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Com’eravamo di Lucia Amicarelli – I giochi dei bambini

Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli[1] e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2], il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.

vedere anche: IO GIOCO, TU GIOCHI… NOI GIOCAVAMO – di Maria Delli Quadri

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Fatti i bimbi più grandicelli, i genitori li lasciano liberamente scorazzare per i sentieri di campagna e per le vie del paese, dove, ad ogni ora del giorno, s’incontrano crocchi di ragazzi che giocano. Qualche volta maschi e femmine si uniscono, ma in tal caso il gioco invariabilmente finisce in insolenze da una parte e in pianti dall’altra, perché i maschi, allevati sin da piccoli nel convincimento della loro superiorità e del conseguente predominio sull’altro sesso, non risparmiano manifestazio-ni di prepotenza. Più spesso però gli uni e le altre giocano in gruppi separati, anche perché i maschi preferiscono giochi più movimentati e violenti, tanto che non è raro il caso di ragazzi che tornino a casa pesti e sanguinanti per una sassata che li ha colpiti nel gioco.

Un accenno alla vivacità dei giochi dei ragazzi, interessante specialmente perché vi si fa menzione di un gioco non più in voga, trovo nel Gamberale. «Quando terminava la nostra lezione pomeridiana, si correva defilati a goderci la nostra ora di assoluta libera capestreria giovanile . .Si correva alla nostra palestra di ginnastica che continuava ad essere quel campione di strada rotabile già ricordata  . . . e là, subito, si formavano gruppi di giocatori: chi alla palla di ferro, o, secondo il mese, al nostro paesano gioco del caciocavallo, chi a piastrelle, chi a rincorrersi, chi a quei giochi di ciascun mese che i giovanetti sanno e fanno rivivere in ogni anno al tempo preciso. Ma, soprattutto, piene di movimento accanito, di passione, di schiamazzo erano, secondo la stagione, le nostre omeriche battaglie a pallottole di neve, e i nostri combattimenti a pietrate. I ciottoli volavano sicuri, dritti e sbattevano con colpo secco sui fusti degli alberi dietro i quali si soleva prendere posizione e riparo. Qualche volta ci scappava una ferita e colava un po’ di sangue, ma chi ci badava? Né noi, né le famiglie, né i maestri»[3].

Del gioco detto del caciocavallo di cui fa parola fugacemente anche il Finamore[4], ho chiesto notizia al Parroco dott. Nicola Marinelli. Il caciocavallo era un pezzo di legno di forma cilindrica, di circa venti centimetri di altezza e dieci di diametro. Una delle due basi era munita di una maniglia di ferro, entro cui si infilava la mano per roteare il cacio­cavallo prima del lancio. Il gioco, non più in uso da vari anni, assomigliava al lancio del disco. Il nome, probabilmente, deriva dal pezzo di legno dalla sua vaga somiglianza con quei formaggi locali, chiamati per l’appunto caciocavalli la cui produzione è caratteristica di alcuni paesi dell’alto Molise, quali Agnone, Pietrabbondante, Vastogirardi e Capracotta, e ciò fa supporre che il gioco fosse di origine molisana e che dai paesi del Molise si fosse poi diffuso anche nel vicino Abruzzo.

Giochi invece ancora molto in voga (all’epoca in cui la Amicarelli si riferisce 1950-60) sono véuca, màzza e p«zzill«, zómba cavàll«[5]. Il primo differisce dal gioco delle bocce in uso tra i giovani, solo per il fatto che si adoperano le pietre, che i bambini scelgono attentamente, perché debbono essere ben levigate. Il secondo richiede destrezza e agilità. Per il gioco occorrono la mazza lunga all’incirca settanta centimetri, e ru p«zzill« un pezzo di legno rotondo al centro e ben appuntito ai lati, lungo una diecina di centimetri. Fissato il punteggio  da raggiungere, colui a cui tocca iniziare il gioco, con un colpo di mazza deve lanciare il più lontano possibile ru p«zzill«, che tiene nella mano sinistra. L’av­versario lo raccoglie e dal punto dove è caduto lo rilancia contro il compagno di gioco. Se questi non riesce a respin­gere ru p«zzill« colpendolo a volo con la mazza, o lo la­scia cadere entro un cerchio tracciato ai suoi piedi, deve cedere la mazza al compagno. Se invece riesce a colpirlo a volo, incomincia a misurare a quante mazze di distanza dal cerchio si trovi. E così il gioco continua per un pezzo, finché uno dei giocatori raggiunge il punteggio stabilito. Qualche volta ru p«zzill« non viene tenuto in mano per essere lanciato con la mazza, ma vien poggiato su due pietre; il giocatore vi batte su con forza la mazza, in modo da farlo saltare in aria e poi lo colpisce di nuovo a volo per mandarlo lontano.

A Celenza, dove il gioco, praticato nel secondo modo, prende il nome di màzza e piiùzz«, il perdente alla fine prende a cavalcioni sulle spalle il vincitore e compie, lungo un percorso stabilito in precedenza, un certo numero di giri.

Il terzo gioco si esegue a questo modo; un bambino, il primo di una lunga fila, a schiena curva e con le mani appoggiate alle ginocchia, aspetta che i compagni, uno per volta, saltino a piè pari, in modo da superarlo come un ostacolo; poi passa in coda, mentre il secondo assume la posizione tenuta precedentemente da lui. Non di rado il gioco si rileva pericoloso per qualche calcio malamente assestato o per cadute non prive di conseguenze, ma le mamme in genere non lo ostacolano; diventano invece vere Erinni se si accorgono che uno dei ragazzi salta non a piè pari, ma a gambe divaricate, giacché è credenza popolare che nei bambini scavalcati si arresti la crescita. A causa di tale credenza, in casa si presta molta attenzione a non scavalcare i bambini sdraiati o seduti per terra, e quando per una momentanea inavvertenza un tal caso si verifica, subito si dice al piccolo: «Spùta ndèrra sennò n« ngrisc« cchjù»[6].

D’estate, specie i ragazzi più grandi, abbandonano le vie del paese per riversarsi nelle campagne ove abbonda la frutta e per andare a caccia di nidi che saccheggiano con vera crudeltà. A sera, mentre alcuni si recano nelle vie per mostrare agli amici le povere bestiole catturate, che tormentano fino a farle morire, altri, quasi sempre contadini che hanno maggiore dimestichezza con gli attrezzi restano in casa a costruire una gabbietta di legno o di fil di ferro per tenervi prigioniero l’uccellino.

Anche d’inverno, se non vi è bufera, i bambini si riversano sulle strade. Dopo le abbondanti nevicate che a volte durano vari giorni, costringendo tutti a tapparsi in casa, al primo schiarire del cielo, mentre le donne, affacciate ai piccoli sportelli delle finestre, si lanciano richiami da un punto all’altro, per la strada si sente il raspare e il battere delle pale degli operai che fanno la via, cioè tracciano sulla neve uno stretto sentiero su cui si è costretti a camminare in fila indiana. La neve ammucchiata ai lati, dice il Cirese, «è tentatrice e spesso gli scolari entrano tardi in classe, con le manine rosse e i segni della battaglia sulle vesti»[7]. Infatti il maggior divertimento dopo una nevicata, non solo per i piccoli ma anche per i grandi, sta nel lanciarsi le palle di neve, che i tiratori rendono particolarmente dure stringendole forte nel palmo delle mani, e nel colpire i passanti che se ne vanno frettolosi, stentando a mantenere l’equilibrio sullo stretto sentiero sdrucciolevole, intabarrati negli ampi cappotti a ruota gli uomini, nei pannùcc«[8], le donne. I bambini inoltre si divertono a fare fantocci di neve, a cui talvolta mettono in bocca la pipa di tatéun« (nonno) e in testa il cappello di tàta (papà). Oppure fanno il ritratto, cioè si adagiano sulla neve, dove èpiù soffice,in modo che vi resti impressa la figura del corpo. Qualche bambino affonda un po’ troppo ed i compagni, nel tentativo di tirarlo fuori, spesso finiscono anche loro nella neve e vi si rotolano con risa e schiamazzo. Anche le bambine, d’inverno, si divertono a far fantocci, a lanciarsi palle di neve e, ancor più che i ragazzi, a fare il ritratto.

Ma normalmente i loro giochi sono meno numerosi e più aggraziati. Il gioco delle piccolissime è il giro tondo; le bambine, prese per mano, girano in cerchio cantando u­na canzoncina che qualche volta accompagnano con gesti. Le più grandi invece preferiscono giocare a madonna pollaiola a o che bel castello, ai quattro cantoni o agli indovinelli o se­dere vicino casa a cucire vestine per la bambola di stracci che hanno amorosamente preparata ed a cui hanno regalato due sgor­bi per indicare il naso e la bocca, due chicchi di véccia per occhi ed una ricca parrucca parte bionda, parte castana e fatta coi capelli tolti alle pannocchie fresche di granturco. Quando, stanche del gioco troppo silenzioso, la vivacità infantile fa sentir loro il bisogno di qualche cosa di più animato, giocano a capinascondere sc«cupp’annascónn«. Il gioco è preceduto da una formula per conta, che spesso si deve ripetere più volte, per i litigi che nascono tra bambine.

Durante il carnevale, il gioco preferito è l’altalena, che le bambine preparano facendo passare una robusta fune ad un anello di ferro confitto in una trave del soffitto o su un ramo di albero in campagna. Legano le estremità della fune a circa quaranta centimetri da terra e vi pongono un cuscino su cui siedono a turno per farsi spingere in alto prima lentamente, poi più forte.

A primavera, invece che nelle strade, molte si riuniscono nell’orti-cello accanto alla casa, ove, tra le piante di lattuga, spicca qualche fiore e qui sfogliano le rose per divertirsi a sc«cupparèll« o sc«cupp«ttéll«. Il De Gubernatis ricorda che le fanciulle greche, dallo scoppio del petalo di rosa sulla mano, traevano pronostici per giudicare dell’intensità d’affetto dell’innamorato[9]. Ora si è perduta ogni traccia dell’antico valore che si dava a tale usanza, ed essa è ridotta solo ad un gioco di bambine, che gareggiano, tra le risa, a chi riesce a far sparare più forte il petalo, non sulla mano, ma sulla fronte. Lo stesso gioco, in campagna, si fa con i petali dei papaveri.

Con atteggiamento tra il serio e il faceto, ma con animo sospeso, bambine e giovanette, al tempo della raccolta delle ulive, si accingono ad un altro gioco, da cui traggono pronostici sulla lunghezza della vita e sulla sincerità dell’innamorato. Alla sera, quando il lavoro della pulitura delle olive è terminato e le piccole palme dai riflessi argentei sono raccolte in un mucchio in un angolo appartato, fanciulle di ogni età ne raccolgono una manciata e, dopo aver liberato il pavimento del focolare della cenere che l’ingom­bra, ve ne poggiano qualcuna. Se la foglia, dopo brevi istanti, scoppiettando salta e si rovescia sull’altro lato, è buon segno (lunga vita o sincero amore, secondo la domanda segreta che ciascuna ha formulata), ma se la foglia lentamente si accartoccia e brucia, il responso è sfavorevole. In tal caso, però, le ragazze non si accontentano del primo esperimento,  ma, come osserva il De Nino riferendosi a tale costume, ritentano più volte, finché ottengono il responso desiderato[10].

Vi é poi, sia per i maschi che per le femmine, qualche gioco più particolarmente sportivo. Tra il gioco del cerchio, una gara di corsa, che i bambini fanno spingendosi avanti, con un’asta di ferro terminante ad uncino, un cerchio anch’esso di ferro del diametro di circa trenta centimetri; vincitore della gara è colui che arriva primo e più lontano senza aver mai fatto cadere il cerchio. Per le bambine c’è il salto con la corda. Tuttavia negli ultimi anni, da quando, durante la guerra, il paese ha ospitato numerosi sfollati, tali giochi sono in parte caduti in disuso. Bisogna recarsi nei quartieri più popolari di Agnone, per incontrare frotte di monelli che corrono col cerchio e bambine che rosse e scapigliate, saltano con la corda. Ma i più hanno abbandonato il cerchio per il pallone e la bicicletta, e la corda per i tamburelli e i cerchietti.

Ma non a tutti i fanciulli è concesso trascorrere l’infanzia tra svaghi, birichinate, monellerie. I bimbi di campagna, che abitano nelle masserie, vivono più isolati ed all’età di appena sette o otto anni già incominciano, se maschia condurre gli animali al pascolo ead aiutare il padre nei lavori agricoli, se femmine a sfaccendare per casa con le altre donne. Solo a scuola si incontrano con i loro coetanei, ma il contatto è troppo breve perché possa generare quello spirito di affiatamento fraterno che si nota nei bimbi del paese. Questo genere di vita contribuisce a rendere più accentuata quella naturale ritrosia, quell’atteggiamento riservato e talora addirittura scontroso, quel senso d’imbarazzo in presenza di estranei che in alcuni casi diventa diffidenza, quell’amore della solitudine che sono caratteristiche dei nostri montanari. I fanciulli rifuggono spesso dalla compagnia dei coetanei e preferiscono, mentre le capre e le pecore brucano l’erba, sedere su un macigno e costruire pazientemente casette con i sassi o intrecciare vimini per fare un frustino, o più spesso, incidere con la punta di un temperino un pezzo di canna, per fare uno zufolo da cui poi trarre striduli suoni. 


[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] L. Gamberale, Il mio libro paesano, Agnone, Tipografia Sammartino-Ricci, 1915, p. 38.
[4] G. Finamore, Tradizioni …, cit., p.109.
[5] [N.d.C.] Per i giochi fanciulleschi popolari agnonesi cfr. M. Catolino, op. cit., pp. 157-158; S. Galasso, op. cit., pp. 93-97; mentre per altri particolari riguardanti i giochi nella nostra regione e nei paesi circostanti dell’Abruzzo si vedano: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Napoli, Ed. Luigi Pierro, 1911, pp. 176-181; C. Santilli, Isernia e il suo dialetto, 2 voll., Isernia, Editrice E. Di. Ci, 1988, vol. II, pp. 235-264; E. Di Paolo, Bo’ vènga . . .. cit., pp. 46-159; D. Di Nucci, I fiori del paradiso. Antologia di fatti e ricordi storie, storielle, usi e costumi di un paese e di una famiglia, Isernia, Tipolitografia Cicchetti, 2005, pp. 118-134; N. Zaccardi, Fèsct e mal tiemb. Castel del Giudice tra memoria e progetto, Ires Abruzzo Edizioni, Pescara 2007, pp. 60-65 ; A. Brunale, Campuascuiane . . ., cit., pp, 78-100; T. Liberatore, op. cit., pp. 129-134.
[6] Sputa per terra altrimenti non cresci più.
[7] E. Cirese, Gente buona, Lanciano, Carabba, 1925, p. 61.
[8] [N.d.C.] Mantello a mezza luna, di lana oscuro, guarnito quasi sempre con fettuccia di altro colore, che copriva la donna dalla testa fino alla cinta.
[9] A. De Nino, op. cit., vol. I, p. 78.
[10]  Ivi,  p. 41.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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