Da Roccavivara con affetto Il mese della Madonna

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di Mario Antenucci,
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Il mese di maggio è il mese dedicato alla Madonna.

Noi rocchesi avevamo e abbiamo una particolare devozione per la Vergine Santa, custodita e venerata nel Santuario di Canneto. La devozione verso la Madonna è tale e tanta che la prima domenica di maggio i devoti di Rocca, guidati dal parroco, al suono delle campane, si adunano davanti la chiesetta di Sant’Antonio situata alla periferia del paese e si recano in processione al Santuario per adorarla e chiederle grazie.

Una volta, quando il Santuario apparteneva esclusivamente alla parrocchia di Roccavivara, si scendeva a Canneto per prendere la statua della Celeste e portarla nella chiesa madre del paese perché chiunque volesse potesse adorarla.

Con provvedimento episcopale dell’8 settembre 1958 il Santuario di Santa Maria di Canneto fu sottoposto alla giurisdizione della diocesi di Trivento e fu innalzato a Santuario Diocesano perché in esso convenivano molti fedeli da paesi della regione e del vicino Abruzzo ai quali era giusto far godere della presenza della Madonna.

Roccavivara – Santa Maria del Canneto

Da bambino, insieme ai miei compagni di scuola Pasquale, Antonio, Domenico, scendevo a Canneto stando davanti la processione lungo la strada mulattiera.

Prima di andare si guardava in cielo per scongiurare ogni nuvola che potesse rovinare la giornata di preghiera.

 Durante il percorso raccoglievo fave fresche che adocchiavo nei campi pieni di papaveri che fiancheggiavano la via costeggiata nei due lati dalle ginestre che con il loro giallo intenso sembravano illuminassero il percorso.

Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare il “rosario” che le donne in processione recitavano in onore della Madonna e l’inno scritto proprio in sua lode: “O Madre di Dio/ risuoni in Canneto/ il cantico lieto/ del labbo e del cuor.”di Mons. Claudio Verghetti, Innografo della S. Congregazione dei Riti.

Al canto di questo ritornello vedevo molte persone che lacrimavano. Credo che pensassero alle pene e ai dolori che ogni giorno dovevano affrontare per andare avanti nella vita. Esse invocavano la Madre Celeste per chiedere aiuto e protezione: O Madre Maria/da tutti i tuoi figli/discaccia i perigli, le pene e i dolor.”

Dopo aver percorso un bel tratto della mulattiera, subito dopo spuntavano, nel mezzo della pineta, all’incrocio del fiume Trigno con il torrente Musa, il campanile che si erge maestoso e la chiesa monumentale, il luogo santo dedicato alla Vergine: Santa Maria di Canneto.

Lontano dal rumore fragoroso delle grandi industrie e dal loro circolo vizioso ed ingombrante riposa placido il Santuario. Avvolto dal silenzio delicato di uno scrigno, parlano le voci della natura e i suoi colori; tra i campi verdeggianti della primavera spunta, or di qua or di là, qualche toppa di rosso porpora, lontano dallo sfarzo chiassoso della grande città.

Mondo poetico della solidarietà e dell’amicizia, dell’umana accoglienza dei visitatori. Luogo deputato alla meditazione e alla riconciliazione con il mondo naturale e sociale, in cui si ritrova l’entusiasmo per ridare slancio al vivere quotidiano immanente e trascendente.

A Canneto si guardava al passato visitando il sito archeologico della villa romana adiacente la chiesa benedettina del XII secolo così come si immaginava il futuro immergendosi nella preghiera più intima, nella fruizione del presente davanti alla statua lignea della Madonna della seconda metà del 1300.

La processione procedeva festante fino a quando arrivava nei pressi del Santuario, dove una fontana d’acqua refrigerava lo stuolo dei pellegrini accaldati con il viso rosaceo e sudato.

Dopo aver attraversato il parco che don Duilio Lemme, infaticabile uomo e parroco di Roccavivara, insieme ai parrocchiani e ai cittadini, caricati di tanto entusiasmo, aveva ripieno di abeti, pini, ippocastani ed alberi vari, i devoti raggiungevano la statua policroma della Madonna, posta al lato dell’altare, strisciando con le ginocchia a terra in segno di profonda devozione.

Così Felice Del Vecchio in “Don Duilio Lemme – La vita e l’opera” – Enzo Nocera Editor 2012 – a proposito di parco ed alberi. “E gli alberi che aveva piantato a Canneto più che creature vegetali erano le sue creature, quasi suoi figli. Uno per uno li conosceva, li visitava. …Gioiva invece come un bambino nel vederli crescere belli, saldi. Rompere i rami ad uno di quegli alberi era per lui come spezzare un arto ad un essere umano. Non voleva neppure che li potassero: gli alberi a suo avviso dovevano crescere liberamente, diventare fronzuti e tra i loro rami dovevano nidificare, cantare gli uccelli.

La mattinata culminava con la celebrazione della Santa Messa e con la predica da parte del celebrante in onore della Madonna. Come era consuetudine, i pellegrini al termine della messa si sparpagliavano. Alcuni si sdraiavano sul prato retrostante il monumento, altri si recavano alla vicina fonte – Surienza – sorgente – seduti sui gradini semicircolari che formano una specie di piccolo anfiteatro – e consumavano la modesta colazione preparata all’alba prima di iniziare il pellegrinaggio. Scioglievano il fagotto portato con la bisaccia di lino grezzo e lo spandevano sul prato invitando gli altri della compagnia a favorire. Ognuno scambiava con l’altro un po’ di companatico fatto di salsicce, di formaggio, di frittata e un bicchiere di vino, godendo dell’ombra degli alberi e dell’acqua fresca della fonte.

Così ancora Felice Del Vecchio: “Con l’animo di un francescano don Duilio amò l’acqua della fonte di Canneto, alla quale dedicò cure amorevoli. La volle circondata di alberi, salici, pioppi, cipressi in modo che i suoi dintorni fossero come un nido di frescura, di verzura per quanti cercavano ristoro per la sete, riparo dalla calura. Per quell’acqua volle egli stesso dettare un’iscrizione gaudiosa che ancora si può leggere sulla fonte “Venite sizienti/ venite alle acque/ attingetele con letizia/ bevetele con gaudio/. Sono le acque della Vergin Cannetina….”.

Era un momento molto conviviale vissuto con allegria. Si era soddisfatti di aver pregato ai piedi della Madonna e di averla invocata per tutti i bisogni delle famiglie e della povera gente e per scacciare i malanni e la malannata.

Nel tardo pomeriggio, dopo il riposino, raccolte le forze e di buono spirito, si riprendeva speranzosi il cammino in salita verso casa, caricando sulle spalle la statua: le donne facevano a gara per poterla portare.

Lungo la risalita, la compagnia si fermava di tanto in tanto e ognuno si sedeva sopra spuntoni di roccia o sul ciglio della strada per riprendere fiato.

Giunta in paese, la Madre Celeste veniva accolta con gaudio e canti e portata in processione per le strade interne come se volesse salutare i suoi figli, passando tra due file di coperte colorate, prima di essere collocata sull’altare della chiesa di San Michele Arcangelo dove rimaneva per tutto il mese di maggio per essere adorata come una vera madre. Il popolo tutto si adoperava per infiorare le strade e adornare i balconi.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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