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Com’eravamo … : La nascita

di Lucia Amicarelli

nascita

Al momento della nascita, la madre della partoriente e molte donne del vicinato, accorrono in casa della gestante a prestare il proprio aiuto ed a biascicare preghiere, mentre sulla mensola del caminetto ardono i ceri in onore di Sant’Anna protettrice delle puerpere.

Fuori della camera, con visibile ansietà, il marito attende che l’evento si compia. Nato il bambino[1], la levatrice o un’altra donna esce sulla porta e ne annuncia il sesso; se è nato un maschio, grande è l’allegria dei familiari, che corrono subito nelle cantine a spillare vino da offrire ai presenti; non così festosamente viene accolta una femmina, e della sua nascita si rammarica in particolar modo il padre, che chiama la figlia una cambiale che scade poiché il suo pensiero corre subito alle spese che bisognerà affrontare per farle il corredo da sposa, la dódda. É consuetudine antichissima, infatti, cominciare a preparare il corredo quando ancora le figlie sono piccolissime e di qui il proverbio: «Fìglja alla fàscia, dódda alla càscja». Alcuni considerano la nascita di una bambina, specie se trattasi della prima figlia, una vera disgrazia, e da tale disposizione di animo trae origine un altro proverbio, diffuso largamente nei paesi del Molise e del­l’Abruzzo «mmàla nuttàta e fìglja fémməna» per indicare un guaio dopo l’altro. Particolarmente festeggiati, perchè rite­nuti più fortunati degli altri, sono i bambini che nascono vestiti cioè avvolti nel sacco amniotico.

Al primo bagno del neonato, che in tempi più remoti veniva fatto col vino, costume, come osserva il Finamore, già in uso a Roma e in Grecia[2], perché si credeva che il bambino acquistasse forza, assistono il padre, i nonni e qualche altra persona intima, che, fino a qualche anno fa, gettavano nella catinella una manciata di monetine, in segno augurale. Quest’ultima usanza, scom­parsa quasi del tutto ad Agnone, sopravvive solo presso alcuni contadini delle contrade, ed è ancora in uso a Celenza sul Trigno. Dopo il bagno il piccino viene posto sulle braccia del padre prima, poi dei nonni ed infine degli altri familia­ri. Tra tutti i paesi circostanti ad Agnone, solo a Torrebru­na ho riscontrato un’usanza diversa. Il piccino, prima che dal padre, deve essere preso dalla persona di famiglia giudicata più virtuosa, poiché si ritiene che il bambino assorba e fac­cia sue le doti morali della prima persona che l’ha tenuta tra le braccia[3].

Qualche ora dopo il parto, cominciano ad arrivare i primi regali per la mamma e per vari giorni è un viavai incessante di persone; parenti, amici, conoscenti, tutti recano qualche cosa: uova, frutta, pasta, nel mondo contadino, regali più ricchi e più vari nel ceto artigiano e professionista; ma presso gli uni e gli altri il dono più comune é costituito da una o più coppie di piccioni, poiché si ritiene che il brodo di questi volati­li sia particolarmente leggero e adatto a far aumentare il latte. Perciò, almeno durante tutto il primo mese di allattamento, il cibo più frequente per le puerpere è costituito dal brodo di piccioni in seguito viene sostituito dal pancotto condito con l’olio, che si ritiene abbia anch’esso la virtù di favorire la secrezione lattea.

I doni per il bambino giungeranno nel giorno del battesimo; per il momento tutte le visitatrici si accontenteranno di ammirarlo nella culla e di pronunciarle la rituale formula di augurio: «E salìutə, bbónə figljə». Nessuno lo bacia prima della purificazione battesimale. A pochi gior­ni di distanza dalla nascita, se trattasi di una femmina, i familiari provvedono a farle bucare le orecchie, perché si crede che l’uso degli orecchini d’oro irrobustisca la vista.

Il bambino, ancora oggi, viene stretto in fasce dai vivaci colori, che i contadini per lo più tessono in casa; alcune donne, più ligie alle antiche usanze, serrano nelle fasce, almeno per i primi tre mesi, anche le braccia del piccolo, a cui è impedito o­gni movimento. Sulle fasce, in alto, a sinistra, accanto a qualche medaglina, spiccano gli amuleti contro il malocchio, si tratta quasi sempre di oggetti di corallo: corni, talvolta molto lunghi, una mano chiusa a pugno o con l’indice e ilmignolo ben protesi, la manùccja. Più raramente appare la figura di un gobbo, talora affiancato dal numero tredici. Il Pansa ricollega questo amuleto, facendolo derivare dalla figura di Baubo, a quella del ranocchio, a cui, in epoca successiva, sareb­be stata sostituita prima la rappresentazione di un San Donato gibboso, e poi, in ultimo, quella di un gobbetto qualunque. «Le prime figurazioni di San Donato in amuleti, che sostitui­scono il ranocchio quando subentra il concetto religioso, rappresentano il Santo che impugna la falce lunare. San Donato è un Santo gibboso e, secondo il volgo, antistregonico per eccellenza e protettore contro il mal caduco»[4]. Considerando che questo tipo di amuleto non è d’uso generale in Agnone, ma si trova solo sporadicamente, e data la vicinanza di Agnone a Celenza sul Trigno, paesetto dell’Abruzzo chietino, ove si venera come patrono San Donato, al cui tempio, il sette di agosto si verifica gran concorso di pellegrini, tra cui molti agnonesi,  si potrebbe pensare che l’uso del gobbetto portafortuna rappresenti una infiltrazione di tradizione abruzzese.


Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo, il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnonedalla fine dell’Ottocento ad oggi. Il lavoro di LuciaAmicarelli ha per temi: il ciclo dell’uomo (secondo cui la vita dell’individuo si svolge in una successione di tappe che vanno dalla nascita alla morte); il ciclo dell’anno o delle feste; le arti popolari: legno, oro, bronzo e rame per cui Agnone, nel corso dei secoli, si è sempre distinta. 

Lucia Amicarelli

Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[1] [N.d.C.] v. M. Catolino, op. cit., pp. 12-13.
[2] G. Finamore, Tradizioni …, cit., p. 67.
[3] Notizia della signora Serafina Gallina, ostetrica di Torrebruna.
[4] G. Pansa,  Miti, leggende, superstizioni d’Abruzzo, vol. I,  Sulmona, Carosel­li, 1924, pp.102 e ss.

 Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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