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Com’eravamo…. La prima età, le filastrocche e le canzonacce

 di Lucia Amicarelli  [1]

contadina con bambino- copia

Il primo destino del piccolo costituisce un avvenimento importante, ma solo perché sta a testimoniare uno sviluppo normale; ciò che invece si aspetta con impazienza, per il valore augurale che le si attribuisce, è la prima parola. Quando il bam­bino chiama prima il padre, i familiari tengono per certo che, in caso di un’altra nascita, verrà un maschio; quando la prima parola è mamma, si è sicuri che nascerà una femmina, prospettiva poco gradita. La costernazione è grandissima se già la primogenita è una bambina, poiché se s’incomincia con l’avere un paio di femmine, è credenza generale che solo dopo sette si avrà il maschio.

I bambini, specie nella classe contadina, sono allevati senza alcuna mollezza, con un sistema educativo quasi spartano; niente giocattoli, tranne qualche sonaglino d’argento o d’osso quando é ancora piccolissimo e ru tarallùccə d’osso che, legato ad una fettuccia, viene appeso al collo del piccino durante il periodo della dentizione, perché aiuti a far spuntare i dentini. Né i familiari indugiano a giocare con i piccoli e a mostrare loro tenerezza; sono anzi tutti piuttosto rudi, parchi di sorrisi e di carezze, burberi nei gesti e nelle parole, restii a mostrare sentimenti di affetto che celano quasi con pudore morboso, poiché il popolo agnonese, estremamente riservato, ritiene qualsiasi manifestazione esteriore di tenerezza una smanceria superflua. Talvolta, specie quando si è particolarmente occupati, la presenza dei bambini riesce addirittura fastidiosa, e allora non si esita a mandarlo presso altre persone: «Va a . . . e fattə dà ru ndrattié» (Va a…farti intrattenere), gli dicono, ed il piccolo, orgoglioso perché pensa di essere stato incaricato di una commissione, si reca presso la persona indicata che, alla richiesta, comprende di dover intrattenere in qualche modo il piccino per un certo periodo di tempo[2].

Questa eccessiva riservatezza che impronta i rapporti tra i grandi ed i piccoli, fa si che presto i bambini diventino an­ch’essi taciturni e scontrosi e talvolta incide a lungo sui loro caratteri. Il D’Ovidio, al proposito, osserva: «Sui nostri monti…. l’austerità delle relazioni domestiche, le maniere un po’ brusche, la poca disposizione a magnificare sé e le proprie cose e persone, un intreccio curioso di orgoglio e di timidezza, producono spesso quest’effetto, che il fanciullo predestinato si rinchiude in sé, offeso e risentito e i parenti non lo capiscono, non fanno sforzi amorevoli per capirlo e lo pigliano in uggia[3]. Di solito un po’ piú affettuose si mostrano la mamma e la nonna e, quando il bambino comincia a capire, lo prendono a cavalcioni sulle ginocchia e gli insegnano qualche fi­lastrocca. Non c’è bambino che non sappia le filastrocche[4] di Cəcərənèlla, di Arrə arrə cavallùccə, ed altre. Riporto le prime due.

Cəcərənèlla tənéva nu canə
muccəcàva rə cresctejàne
muccəcàva lə fémmnə bbèllə
viva ru cane də Cəcərənèlla.

Arre arre cavallùccə
cə nə jamə a Casctellùccə
cə nə jamə ngòpp’a ru ciùccə
arrə arrə cavallùccə.

La lirica delle due filastrocche è tetrastica, ma almeno per la prima, si può supporre che in origine sia sorta come strambot­to a forma di distico a cui sia stata aggiunta un’altra coppia di versi, che ripetono in forma leggermente variata il concet­to già espresso nei primi due. Infatti, stando alla notizia fornitami da mia zia, Cəcərənèlla era il soprannome di una vec­chia mendicante che, quando lei era ancora bambina, elemosina va per le vie del paese. Neanch’ella, però, ha saputo dirmi per quale motivo e da chi siano stati composti i versi della filastrocca. Nè è da escludere che anche l’altra sia nata come canto satirico, se si tiene conto che Casctellùccə, Castelverrino, paesetto a pochi chilometri da Agnone, è stato nel passato ed è ancor oggi oggetto di satira da parte degli agnonesi.

Che nei tempi andati in Agnone si avesse tendenza a comporre canti satirici, di cui oggi resta il ricordo solo nei più vecchi del paese, non è da dubitare. Ancora qualcuno rammenta rə sctramuórtə che i contadini improvvisavano nei cam­pi al tempo della mietitura e della vendemmia e i borghesi canticchiavano in paese in periodo di elezioni, e con cui prendevano di mira, spesso in modo violento, chiunque. Di tale costume oggi resta solo l’uso di arcaccià la canzónə cioè di comporre una canzonaccia, allorché una donna è incolpata di immoralità e la facile tendenza alla parola mordace è semplicemente faceta, che induce il D’Ovidio a definire Agnone la più destra e arguta città del Molise[5].

Anche tali canzoni, che la sera i giovinastri vanno a cantare in coro sotto la finestra della donna incriminata, presentano la caratteristica forma della strofa di quattro versi di cui però gli ultimi due sono un ritornello sempre uguale. Riferisco, a mo’ di esempio; due strofe, le sole che ricordo, di una canzone cantata una quindicina d’anni fa:

Tə sci fàtta la vèscta róscia
da lundàne tə s’arcanóscə
tricchə e tracchə ru córə mə fa
nnanzə a màmma nnə m’accənnà.

Tə sci fàtta la vèscta ggiàlla
pə ji spassə chə ru marəsciàllə
tricchə e tracchə ru córə mə fa
nnanzə a màmma nnə m’accənnà.

Di natura diversa é un’altra filastrocca che s’insegna ai bambini, Mazzamarriéllə. Essa deriva dai canti e dai racconti popolari sugli spiriti infernali che insidiano gli uomini, ed alla cui potenza ancor oggi si crede ciecamente. In questo caso, però, anche se la filastrocca può ritenersi frutto del facile estro agnonese, ed infatti non l’ho sentita ripetere nei paesi circostanti, il mito su questo personaggio fantastico non è creazione della fantasia del popolo d’Agnone, che anzi esso è largamente diffuso in tutto l’Abruzzo ed il Finamore, descrive Mazzamarriello, come uno spiritello d’indole faceta, con un berretto rosso, che balla in mezzo al vento, scarmiglia le donne, solleva loro i vestiti, e che i bambini possono uccidere con la mazzacocca, bastone con capocchia[6].

Evidentemente giunta ad Agnone, la superstizione relativa a Mazzamarriéllə[7] ha subito, col passar del tempo, qualche modificazione, ed esso non è più concepito come uno spiritello bizzarro, ma come un vero e proprio spirito infernale, tanto che il suo nome, insieme con l’altro di Papéunə è pronunciato spesso per intimorire i bambini, a cui l’uno e l’altro si rappresentano come esseri demoniaci che li rapiscono.

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Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di
Agnone” di Lucia Amicarelli[1]e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo, il quale, nell’introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Il lavoro di LuciaAmicarelli ha per temi: il ciclo dell’uomo (secondo cui la vita dell’individuo si svolge in una successione di tappe che vanno dalla nascita alla morte); il ciclo dell’anno o delle feste; le arti popolari: legno, oro, bronzo e rame per cui Agnone, nel corso dei secoli, si è sempre distinta. Il lavoro di Michele Di Ciero offre poesie, proverbi, cantilene, filastrocche, alcuni rimedi di medicina popolare, usi e credenze e cantilene religiose.

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Lucia Amicarelli

[1] Lucia Amicarelli nacque ad Agnone l’11 marzo 1915.. Si laureò il 18 marzo 1953 alla facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma discutendo la tesi Tradizioni popolari di Agnone al cospetto di Paolo Toschi, uno dei maggiori antropologi italiani. Insegnò nelle scuole medie di Agnone – fino al 1966 – e di Genova – sino al 1972, quando ottenne la cattedra nel liceo scientifico “Martin Luther King”. Vi rimase fino al 1975, anno in cui andò in pensione. Morì a Genova il 15 giugno 2001.
[2] [N.d.C.] Anni addietro se un bambino era importuno o seccante, sotto forma di scherzo e per levarselo di torno, lo si mandava in qualche negozio accattà ru tuzzabbanghéunə; il commerciante, che il più delle volte era complice o capiva l’antifona, gli faceva picchiare qualche volta la testa vicino al bancone.
[3] F. D’Ovidio, Rimpianti . . ., cit., vol. II, p.108.
[4] [N.d.C.] Cfr. infra, p. M. Catolino, op. cit., pp. 21-25; per alcune ninne nanne e tiritere molisane e dei paesi abruzzesi più vicini ad Agnone suggeriamo: E. Cirese, I canti popolari del Molise, vol. 1, Grafiche Nobili, Rieti, 1953, pp. 23-47, 49-65; M. Minadeo, op. cit., 326-333; Aa. Vv., Musiche e canti del Molise, Campobasso, Ed. Enne, 2000, pp. 7-8, 74-75; M. Gioielli, La cundra, Campobasso, Palladino Editore, 2001 e Etnomemorie . . ., cit., pp. 127-130; E. Di Paolo, Bo’vènga màie, Vasto, Edizioni Il Torcoliere, 2002, pp. 13-31, 36-40; A. Brunale, Campuascuiane Assélute, Campobasso, Enzo Nocera Editor, 2008, pp, 63-77, 134-136; T. Liberatore, La serenata, la zumbarella e le altre. I canti della nostra allegria, Linea Grafica Editrice, San Salvo 2010, pp. 123-129.
[5] F. D’Ovidio, Rimpianti . . ., cit., vol. II, p. 108.
[6] G. Finamore, Credenze, usi e costumi abruzzesi, Palermo, Libr. Internazionale L. Pedone Lauriel di Carlo Clausen Edit., (Tip. Del Giornale di Sicilia), 1890,  p. 5.
[7] [N.d.C.] La leggenda di Mazzamauriello e zi Monaca è riferita da E. Rubino, op. cit., pp. 179-185.


Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. Descrizione molto bella. Le filastrocche si ripetevano anche a Fraine ed altrove, le avevo sentite anche da mia nonna materna QUINZIO LUISA che veniva da RAPINO. Anche le canzonacce erano ricorrenti a Fraine. Ovviamente, la pronuncia di Agnone è leggermente diversa e a Fraine ed altrove, spesso si inventavano versi dello stesso tono per allungare dette canzoni. A Fraine, “P’ LU Mazzamarriéllə, negli 40 – 50, era stato individuato anche un posto fisico in cui “sarebbe potuto uscire”, ma era più un ripetere il termine fra ragazzini che una minaccia di adulti. Il termine “Papéunə” veniva ripetuto ai bambini piccoli per invogliarli a non allontanarsi in altri posti e sfuggire alla vigilanza e al controllo degli adulti. Per l’intrattenimento .a Fraine. si diceva ai bambini: “FATTI DA’ LU TRATTINGHe”. …

  2. SONO AMMIRATA E GRATA ALL’AUTRICE DI QUESTO BELL’ARTICOLO, dettagliato e completo informato e colto, CHE MI HA FATTO RIVIVERE QUALCHE NINNA NANNA CANTAYA da MAMMA -MORTA AHIMe’ CHE AVEVO SEI ANNI-ED ANCHE UN PO’ da NONNA, PURE SCOMARSA ANCOR PRIMA… Dunque il sonno veniva e mi abbindolava per se stesso, senza quel dolce cantilenare che rende docili i bambini quando si avvicina la sera…In compenso le ho cantate ai 2 figli e ancor più ai miei 4 nipoti….

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