe e di intraprendere la sua passeggiata per il Corso, nella speranza di incontrare qualcuno che la riconoscesse e la salutasse.

La Chiesa di Sant’Emidio era proprio vicino al luogo dove aveva frequentato il Liceo e forse qualche volta era entrata per raccomandarsi alla Madonna perché il compito o l’interrogazione andassero bene. Ora, voleva entrare per rivedere le bellezze artistiche in essa contenute; quando si è molto giovani certe cose non sono molto apprezzate e fanno solo parte del proprio contorno, i cui limiti sono disegnati soltanto dagli affetti e dagli amici oltre i quali, riempiendo essi la vita, non esiste null’altro.
Con gli occhi della memoria Victoria si rivide in attesa della campanella e con i libri in braccio. Quanto tempo era passato, forse troppo, e non sapeva dove erano quei ragazzi e quelle ragazze, se erano diventati dei signori e delle signore attempate come lei. Il suo cuore, quello vero e non il motore meccanico, glieli faceva rimbalzare nella testa e li rivedeva così come erano:  le immagini le piacevano molto, ma la intristivano perché, seppure  nitide e vivaci, non avevano il sonoro, mentre Lei era lì proprio per frangere il mare di silenzio di cui si era circondata.
Non incontrò molte persone e chi la incrociava non la riconosceva, neanche se si toglieva gli occhiali. Non riusciva a capacitarsi di come il tempo l’avesse così cambiata nei tratti, da non poter essere riconosciuta. Lei, invece, seppure con la patina del tempo, riconosceva tutto e tutti.
Questo era, dunque, il prezzo da pagare: lei, che aveva dimenticato tutti, era stata giustamente dimenticata. Si rendeva conto che non era sufficiente ripresentarsi all’improvviso; non poteva pretendere di essere individuata solo perché un mattino aveva deciso di tornare a passeggiare  per i vicoli, le porte e le strade di Agone.

Victoria pensò che tanta strada avrebbe dovuto percorrere, e non solo quella fisica, prima di poter essere riaccettata dalla comunità, ma lei non avrebbe demorso, ci avrebbe provato, un po’ alla volta. Il suo viaggio a ritroso nel tempo proseguì e il Corso cominciò a srotolarsi sotto i suoi piedi: ecco il mercato e l’enorme scalinata dominata dal campanile di Sant’Antonio. Da lì si dipartono due strade parallele : Soprecolle e Trallesctalle. Quante volte le aveva percorse a piedi, in bicicletta e in quante case aveva giocato, riso, ballato insieme a molti amici. 

Si inoltrò, speranzosa, nel cuore del Paese: c’erano negozi e bar e si celebrava il classico struscio. Forse avrebbe incontrato qualcuno che l’avrebbe riconosciuta. Intanto, era entrata in un forno per risentire l’odore del pane appena sfornato e della pizza e dei buoni dolci. I titolari erano persone che lei non conosceva o forse non ricordava, perchè troppo giovani rispetto a lei; aveva deciso, d’impulso, di comprare molte cose, avendo necessità di concretizzare i ricordi, anche con i sapori, ormai dimenticati da molto tempo. Oltrepassò il bivio che porta alla Repubblica di Maiella, mentre sogguardava  qualche vetrina o si fermava a leggere i manifesti che ricordavano una persona scomparsa o rammentavano ai cittadini eventi ed impegni.
Percorrendo il Corso, avvertì che, ormai era una estranea. Non era appartenuta a nessun paese dove aveva vissuto; era stata ospite e null’altro, ma realizzò che non apparteneva più neanche ad Agnone. Non apparteneva a nessuno, pensò Victoria, anche perché non c’era rimasto più nessuno dei suoi cari. forse era meglio tornare da dove era venuta,  rimontare il motore al posto del cuore, cancellare di nuovo tutto il passato e riprendere da dove aveva lasciato, soltanto per poche ore.
Percorse l’ultimo tratto del Corso prima di ritrovarsi di nuovo di fronte all’Ospedale, superò la Fonderia delle Campane, di cui era sempre stata orgogliosa, come fosse cosa sua, e arrivò  all’ultimo baluardo: il Chioschetto. Era lì che si riunivano, in estate, i ragazzi dell’epoca, consumando i primi amori e qualche gelato. Finito! il Corso era finito, l’intera mattinata era trascorsa e nessuno l’aveva  riconosciuta.
Il silenzio che aveva sperato di interrompere le aleggiava ancora intorno, camminava in un deserto popolato soltanto dal rumore del vento, ed  era come se fosse stata invisibile. Questo le procurò un dolore così forte che pensò che il ritrovato cuore avrebbe potuto cedere da un momento all’altro.
Era stanca, forse un caffè, prima di ripartire, le avrebbe ridato un po’ di vigore e l’avrebbe consolata della cocente delusione di non essere riuscita ad arginare il mare di silenzio che la circondava.
Mentre, superato l’Ospedale, riscendeva da via Saulino, ripensò a  quante volte era andata nel ritrovo dedicato ai ragazzi, aperto e gestito dai Frati minori presenti in Paese. Mancava quest’ultimo tassello per ricomporre un quadro fatto di anni vissuti intensamente, come è possibile quando, molto giovani, si vive in un Paese come Agnone.
Ai piedi della strada,  all’incrocio col Corso, ecco un bar. Era ora di fermarsi per riposare e bere un po’ di acqua. Dopo tutto non aveva più vent’anni. Il sole ormai era alto ma i tavolini erano in ombra e dunque era piacevole sostare al dolce tepore dell’estate incipiente. Le ragazze del bar  immaginavano che Victoria  fosse una forestiera con cui fare bella figura e qualcuna, più loquace, accennò al Paese e alle sue bellezze. Lei ascoltò e sorrise. In effetti, avrebbe voluto urlare che, Agnone, prima di essere il loro Paese era stato il suo. Quindi, in silenzio, bevve il suo caffè e la sua acqua, mentre, di sottocchio, guardava lo struscio. Ecco passare Tizio, ecco Caio, ecco Sempronio. Il tempo è passato per tutti, sembrava solo ieri che aveva lasciato tanta gioventù ed  era scappata via. 
Lei, al tavolino fuori del bar,  era in ombra di fronte alla strada, ma nessuno la curava. Il silenzio, l’eterno silenzio di cui si era circondata, proseguiva sovrastando tutti gli altri rumori. Ormai Victoria era rassegnata, ancora pochi minuti e sarebbe letteralmente volata a riprendere la macchina per ritornare  nella città che la ospitava da anni, per tornare ad essere quella che era: una senza terra, una senza radici, una senza nessuno.
Era ora di pagare il conto, in ogni senso.

Da lontano vide qualcuno che conosceva risalire il Corso proprio sul marciapiede dove era lei; forse andava verso via Saulino o proseguiva per andare verso le Civitelle, ma più si avvicinava e più sembrava andarle  incontro; lei sapeva chi era, si trattava un vecchio amico; nella sua memoria lo ricordava com’era da ragazzo, ne ricordava i tratti e la voce e il modo di fare; le si stava parando davanti, Victoria dovette alzare lo sguardo. 
Lui l’aveva evidentemente riconosciuta.
Il velo dell’oblio stava per essere squarciato, sarebbe bastata una parola soltanto per ritornare ad essere qualcuno. Mentre ascoltava quella voce, riemersa dal passato, che le diceva: “Uè uagliò, gnà stiè? Finalmende la sci artruveàta la via dell’uorte!,  Victoria pensò che dal mare del silenzio le era stata gettata una cima. Ci si sarebbe aggrappata con tutte le forze che aveva.

Manuela Pelle (Victoria)

Copyright: Altosannio Magazine 
EditingEnzo C. Delli Quadri  

About Manuela Pelle

Manuela Pelle, molisana di Agnone, il paese dei campanili e delle campane forgiate lì, sul posto. Ci si immerge tutte le volte che ci torna, or che ne vive lontana per motivi di lavoro, esule, da 50 anni. Riporta con sé l’atmosfera che vi aleggia, la sua dimensione irreale, le sue contraddizioni che riversa in ogni suo scritto, in ogni sua impresa.

4 commenti

  1. Un racconto bellissimo, non appartiene a nessuno e può essere di tutti. Bravissima.

  2. Credo che ogni agnonese ,andato via per tanti motivi, non possa fare a meno di commuoversi leggendo il fantasioso ritorno.Brava.

  3. Bello, io che purtroppo non amo leggere, lho divorato tutto d’un fiato. Brava, in qualcosa mi sono rivisto. Antonio da Venezia.

  4. Bellissimo racconto…arriva dritto al ❤.

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